Ottava di Pasqua con s. Ambrogio – Giovedì

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Exemple

È bello contemplare l’icona pasquale di Gesù che chiede del cibo agli “undici” (l’episodio narrato oggi nel testo evangelico).
L’icona è nettamente divisa in tre parti.
A destra Gesù risorto con l’abito di color rosso porpora (simbolo della regalità) e il manto di colore blu (simbolo della trascendenza e dell’ineffabilità divina).
A sinistra gli apostoli separati da Gesù dal grande tavolo che, se rappresenta la tavola eucaristica, segna anche la separazione dovuta alla fatica del credere, perché, malgrado l’emozione gioiosa del vedere il Signore risorto, ancora non giungono alla fede piena.
Al centro la tavola eucaristica di color giallo, il colore che spesso indica la glorificazione pasquale.
Sulla tavola troviamo i simboli eucaristici (il pane e il calice del vino) che fanno quasi da ponte tra il Risorto e i discepoli: a ricordarci che il modo per accedere alla contemplazione piena di Gesù risorto è necessario accedere all’Eucaristia luogo della deificazione umana.
Ma, al centro dell’icona è il pesce: quello che Gesù chiede agli apostoli di porgergli. Gesù dà il pane e il vino (segni del corpo e del sangue donati) e loro danno il pesce (frutto del loro lavoro). Non dimentichiamo, inoltre, che, nella simbologia antica, la parola “pesce” (nella grafia greca del tempo ΙΧΘΥΣ) era usata come un acronimo usato dai primi cristiani per indicare Gesù Cristo (il simbolo del pesce era molto comune nelle catacombe di Roma). Infatti, ΙΧΘΥΣ stava per Ἰησοῦς Χριστός, Θεοῦ Υἱός, Σωτήρ” (Iēsous Christos, Theou Yios, Sōtēr), che si traduce in italiano: Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore.

Lasciamo la contemplazione dell’icona e proseguiamo nel cammino della mistagogia battesimale, lasciadoci, ancora una volta, guidare da sant’Ambrogio:


LA MISTAGOGIA DEL 4° GIORNO: L’EUCARISTIA

Sei venuto all’altare, hai guardato attentamente i sacramenti posti sopra l’altare e ti sei certamente meravigliato per la creatura che essi sono. Eppure si tratta di una creatura usuale e nota…
Tu forse dici: «E il mio pane abituale!». Ma questo pane è pane prima delle parole sacramentali; quando sopraggiunge la consacrazione, da pane diventa carne di Cristo. Dimostriamo dunque questo. Come può ciò che è pane essere il corpo di Cristo? La consacrazione dunque, con quali parole avviene e con il discorso di chi? Del Signore Gesù. Infatti tutte le altre cose che sono dette prima, sono dette dal sacerdote: si loda Dio, gli si rivolge il discorso orazionale, si supplica in favore del popolo, dei re e di tutti gli altri. Ma quando si viene a produrre il venerabile sacramento, il sacerdote non usa più il suo discorso, bensì usa il discorso di Cristo. Dunque è il discorso di Cristo che produce questo sacramento…
Hai dunque imparato che, da pane che era, diviene il corpo di Cristo. E che dire del vino, dell’acqua? Viene messo nel calice, ma diventa sangue attraverso la consacrazione celeste.
Ma forse tu dici: «Io non vedo l’apparenza del sangue». Ma ne ha la similitudine! Infatti, come hai assunto la similitudine della morte, così pure bevi la similitudine del prezioso sangue, perché non vi sia in te l’orrore del sangue sparso e tuttavia sia messo in atto il prezzo della redenzione. Hai dunque imparato che ciò che ricevi è il corpo di Cristo.
Vuoi sapere in qual modo con le parole celesti si consacra? Prendi in considerazione quelle che sono le parole! Dice il sacerdote:
Gesù, la vigilia della sua passione, prese il pane nelle sue sante mani, levò gli occhi al cielo, verso di te, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno, rese grazie con la preghiera di benedizione, lo spezzò, e dopo averlo spezzato lo diede ai suoi apostoli e discepoli, dicendo: «Prendete e mangiatene tutti, poiché questo è il mio corpo che sta per essere spezzato per le moltitudini».
Presta attenzione!
Allo stesso modo prese anche il calice, dopo aver cenato, la vigilia della sua passione, levò gli occhi al cielo, verso di te, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno, rese grazie con la preghiera di benedizione, lo diede ai suoi apostoli e discepoli, dicendo: «Prendete e bevetene tutti, poiché questo è il mio sangue»
Quanto grande poi sia il sacramento, sforzati di conoscerlo. Vedi quel che dice: «Ogni volta che farete questo, voi farete il memoriale di me finché io venga nuovamente a voi».
Dunque, ogni volta che lo ricevi, che cosa ti disse l’Apostolo? «Ogni volta che lo riceviamo, annunziamo la morte del Signore» [cf 1Corinzi 11,26].
Se annunziamo la morte, annunziamo la remissione dei peccati. Se ogni volta che il sangue viene sparso, viene sparso in remissione dei peccati, allora devo riceverlo sempre, perché sempre mi rimetta i peccati. Io che sempre pecco, sempre devo avere la medicina…


 

Affettuosamente e fraternamente in comunione

 

Enrico e i Sacerdoti della Comunità

          con Roberta e fr. Michele

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Exemple

L’episodio evangelico, narrato dal solo Luca, dei “discepoli di Emmaus”, è il testo che leggiamo nella Liturgia di oggi.

Visivamente è opportuno illustrarlo con due Icone.

Prima Icona è quella del cammino lungo la strada che diventa icona di un atteggiamento di ascolto e di dialogo fondamentale per l’incontro con il Risorto.

È lungo la strada che i due (Cleofa e l’altro anonimo) vivono l’esperienza dell’incontro e della rivelazione del Risorto, una rivelazione che interrompe il loro dialogo doloroso che rende il volto triste e gli occhi ciechi.

La parola di Gesù li conduce all’ascolto delle Scritture e alla rivelazione Eucaristica del Signore.

Seconda Icona è quella della cena condivisa (Rimani con noi…) che diventa Eucaristia, celebrata e vissuta con l’ancora sconosciuto Gesù; il suo mistero Pasquale apre gli occhi’ l riconoscimento della sua presenza.

Se la sua figura scompare, restano sul tavolo il pane e il vino, segno della presenza e del riconoscimento.

Per i due discepoli la Croce non è più segno di scandalo, ma di vittoria: i due delusi ritornano a Gerusalemme per annunciare. “abbiamo visto il Signore!”

L’icona di Emmaus può diventare icona della Chiesa che ascolta la Parola, scruta le Scritture e incontra il Signore. La celebrazione Eucaristica della Pasqua di Gesù le apre gli occhi sulla storia e sul suo senso, le infonde certezza sull’opera di Gesù.

 


Procedendo nel cammino della mistagogia battesimale, ci lasciamo, ancora una volta, guidare da sant’Ambrogio:

 

LA MISTAGOGIA DEL 3° GIORNO: LA CRISMAZIONE

Ieri abbiamo parlato del fonte, la cui apparenza è come la forma del sepolcro. Perché nel battesimo, vi è la similitudine della morte, vi è indubbiamente, mentre ti immergi e risorgi, anche la similitudine della risurrezione.

Segue il sigillo spirituale, poiché, dopo il fonte, rimane da portare a compimento quanto già è avvenuto all’invocazione del sacerdote lo Spirito Santo viene infuso, Spirito di sapienza e di intelletto, Spirito di consiglio e di fortezza, Spirito di conoscenza e di pietà, Spirito del santo timore, che sono le sette virtù dello Spirito.

Dapprima siete stati crismati sulla fronte, per essere liberati dalla vergogna che il primo uomo trasgressore portava con sé dovunque, e inoltre perché poteste riflettere a viso scoperto, come attraverso uno specchio, la gloria del Signore.

Quindi sulle orecchie, per ricevere orecchi capaci di intendere i divini misteri.

Poi sulle narici. Quindi sul petto, perché rivestiti della corazza di giustizia resistiate alle insidie del diavolo [Efesini 6,14.11], Infatti, come il Salvatore dopo il battesimo e la venuta dello Spirito santo, uscì a combattere contro l’avversario, così anche voi, dopo il sacro battesimo e il mistico crisma, rivestiti della corazza dello Spirito santo, resistete alla potenza avversa e combattetela dicendo: Posso tutto in Cristo che mi dà forza [Filippesi 4,13].

Giudicati degni di questo santo crisma, siete stati chiamati «cristiani».

Custodite questo dono dello Spirito senza macchia. Egli vi insegnerà ogni cosa, se rimarrà in voi. Perciò, crismati di questo santo olio, custoditelo in voi senza macchia e irreprensibile, progredendo nelle opere buone e cercando di piacere all’autore della nostra salvezza, Cristo Gesù, al quale è la gloria nei secoli dei secoli. Amen!

Poi sei venuto all’altare, hai cominciato a vedere ciò che prima non vedevi; e cioè: attraverso il fonte del Signore e la proclamazione della passione del Signore, in quell’istante si sono aperti i tuoi occhi. Tu che prima figuravi con il cuore accecato, hai cominciato a vedere la luce dei sacramenti.

Siamo dunque venuti, fratelli carissimi, fino all’altare, a un trattato più ricco. Per questo motivo, e poiché è tardi, non possiamo iniziare la spiegazione completa, dal momento che il trattato è più lungo. Basti ciò che è stato detto oggi.

Domani, se al Signore piacerà, tratteremo dei sacramenti stessi.


 

Anche se la gioia della Pasqua di questo 2020 è stata vissuta nella sofferenza della mancanza di celebrazione comunitaria, la luce della Resurrezione ha illuminato, come gli occhi degli antichi cristiani, il buio della nostra vita.

 

Tuttavia, nel celebrare la gioia pasquale, siamo stati raggiunti, in questi giorni, dalla tragica notizia della morte di uomini e donne che, disperatamente, cercavano di raggiungere le nostre terre per sfuggire alle guerre e alle violenze dei loro paesi di origine.

Poiché in questi giorni sono ripresi i bombardamenti su Tripoli, in Libia, sono anche ripresi i tentativi di fuga di centinaia di persone da un territorio in cui la pandemia ha portato anche al razionamento dell’acqua.

Giovedì scorso, Giovedì Santo, Luca Casarini, capomissione della Mediterranea Saving Humans, la piattaforma per il salvataggio di migranti nel Mediterraneo, ha deciso di scrivere al Papa, rilevando come l’emergenza coronavirus impone all’Italia la chiusura dei porti negando gli sbarchi per motivi di sicurezza e prevenzione, ma non ferma guerra e violenze.

Nella lettera si fa riferimento alla Libia dove centinaia di persone che tentano la fuga e vengono riportate indietro, o a quanti vivono l’estremo disagio e la povertà nei sovraffollati campi profughi a Lesbo in Grecia. Luca Casarini parla appellandosi a quel “nessuno si salva da solo”, che il Papa stesso ha ripetuto tante volte in questo tempo di Quaresima e di pandemia.

Il capomissione ha voluto ringraziare papa Francesco per la scelta, nel dicembre scorso, di apporre, all’ingresso del Palazzo Apostolico dal Cortile del Belvedere, una croce realizzata con acqua di mare, con un giubbotto salvagente come simbolo dei tanti morti senza nome, annegati nel Mediterraneo, giubbotto donatogli proprio dalla Mediterranea Saving. Il giubbotto e la croce, aveva spiegato in quell’occasione Francesco, ci ricordano che dobbiamo tenere aperti gli occhi e il cuore. Non dobbiamo restare indifferenti davanti a morti causate dall’ingiustizia.

E papa Francesco ha risposto, nel giorno di Pasqua, con una lettera scritta di suo pugno in cui c’è il grazie e la comprensione per quanto sta accadendo. La potete leggere nel documento allegato.

 

Un fraterno saluto, in comunione di preghiera.

 

d. Enrico e i Sacerdoti della Comunità

          con Roberta e fr. Michele

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Exemple

In riferimento al brano evangelico odierno, ecco una delle rappresentazioni più antiche della Risurrezione. È quella delle donne (due o tre a seconda della versione evangelica) che, all’alba del primo giorno dopo il sabato (la nostra domenica), si recano alla tomba di Gesù per ungere il suo corpo con la mirra profumata (perciò sono chiamate anche mirrofore, cioè portatrici di mirra), conservata in piccoli vasetti. Esse però non trovano il corpo di Gesù, ma il sepolcro aperto e vuoto.
Sopra vi è un angelo che annuncia loro la straordinaria notizia della risurrezione di Gesù. Poco dopo (è l’episodio odierno), le donne incontrano Gesù Risorto che conferma l’annuncio dell’angelo.

Ripercorriamo il cammino della Veglia pasquale attraverso le spiegazioni (mistagogie) che sant’Ambrogio rivolgeva ai neobattezzati della notte di Pasqua.

 

LA MISTAGOGIA DEL 2° GIORNO: ANCORA IL BATTESIMO

Vi sono utili queste mistagogie quotidiane, perciò è necessario che vi proponga il seguito della mistagogia di ieri, affin­ché apprendiate di quali realtà erano figure sacramentali ciò che è stato compiuto su di voi all’interno della casa.
Appena entrati, avete deposto la tunica: questa era un’immagine per significa­re che vi spogliavate dell’uomo vecchio e delle sue opere, imitando anche in questo il Cristo nudo sulla cro­ce, il quale per mezzo di questa nudità spogliò le Potenze, e le trascinò, vinte, nel suo corteo trionfale.
Poi, una volta spogliati, siete stati unti con l’olio benedetto dalla sommità dei capelli fino alle estremità inferiori: così entraste in comunione con il buon ulivo che è Gesù Cristo.
Dopo di ciò siete stati condotti per mano alla santa piscina del divino batte­simo, come il Cristo che dalla croce fu portato al sepolcro che sta di fronte. Quindi ognuno è stato interrogato se credeva nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo. E avete professato la salutare professione, e siete stati immersi tre volte nell’acqua e di nuovo siete emersi, evocando così, attraverso il simbolo sa­cramentale la sepoltura di tre giorni di Cristo. Infatti, come il no­stro Salvatore passò tre giorni e tre notti nel cuore della terra, così anche voi…
Sei stato interrogato: «Credi in Dio Padre onnipotente?».
Hai detto: «Cre­do!», e ti sei immerso, cioè sei stato sepolto.
Di nuovo sei stato interrogato: «Credi nel Signore Gesù e nella sua croce?».
Hai detto: «Credo!», e ti sei immerso. Perciò sei stato consepolto con Cristo. Ma chi viene consepolto con Cristo, con Cristo risorge.
Per la terza volta sei stato interrogato: «Credi anche nello Spirito Santo?».
Hai detto: «Credo!», e per la terza volta ti sei immerso, affinché la triplice confessione sciogliesse le molteplici cadute della vita precedente…
Quando ti immergi, as­sumi la similitudine della morte e della sepol­tura, ricevi il sacramento di quella croce, poiché in croce pendette Cristo e con i chiodi fu fissato il suo corpo. Tu vieni dunque crocifisso, aderisci a Cristo, aderisci con i chiodi del Si­gnor nostro Gesù Cristo, perché il diavolo di là non ti possa distaccare.

 


Ieri, nel Pontificale di Pasqua, il nostro vescovo Mario, ha celebrato nel Duomo quasi deserto, presenti alcuni rappresentanti delle Forze dell’Ordine, l’Arma dei Carabinieri e la Polizia di Stato. Nella sua omelia, il Vescovo si è rivolto ai ragazzi, ai loro fratelli maggiori (adolescenti e giovani), agli adulti (genitori e zii) e poi ai nonni e ai bisnonni.
Ha parlato del paese delle tenebre, dove si aspettava che dopo il tramonto sorgesse il sole, come succedeva sempre fin dall’inizio del mondo. E, invece, il sole non è sorto. Così il paese è diventato il paese delle tenebre, la terra dell’oblio, dove non si distinguono i colori e dominano il grigio e il nero.
Eppure, in questo mondo desolato, qualcosa rimane: l’attesa.
Maria di Magdala vede il Crocifisso risorto: “Maestro”, lo chiama. Dentro s’è accesa la luce di Pasqua. Da qui la speranza e l’impegno di riuscire a comportarsi come figli della luce dalla quale vengono parole nuove: Dio si chiama Padre, il tempo si chiama occasione, la vita si chiama vocazione. Dentro s’è accesa la luce e uno sguardo nuovo visita il mondo: la persona che incontro si rivela sorella, fratello e si può scrivere una storia nuova: sembra che non sia cambiato nulla, invece il paese delle tenebre è diventato rivelazione. La terra è piena della gloria di Dio-

Con l’augurio che il meditare lungamente, come ci insegna la liturgia, la festa della Pasqua, nello svolgersi di questa Ottava, ci aiuti a lasciar andare lontano ogni paura e scacciare il timore perché il Signore è risorto. E nell’attesa che, con lui, risorgiamo anche noi, sua comunità di fratelli e sorelle.

d. Enrico e i Sacerdoti della Comunità
con Roberta e fr. Michele

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