Giorni insoliti

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Giorni insoliti


Un grande silenzio domina lo spazio sacro delle nostre chiese.
In Passione, qui voglio sostare, tacciono persino le esercitazioni musicali del Conservatorio che normalmente attraversano le spesse pareti della basilica.
Anche i credenti del turismo religioso, armati dei dispositivi con la spiegazione delle opere d’arte, sono spariti.
Mentre mi aggiro fra le panche dell’ottagono, i due grandi ceri rossi ai lati dell’altare sembrano animarsi e guardarsi, interrogandosi su che cosa stia succedendo.
Dalla splendida porta del tabernacolo, un capolavoro in onice che presenta un’ostia grande con la croce al centro e Maria e Giovanni ai lati mentre un angelo cala il cartiglio con le parole della consacrazione, sembra giungere una voce: “tutti sono presi da timore e fuggono; li dobbiamo capire ed aiutare”.

Camminavamo sulle acque ma ad un certo punto abbiamo sentito di dover gridare aiuto. Da allora abbiamo evitato di rischiare.
Giro lo sguardo fra un arcata e l’altra e ho come l’impressione del vociare di una vita che vi scorre dentro, delusa del non avere nessuno cui raccontarsi; i ritratti del seicento lombardo in due lunghe file osservano attoniti la navata centrale il cui il silenzio è rotto soltanto da piccoli scricchiolii dei legni delle panche che sembrano voler richiamare ad un “c’è posto, venite”….
Mi fermo e smetto di far spazio a questa specie di geremiade sulle chiese sotto vuoto. Faccio spazio all’occasione della situazione, come direbbe il nostro Delpini arcivescovo. Certo gemo sui disastri dei contagi che hanno condotto a negare l’assemblea orante, ma posso riscoprire il senso del sacro che forse può smarrirsi nella normalità dei tempi di abitudine e ripetitività. Vorrei cadere in ginocchio spinto dalla pressione di milioni di fogli di vangelo sospesi nello spazio e di infinite parole di preghiera che abitano da sempre il tempio.
“Grazie e scusa”, butto là verso la Cena di Gaudenzio.
Sto per uscire ricco dentro e bisognoso di dire; allungo la mano verso l’acquasantiera. Ah, già, anche l’acqua benedetta è sparita. Esco; mi avvio pensieroso a fare un po’ di spesa. Le porte scorrevoli rilasciano carrelli stracolmi; inevitabilmente, penso “Ma tutta quella gente non tiene le distanze e continua a celebrare il rito della spesa, ma la messa no, troppo pericolosa; che ne sarà di quelle persone che passano la giornata a scansionare codici a barre e prendere soldi e dare resti, e dover sorridere senza paure”.
A casa trovo un’intervista a Franco Cardini: leggo, mi colpisce; trascrivo per chi vorrà leggere con me.
«In Italia e in Occidente si osserva una reazione infantile. I numeri attuali dell’emergenza dovrebbero indurci a un atteggiamento responsabile. E cioè, come credenti, dovremmo pensare che ogni giorno nel mondo muoiono migliaia di bambini per fame o per mancanza di cure. Se non si fa questa distinzione, ogni ragionamento è falsato….. Le cause dell’epidemia venivano rintracciate nella corruzione dell’aria o negli influssi delle stelle, ma in passato prevaleva la granitica convinzione che tutto fosse sovrastato dalla volontà divina. Dall’Illuminismo in poi, invece, l’Occidente ha cominciato a ragionare per individui e non come collettività. E questo è un grave errore perché, come ci ricorda Papa Francesco, non si devono confondere gli individui con le persone. Si è persona se si entra in relazione con gli altri, relativizzando se stesso rispetto alla società. Aver reciso il cordone con il sacro ha portato ad assolutizzare l’individuo e ciò spiega perché ci comportiamo da bambini sciocchi davanti al Coronavirus. Noi occidentali abbiamo scoperto una quantità di cose, abbiamo fatto progredire la conoscenza umana ma abbiamo perso il senso del sacro».

Troppo, direte voi; forse sì! Ma anche una bella provocazione a pensare.

 

Don Augusto Casolo

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Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi.
Stanotte per la prima volta ero sveglia
al buio con gli occhi che mi bruciavano,
davanti a me passavano immagini
su immagini di dolore umano.
Ti prometto una cosa, Dio,
soltanto una piccola cosa:
cercherò di non appesantire l’oggi
con i pesi delle mie preoccupazioni per il domani –
ma anche questo richiede una certa esperienza.
Ogni giorno ha già la sua parte.
Cercherò di aiutarti
affinché tu non venga distrutto
dentro di me,
ma a priori non posso promettere nulla.
Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me,
e cioè che tu non puoi aiutare noi,
ma che siamo noi a dover aiutare te,
e in questo modo aiutiamo noi stessi.
L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi,
e anche l’unica che veramente conti,
è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio.
Forse possiamo anche contribuire a disseppellirti
dai cuori devastati di altri uomini.
Sì, mio Dio, sembra che tu non possa far molto
per modificare le circostanze attuali
ma anch’esse fanno parte di questa vita.
Io non chiamo in causa la tua responsabilità,
più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi.
E quasi a ogni battito del mio cuore,
cresce la mia certezza: (…)
tocca a noi aiutare te,
difendere fino all’ultimo la tua casa in noi.
Esistono persone che all’ultimo momento
si preoccupano di mettere in salvo
aspirapolveri, forchette e cucchiai d’argento –
invece di salvare te, mio Dio.

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