Appuntamento ad Assisi

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Da là eravamo partiti, all’inizio d’agosto, nel giorno del perdono. Là ritorniamo, aprendo ottobre, dove ci attende un pellegrino speciale: il Papa che porta il nome di S. Francesco.
In quella basilica ricca di storia sacra, il Papa andrà per firmare la sua nuova enciclica che intitolerà “Fratelli tutti”, un documento sulla fraternità e sull’amicizia sociale, che esce in un momento della storia segnato da una triplice crisi mondiale: socio-economica, ecologica e sanitaria. Non conosciamo ancora il testo ma sappiamo che vuol essere in continuità con le due precedenti encicliche ed in particolare con la “Laudato si’”. Siamo certi che il 4 ottobre, Domenica che il vescovo Delpini ha chiamato dell’Ulivo con un forte riferimento alla pace pasquale, il testo papale ci indicherà nuove strade da percorrere .

Pellegrini, ci siamo voluti chiamare. La vita come pellegrinaggio; non semplicemente persone in marcia, ma pellegrini. La differenza sta nel modo di vivere l’andare. Avere una meta è il comune denominatore, ma non basta. Ci vuole uno stato interiore particolare; uso qualche qualifica: contemplante, indagante, devoto! Il passo non può che essere lento, rispettoso e leggero, quasi a non voler disturbare il terreno e il suo attorno. A queste condizioni gli occhi si aprono a riconsiderare quel che appare: sapere se va bene, se è naturale, se generativo, e se, diremmo oggi, è sostenibile.
Gli sguardi sono assuefatti al presente e sono tentati di accoglierlo acriticamente. Poi, di fronte a qualche sgradevole circostanza: calamità, disastri, incidenti, guerre, malattie, e poi la pandemia, il tutto fa sorgere importanti interrogativi. Abbiamo sbagliato passo e imboccato sentieri strani e labirintici? Non ci siamo messi in ascolto di persone e cose?
Gli antichi ebrei si erano inventati un sistema di verifica del pellegrinaggio umano; l’avevano chiamato “giubileo”: un anno ogni cinquanta in cui si fermava tutto. Debiti cancellati, terra messa a riposo, riconciliazione fra i distanti. Insomma era un modo per inseguire un giusto assetto sociale e per mantenere una coerenza di cammino.
Invece noi non abbiamo tempo per la sosta, per la verifica dell’operato; il sistema non può essere fermato altrimenti è la fine. Ma un arresto forzato si è verificato; non voluto ma crollato addosso con l’arrivo del covid. Le conseguenze devastanti sono sotto i nostri occhi: crisi, povertà aumentate, incertezza sul futuro, e tanto altro. Il mondo organizzato sta cercando di mettere a punto piani per sconfiggere il virus e le sue complicazioni socioeconomiche. Il lockdown, meglio la clausura, non poteva essere pienamente un diverso Giubileo? Non lo è stato.
Abbiamo ripreso lavoro, scuola e tanto altro: non siamo liberi dai pericoli della malattia e il futuro si rannuvola di preoccupazione.
Ecco perché il nostro cammino assume una grande importanza: siamo partiti da quel giorno d’inizio agosto, giorno del perdono, perché abbiamo sentito la necessità di un cambiamento nel profondo del cuore. Se non c’è quello stato interiore descritto sopra, non ci saranno nemmeno frutti duraturi di cambiamento.
Papa Francesco, nella “Laudato si'” raccomandava:
“La sobrietà e l’umiltà non hanno goduto nell’ultimo secolo di una positiva considerazione. Quando però si indebolisce in modo generalizzato l’esercizio di qualche virtù nella vita personale e sociale, ciò finisce col provocare molteplici squilibri, anche ambientali. Per questo non basta più parlare solo dell’integrità degli ecosistemi. Bisogna avere il coraggio di parlare dell’integrità della vita umana, della necessità di promuovere e di coniugare tutti i grandi valori. La scomparsa dell’umiltà, in un essere umano eccessivamente entusiasmato dalla possibilità di dominare tutto senza alcun limite, può solo finire col nuocere alla società e all’ambiente. Non è facile maturare questa sana umiltà e una felice sobrietà se diventiamo autonomi, se escludiamo dalla nostra vita Dio e il nostro io ne occupa il posto, se crediamo che sia la nostra soggettività a determinare ciò che è bene e ciò che è male”.

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Questa nostra strada intrapresa fra gli ulivi, che abbiamo chiamato “Via dell’umanità”, comincia a rivelarci importanti messaggi. Ci arrivano da incontri, letture, dialoghi e ricerche. Sono realmente infinite le possibilità di acquisire consapevolezza, in ogni istante, sapendo ascoltare.

Abbiamo così deciso di raccoglierne alcuni, per ora estrapolandoli dai contenuti pubblicati in questo sito, di valorizzarli per renderli più evidenti, come se fossero delle risposte alle nostre richieste di indicazioni sulla strada da seguire verso un luogo da raggiungere a noi ancora ignoto.

Immaginiamo di incontrare quei vecchi del posto, come ancora si vedono nei paesi, dai volti intensi di verità vissute, di chiedere a loro una piccola informazione e di ricevere molto di più: un sorriso aperto, due occhi vivaci e limpidi che esprimono ospitalità e simpatia e indicazioni sicure di chi sa e conosce da sempre quei luoghi, consigli sulla strada migliore, più breve, meno accidentata, più sicura ma anche più bella e sociale.
Non un’informazione quindi ma un insegnamento, una condivisione di esperienza di vita, che ci dona pienezza e ci fa sentire accolti e protetti. Tutti noi, viaggiando, abbiamo forse provato questa sensazione.

Cominciamo così oggi, prima domenica dopo il martirio di san Giovanni il precursore, a raccogliere parole, per tenerle presenti, per non dimenticarle.

Si tratta di frasi brevi e immediate, contenuti importanti che non temono il fallimento di un progetto utopico, perché, per loro essenza, sono animati da inesauribile vitalità e da un’energia che muove verso quel nuovo ‘originario’ che è il messaggio universale di Gesù, sempre immenso e decisivo nell’attivare trasformazioni profonde nelle persone.

 

Dalle Letture:

“Fratelli, nessuno vi inganni con parole vuote: per queste cose infatti l’ira di Dio viene sopra coloro che gli disobbediscono.
Non abbiate quindi niente in comune con loro. Un tempo infatti eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità. Cercate di capire ciò che è gradito al Signore. Non partecipate alle opere delle tenebre, che non danno frutto, ma piuttosto condannatele apertamente. Di quanto viene fatto da costoro in segreto è vergognoso perfino parlare, mentre tutte le cose apertamente condannate sono rivelate dalla luce: tutto quello che si manifesta è luce.
Per questo è detto: «Svégliati, tu che dormi, risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà”.

Lettera di san Paolo apostolo agli Efesini 5, 6-14 (dalle Letture del 30.08.2020)

 

Dalle Omelie:

 

“Anche ai nostri giorni sembra che il nuovo, il giusto ed il vero non riescano ad affermarsi se non in modo sporadico e provvisorio”(…)

“Non possiamo e spero non vorremo limitarci ad imboccare una strada di preghiera e devozione intimista e chiusa verso il mondo esterno; del resto non mi piace neppure la via di chi si ferma alla pura denuncia: non ci conforta gran che il fatto che la storia ricordi Erode come un re assassino, e insieme a lui i suoi emuli del passato e dell’oggi.
Proviamo a valorizzare invece tutti i tentativi (e non sono pochi) di realizzare oasi di pace e dialogo, di organizzare strumenti per sostenere le fasce più deboli dell’umanità; solo mettendo in evidenza il bene già in atto si può dare un corpo reale all’utopia e rinfocolare la speranza della nuova terra.

Don Augusto Casolo (Omelia del 30.08.2020)

 

“Conoscere chi è Gesù: Gesù è questo, prima di tutto: l’accoglienza” (…)

“Vedete, Il nostro brano ha raccontato il ritorno degli apostoli, ma non ha raccontato l’invio. Ebbene il racconto dell’invio, a mio avviso, è molto significativo. Viene detto per che cosa li inviò. Sentite: “E li mandò ad annunziare il regno di Dio e a guarire gli infermi” (Lc 9,2)”.
Voi mi capite, anche per i discepoli, come per Gesù, una cosa e l’altra insieme: annunciare il regno e guarire. Mai una cosa senza l’altra.

“…il verbo guarire ha mille sfaccettature. Proprio per questo è luminoso. E la domanda che subito mi batte nel cuore è questa. “Ma io, nella mia vita, ho mai guarito qualcuno?” O, forse meglio: “Ho cercato di guarire qualcuno? Mi sono preso cura di persone, di situazioni? Per sollevare da depressioni e degrado? A livello personale, ma anche a livello ecclesiale, a livello sociale? Contro la cultura dello scarto? Ho asciugato qualche lacrima negli occhi di qualcuno? Lascio a voi declinare il verbo “guarire”.

Don Angelo Casati (Omelia del 30.08.2020)

Dalla Comunità:

 

Non sempre camminare in silenzio è segno di assenza di parola; può essere ascolto dell’altro; al contrario talora l’ascolto non è in funzione del capire ma solo la ricerca di cosa rispondere.

Una fedele, 09.09.2020

Un certo silenzio ci accompagna nel cammino; di che si tratta? Raccoglimento meditativo? No, sembra piuttosto un segno di sconforto osservando la negatività che ci circonda. Un male che toglie la parola.
Eppure la “Via dell’umanità” che stiamo percorrendo dovrebbe essere anche “canto”! Coraggio allora, andiamo avanti cercando nuova luce.. pensiamo al silenzio di Maria all’Annuncio dell’Angelo che prelude al Magnificat, meraviglioso canto che annuncia la nuova vita. Un ascolto che rigenera.

Una fedele, 10.09.2020

 

Proseguiamo intanto verso la Domenica dell’Ulivo, una meta, un luogo, una nuova festa che ci attende all’arrivo, dove poterci fermare e condividere idee per un impegno diverso.

 

Per partecipare: info@santiporfeti.it


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Ci siamo mossi da Assisi raccogliendo il frutto del perdono. Abbiamo fatto sosta davanti alla grande icona di Maria Assunta. In Lei abbiamo rimeditato e ricompreso il congiungersi di cielo e terra: qualcosa di assolutamente normale se pensassimo più spesso a Nazareth, a Betlemme e al sepolcro vuoto. Al tempo stesso qualcosa di straordinariamente ordinario ai nostri occhi distratti.
Rinvigoriti dalla sosta, riprendiamo il cammino; siamo attesi alla festa del Duomo dell’8 Settembre e alla meta degli ulivi il 4 Ottobre.

Eccoci sulla strada intrapresa, vogliamo darle un nuovo nome: “Via dell’umanità”.

Immaginando infiniti sentieri che conducono a chi chiama, inascoltato, a chi urgentemente ha la necessità di trovare aiuto, amore, conforto, pace.. Quanti sono, piccoli e grandi, giovani e vecchi, coloro i quali, da lontano, in realtà da vicino se cominciamo a sentire veramente, chiedono giustizia!


Allora, saliamo più in alto, per vedere meglio e cominciamo a cercare, rintracciare quelle voci mute, spesso spente dalla rassegnazione e dall’impotenza.

Pensiamo, simbolicamente, al colle in cui si trovava la chiesa di San Damiano che S. Francesco riparò, rispondendo alle parole del Crocifisso: “Va’ e ripara la mia chiesa che come vedi è in rovina» (1205).

Percorrendo questa nuova via, possiamo costruire sentieri e dimore per accogliere e proteggere, come ha fatto S. Francesco, cercando di fare nostro il suo sguardo, che vede dentro, che spazia oltre ogni vincolo e convenzione, animato soltanto dall’amore, la forza più grande che tutti ci unirebbe… se solo lo volessimo.

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Agosto inizia con la parola “Perdono”: è il frutto della preghiera con la quale San Francesco si rivolse al papa Onorio III.
Le indulgenze sono un capitolo spesso inquietante della vita ecclesiale di certi secoli; vogliamo leggere nel gesto voluto dal Santo di Assisi la meditazione sulla inesauribile misericordia divina che incontra tutte le nostre incoerenze e fragilità.
La Porziuncola, la chiesetta che sta dentro alla basilica di S. Maria degli Angeli, è il segno di quella “rivoluzione costruttiva”, che prende le mosse dal perdono per incamminare i cristiani verso il servizio del vangelo.
Ci pare bello che a partire dal mese d’agosto anche la nostra comunità pastorale si voglia mettere in viaggio, forte del santo perdono, per un cammino di purificazione, di ricerca della sapienza del cuore, di tensione verso la comunione fraterna, di riparazione delle ferite inferte ai più deboli. È questo il momento buono per prepararsi: avremo poi alla festa del Duomo l’8 settembre l’incoraggiamento del nostro arcivescovo per affrontare al meglio la nuova stagione.
Può sorgere la domanda: “Ma dove vogliamo arrivare?” Mentre osservo lo skyline della nostra metropoli, vado in cerca di una parola che possa ridefinire la città e i suoi quartieri secondo lo stile del cammino intrapreso: mi viene in mente la parola “casa nostra” o meglio ancora “nostro villaggio”. È lì che dovremmo arrivare, non chissà dove. L’icona evangelica di riferimento potrebbe essere Betania, villaggio del pane condiviso e dell’amicizia.
Ci sarà una tappa speciale nel cammino: il 4 ottobre, festa del Santo, diventa Domenica dell’Ulivo: Delpini ha voluto così salvare quella domenica delle Palme che il Covid ci ha negato. L’albero amato da Gesù, che nell’orto degli ulivi, ha consegnato il suo amore e le sue lacrime alla città, sarà il segno che ci parlerà di Lui, accompagnerà il nostro andare e ci riporterà continuamente nella giusta direzione.

don Augusto Casolo

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Il nuovo documento della Congregazione per il clero, appena pubblicato, ha per titolo La conversione pastorale della comunità parrocchiale al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa.
La stampa ne ha parlato solo per alcuni aspetti marginali: la questione delle tariffe parrocchiali per i sacramenti e la possibilità data ai laici di conferirne alcuni stante la ormai cronica insufficienza del numero dei preti.

Citiamo il teologo Francesco Cosentino: “Il documento della Congregazione per il clero nasce dall’esigenza di cercare con creatività strade nuove perché il vangelo sia annunciato senza lentezze, come auspicato più volte da papa Francesco, anche attraverso un ripensamento/rinnovamento della forma parrocchiale.
L’Istruzione, perciò, intende offrire «strumenti per una riforma, anche strutturale, orientata a uno stile di comunione e di collaborazione» (La conversione pastorale, n. 2), in linea con quella trasformazione auspicata da papa Francesco in Evangelii gaudium, perché la parrocchia diventi un canale missionario di evangelizzazione e non un apparato che mira all’autopreservazione”.


Chi volesse cimentarsi nella lettura del testo definito in Vaticano nella categoria delle “Istruzioni”, un po’ lungo per la verità, lo può trovare QUI.


L’invito del nostro vescovo Delpini, nella sua lettera di inizio anno pastorale, fa proprio riferimento alla ricerca del dono della sapienza per essere in grado di interpretare il tempo e per offrirgli il vangelo; alle comunità parrocchiali è affidato questo attraente e difficile impegno.

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È tradizione ambrosiana che in occasione della festa del Duomo, l’8 settembre, il vescovo scriva ai fedeli le note per l’apertura di un nuovo anno pastorale; mons. Delpini, ormai da tre anni arcivescovo, ho introdotto una novità: pubblica la lettera pastorale all’inizio della stagione estiva e non più alla vigilia della natività di Maria a settembre. In pratica vuole che facciamo i compiti delle vacanze!

Il titolo scelto al nuovo testo è tratto dal libro biblico di Ben Sirah, più comunemente detto “il Siracide”, e suona così « Infonda Dio sapienza nel cuore».
Un’invocazione dunque, affinché ci sia dato di capire quali possano essere le direzioni, le scelte e le modalità più adatte al tempo incerto fra pandemia prolungata e insicurezza sociale; dice Delpini: “Non è più tempo di banalità e di luoghi comuni, non possiamo accontentarci di citazioni e di prescrizioni. È giunto il momento per un ritorno all’essenziale, per riconoscere nella complessità della situazione la via per rinnovare la nostra relazione con il Padre”.

Il lavoro che le comunità cristiane hanno da affrontare dovrà essere accompagnato dalla meditazione assidua e condivisa del libro del Siracide.
Il volume che il vescovo ci offre (presente in libreria e online nel sito della diocesi) comprende due sezioni: il testo della proposta pastorale 2020-2021, che affronta in modo articolato i temi insorti in seguito ai difficili mesi trascorsi, e la Lettera per l’8 settembre, inizio dell’anno pastorale. Ogni tempo liturgico vedrà poi pubblicata una lettera di Delpini di introduzione al momento dell’anno liturgico (Avvento/Natale, Quaresima/Pasqua e Pentecoste).

Il nostro arcivescovo preannuncia fra l’altro una giornata speciale: la “Domenica dell’Ulivo”, nella memoria liturgica di San Francesco (4 ottobre). «Vogliamo ricordare l’immagine della colomba che porta in becco una fogliolina di ulivo per annunciare a Noè che l’alluvione è finita e che la terra si predispone a tornare di nuovo un giardino», spiega Delpini. Nella scelta di quel simbolo c’è un richiamo alla benedizione dei rami di ulivo che non si è potuta fare la Domenica delle Palme a causa della pandemia.
Il lungo lokdown ci ha insegnato che non è possibile andare avanti senza ascolto, silenzio, condivisione, preghiera: l’estate si apra nel segno dell’invocazione della sapienza!

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COMMISSIONE CARITAS “SANTI PROFETI”
Anno Pastorale 2019 – 2020

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“… RIMANGONO QUESTE TRE COSE: LA FEDE, LA SPERANZA E LA CARITA’, MA LA PIU’ GRANDE DI TUTTE E’ LA CARITA’ ! ” ( 1 Cor. 13,13 )

 

Care amiche e cari amici, fine giugno 2020. Mesi strani e tempo trascorso come mai avremmo pensato potesse accadere. Stiamo tornando alla normalità? Forse.
Sentiamo un pò tutti il bisogno di ricominciare; ma le ferie estive alle porte spostano più in là il nuovo inizio. Queste brevi comunicazioni servano a non perderci di vista.
Non abbiamo potuto completare il nostro calendario delle domeniche Caritas: era pensato come il modo per far sentire a tutti i partecipanti alle celebrazioni eucaristiche l’importanza dell’essere comunità della carità, comunione nella fede, convivialità nella diversità, promozione di speranza.
La tecnologia peraltro, tanto deprecata per la sua invasività, ci è stata d’aiuto per restare in collegamento. Ognuno potrà testimoniare come sono state portate avanti nell’emergenza della pandemia le consuete attività.
Vi sono domande, quelle sorte nei giorni più difficili di marzo e aprile, che attendono risposte e verifiche.
In una parola: Come valorizzare il diverso ordine di valori imposto dalla terribile malattia? Siamo pronti a farne il modello del futuro o lo archiviamo come pura parentesi non voluta?
Pensando alla disponibilità di tantissime persone, talora addirittura fino al dono totale della vita, non pensiamo che il servizio all’altro debba trovare una disponibilità più generosa?

A settembre ci incontreremo in presenza e proveremo a scambiare le risposte trovate.

In attesa di incontrarci un caro saluto.

Don Augusto Casolo
Mariagrazia Bertolini

Milano, 25 giugno 2020


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Pastorale Giovanile e Oratorio

Segno di estroversione

In Avvento l’Oratorio, in collaborazione con la Caritas della Comunità pastorale, ha suggerito alle famiglie di sostenere la piccola comunità di Cesolo, colpita dal terremoto delle Marche nel 2016, nella ristrutturazione del container dove attualmente la Comunità cristiana si trova a celebrare la Messa in questo stato, purtroppo, ancora di emergenza.

Ciascuno poteva contribuire con quanto poteva attraverso il salvadanaio in Oratorio o attraverso bonifico. Con i ragazzi delle medie abbiamo realizzato e organizzato la vendita di alcune casette in creta, come piccolo addobbo natalizio.
Il preventivo per le riparazioni era di circa 3000,00 euro e noi siamo riusciti a raccogliere 2560,00 euro…..direi che l’obiettivo è stato centrato…. ( il lavoro dei ragazzi delle medie ha contribuito con 635,00 euro, il resto in offerte).
Ringraziamo ciascuno : da chi ha versato un bonifico di 500,00 euro a chi ha messo 5,00 euro nel salvadanaio….. credo che ciascuno abbia dato secondo la sua misura e questo mi pare un buon esercizio!
Nei giorni scorsi ho sentito telefonicamente don Luca, il responsabile della Comunità che ci ringrazia calorosamente, ma che mi ha anche raccontato dell’immobilità che ancora vede intorno a sé……
Non abbiamo cambiato il mondo…. certamente ci siamo educati a guardare un po’ fuori da noi stessi e dalle nostre preoccupazioni…. questa mi pare una azione profondamente evangelica ” perché accettiamo veramente di entrare in contatto con l’esistenza concreta degli altri e conosciamo la forza della tenerezza.
Quando lo facciamo, la vita si complica sempre meravigliosamente e viviamo l’intensa esperienza di essere popolo “, non soggetti singoli gettati nel mondo!

Roberta Casoli


Testimonianze sulle attività dei gruppi caritativi durante l’emergenza covid 19


Associazione Amici dell’Olivo – Fondazione Don Carlo Costamagna

E’ inutile dire quanto sia stato faticoso questo lungo periodo di lockdown.
Per i nostri ragazzi, abituati a condividere giornalmente ore di lavoro e amicizia all’Olivo, trovarsi privati improvvisamente di questo rapporto è stato traumatizzante. Abbiamo tentato di supplire con degli incontri virtuali, intrattenendoli con lezioni di ginnastica, cucina,giochi, tombole, battaglie navali ecc. Erano felici di poter trascorrere qualche ora insieme.
Abbiamo anche festeggiato i compleanni in questo modo “virtuale”. Purtroppo non tutti hanno potuto partecipare, perché le famiglie non erano in grado di collegarsi e in questo caso il contatto è stato esclusivamente telefonico. Non abbiamo abban- donato nessuno.
Non sappiamo come, quando e in che forma riprenderanno gli incontri.
Le disposizioni cambiano continuamente e certo non rendono le cose facili.
Come sempre non ci arrenderemo e troveremo una soluzione per non perdere completamente tutto quello che abbiamo faticosamente costruito dal 1986.
Sono certa che saremo aiutati da tanti, sia dall’Alto quelli che ci hanno lasciato, sia da quelli vicini che credono in questa iniziativa.

Anna Ciocca


Centro aiuto alla Vita – Movimento per la Vita Ambrosiano

In febbraio, in occasione della 42° Giornata per la Vita è stato allestito un banco vendita per raccogliere fondi per le varie iniziative in favore della Vita.

Sono stati incassati:
€ 2.030,00 dal banco di vendita.
€ 500,00 Offerte per il progetto Gemma.
€ 1.000,00 Offerte raccolte durante le Sante Messe nella Comunità Santi Profeti.

Sono stati destinati:
€ 1.000,00 al Progetto Gemma, iniziato nel Febbraio 2019 e che si è concluso.
€ 500,00 al Movimento per la Vita Ambrosiano.

€ 500,00 al Centro aiuto alla Vita.

Restano a disposizione € 1.530,00 per un nuovo Progetto Gemma che dobbiamo ancora decidere quando iniziare.

Luisita Brambilla


Gruppo Volontarie San Babila

Ripassando un ABC condiviso dalle volontarie di San Babila, si scopre come in trent’anni di presenza siano state fatte cose molto importanti. Ma ciò che la storia riferisce non è tanto il numero delle iniziative portate avanti quanto lo spirito che le ha animate. E’ stato lo spirito di servizio alla comunità teso a favorire l’incontro delle persone, il sostegno alle opere parrocchiali, l’attenzione alle persone in difficoltà. Oggi le volontarie sono rimaste un piccolo gruppo : come tante altre realtà di volontariato nate negli ultimi anni del secolo scorso, ai nostri giorni si evidenzia il problema della mancanza di staffettiste che prendano il testimone di chi non c’è più o di chi è troppo avanti negli anni per poter correre ancora.

La società attorno è cambiata: le mamme o le giovani nonne sono troppo assorbite dal lavoro e dalla propria realtà famigliare. Forse non hanno raccolto quella spinta a donarsi al di fuori del guscio di casa per diventare soggetti di solidarietà e di comunità più ampia.

Le volontarie rimaste sono comunque pronte alla chiamata del nuovo anno; insieme si potrà lavorare per progettare la ripresa e riproporre i venti spunti di vita che l’ABC di un tempo ha consegnato.

Margherita Groppelli


San Vincenzo – Conferenza San Babila

L’attività della Conferenza di San Babila in questi mesi è stata, come ben si può immaginare, molto modificata.
– Le visite domiciliari sono state sospese. I volontari sono stati vicini agli assistiti tramite telefonate.
– Il doposcuola ha funzionato solo parzialmente con educatori della Cooperativa

Spazio Aperto tramite videochiamate WhatsApp.
– Grazie al nostro interessamento il Consiglio Centrale della San Vincenzo ha contribuito all’insonorizzazione del locale doposcuola nella Parrocchia del Santo Curato d’Ars con
€ 5.000,00.

– Con il sostegno di alcune generose offerte, abbiamo potuto aiutare le famiglie della suddetta Parrocchia del Giambellino con buoni spesa per un importo di € 5.500,00.
–  Il Parroco Don Renzo ci ha precisato che con Noi, il Comune, la Fondazione Cariplo e altri hanno potuto aiutare circa 850 Famiglie, prevalentemente con pacchi alimentari.

Silvana Bonci


San Vincenzo – Conferenza San Francesco di Paola

In questo periodo di clausura abbiamo dato ogni 15 giorni il nostro aiuto alle nostre famiglie della Bovisasca e di Bruzzano con l’aiuto di una volontaria della Bovisasca, che faceva la raccolta nelle nostre portinerie dei soldi, consegnandoli alla Suora che poi pensava a distribuirli.
E’ stato dato un computer ad un ragazzo per seguire le lezioni ed è stata pagata una ragazza per aiutare una giovane al primo anno delle superiori.
Abbiamo tenuto rapporti telefonici con le famiglie e con la Suora per farla sentire meno sola. Ora vado con una consorella a portare il nostro contributo presso la casa della Suora, perché non mi fido ancora ad entrare nelle case.

Maria Pia Locatelli

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Omelia dell’Arcivescovo mons.  Delpini

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Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù
In suffragio dei consacrati defunti nell’anno

CELEBRAZIONE EUCARISTICA
Milano, Duomo – 18 giugno 2020

 

 

1. Hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti.

I sapienti sono rimasti all’oscuro. I sapienti sono stati consigliati dal serpente, hanno mangiato dell’albero della conoscenza del bene e del male. I sapienti hanno conquistato ciò che era precluso, hanno trovato necessario conoscere non solo il bene, ma anche il male. Il frutto dell’albero si è rivelato amaro e perciò i sapienti hanno conosciuto l’amarezza e si sono convinti che proprio questo è il vertice della sapienza, questa è l’ultima scoperta: il pensiero triste, la sapienza amara.
Hanno dunque coltivato il pensiero triste, hanno insegnato l’etica della rassegnazione, hanno definito i limiti del bene, assediato da ogni parte del male, dalla morte, dal nulla. Questi sapienti rimasti all’oscuro, maestri del pensiero triste, educatori dell’etica della rassegnazione abitavano una volta nelle città delle sponde del lago, a Corazin, a Betsaida a Cafarnao (Mt 11,20-24): hanno sentito il suono del flauto e l’invito alla festa, ma non si sono uniti alla danza, hanno sentito il canto del lamento (cfr. Mt 10, 17), ma non si sono battuti il petto per convertirsi, hanno sentito annunciare il Regno vicino (Mt 10,7).
Si ha però l’impressione che i maestri della tristezza e della rassegnazione abbiano avuto discepoli anche in altre città e in altri tempi.
Se noi fossimo discepoli dei maestri della tristezza, questa nostra celebrazione sarebbe triste: il ricordo dei fratelli e delle sorelle che sono morti quest’anno, secondo il pensiero della tristezza, sono perduti per sempre, il nostro ricordo è solo rammarico per la loro irrimediabile assenza, la nostra riconoscenza per il bene che abbiamo ricevuto dal loro ministero e della loro testimonianza è senza interlocutori: infatti a chi diciamo grazie se sono finiti nel nulla? Il bene da loro compiuto è contenuto nei limiti imposti dal male e la morte, il nulla finisce per inghiottire tutto e tutti: è solo questione di tempo.

 

2. Queste cose le hai rivelate ai piccoli.

Noi però non siamo discepoli dei maestri della tristezza, ma del Figlio che ha rivelato il Padre. Non ci vantiamo di una sapienza conquistata con la trasgressione, ma accogliamo con gratitudine la verità rivelata dall’unico Maestro. Nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo (Mt 11,27).
Nella rivelazione della verità del Padre abbiamo trovato ristoro anche se la vita ci ha stancato e abbiamo sentito l’oppressione del male e della morte.
Abbiamo accolto l’invito: venite a me e siamo venuti, abbiamo appoggiato il nostro capo sul petto di Gesù, come il discepolo amato, per ascoltare il cuore mite e umile del Signore e troviamo ristoro per la nostra vita, secondo la sua promessa (Mt 11,29). Lasciamo perdere il pensiero triste e ci rallegriamo della verità beatifica, respingiamo l’etica della rassegnazione e pratichiamo la virtù della speranza.
Perciò la nostra celebrazione è piena di fiducia perché il nostro ricordo dei confratelli e consorelle defunti non è solo il ricordo di persone care irrimediabilmente perdute, ma piuttosto la consolazione di riconoscere che condividiamo la comunione dei santi. Il Padre ha reso partecipi della sua vita tutti noi e i nostri morti sono vivi presso Dio e continuano a volerci bene, a pregare con noi, a suggerirci motivi di speranza, a indicarci percorsi che non deludono.
Crediamo la comunione dei santi.
Perciò la nostra celebrazione è eucaristia, rendimento di grazie, riconoscenza. Nella comunione dei santi la verità delle persone risplende in modo più essenziale e così conosciamo meglio coloro che hanno condiviso un tratto del nostro cammino terreno. Guardiamo con maggior benevolenza ai loro limiti, riusciamo a intuire con maggior intelligenza le loro buone intenzioni, il bene che ci hanno voluto, l’amore con cui continuano ad amarci, raccogliamo con più costruttiva saggezza il loro insegnamento. Nella comunione dei santi trova compimento anche l’incompiuto: quello che si sarebbe voluto dire e che è rimasto taciuto, quelle manifestazioni d’affetto che sono state trattenute, le opere buone che sono state mortificate dall’approssimazione, dalla fretta, da modi di fare goffi e maldestri.

Nelle mie intenzioni questa celebrazione di suffragio per i preti defunti dovrebbe essere un appuntamento annuale in cui il presbiterio diocesano celebra e professa la comunione dei santi.
In questo anno drammatico i morti sono stati più numerosi e molti hanno percorso l’ultimo tratto di strada in una solitudine straziante. Vogliamo ricordarli questa sera per nome, preti, consacrati e consacrate, come per dire a ciascuno quella vicinanza che non siamo riusciti a esprimere, non per rimediare a un infondato senso di colpa, ma per celebrare la comunione dei santi, dove ogni vita trova ristoro, nella comunione eterna e beata con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

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Forse non è chiaro a tutti che significa “diaconia”. Il greco antico dice che la parola “diacono” definisce una persona che serve gli altri. Dal servitore al servizio ecco la diaconia. Ma oggi a che cosa si riferisce questo sostantivo? Fatto salvo il tema del servire, la Chiesa ha scelto l’espressione per definire così le persone che sono state destinate dal vescovo alla cura della comunità in modo continuativo. Con una parola più ordinaria potremmo dire che la diaconia è il gruppo responsabile delle scelte che la comunità cristiana adotta per essere viva e presente in un territorio.
Fatta questa premessa, possiamo fare un breve report sulle cose emerse nella riunione di diaconia del giorno 3 giugno.
Dapprima ci siamo chiesti come si sono svolte le prime due domeniche dopo il lockdown: tutti hanno parlato dell’apprensione iniziale insieme alla gioia del ritrovarsi. La messa è il momento generativo della comunità oltre che il sostegno dei singoli!
Le celebrazioni si sono svolte in modo tranquillo e qui va detto un enorme grazie ai parrocchiani che si sono offerti volontari per i vari compiti di accoglienza dei fedeli; un ringraziamento va in particolare ai membri dell’ Ordine di Malta: l’istituzione che ha sede nella nostra area parrocchiale ha raccolto l’invito a mettersi a disposizione.
Gli orari sperimentati per le celebrazioni sono sembrati adeguati un po’ a tutti gli intervenuti. Purtroppo e con rammarico, in un caso specifico la soppressione delle celebrazioni ha dovuto essere operata. San Babila è una chiesa poco capiente e anche poco elevata in altezza; le quattro celebrazioni domenicali erano state ridotte ad una sola, quella delle 9,30 ed anche in questo caso è stato impossibile accogliere tutti coloro che si sono presentati. La diaconia ha deciso di ripristinare in S. Babila la messa festiva serale delle 18,30. Per il momento non si pensa ad altri ritocchi di orario; infatti non ci sono ancora nuove indicazioni delle autorità sia civili che religiose.
Nuove domande tuttavia già interrogano la comunità pastorale tutta: che cosa ci ha insegnato il tempo del non potersi incontrare come d’abitudine? Come dovremo modificare l’approccio pastorale? Come si vive la fede attraverso i nuovi strumenti della comunicazione? Come ci nutre la cosiddetta preghiera online? E come pensare alla formazione cristiana dei nostri ragazzi? Abbiamo rimandato Prima Comunione e Cresima: quando si potrà davvero avere una celebrazione festosa e senza troppi distanziamenti? E la visita alle famiglie prima di Natale, se non si potrà fare, in che modo potrà essere ripensata?
Molte altre sono ancora le domande che interpellano la diaconia e non solo; non si dovrà pensare ad inventare iniziative nuove quanto, piuttosto, riflettere in modo coerente e prolungato su quanto stiamo vivendo in rapporto alla fede e alla realtà sociale. Mettiamo insieme quanto abbiamo elaborato nei tre mesi trascorsi; possiamo scriverlo almeno attraverso le mail come tanti hanno già fatto e chissà se qualcuno ha maturato il pensiero che è bello incontrarsi anche quando non lo si può fare in presenza.

La diaconia chiede a tutti di continuare il servizio dell’accoglienza alle chiese per la celebrazione delle Messe: scrivete la vostra disponibilità per giorni e ore.

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Exemple

È Pentecoste: gli Atti degli Apostoli la descrivono come il momento in cui dallo Spirito Santo ha origine una nuova ed inaudita concezione che offre all’uomo la possibilità di trasformarsi a tutti i livelli: antropologico, culturale, interiore e spirituale. Nel nome di Gesù Risorto la storia si apre alla comunicazione della buona novella. La prima scoperta è che la diversità dei popoli presenti a Gerusalemme non è in conflitto o contraddizione con una comunione universale. E’ questo un evento che, contrapponendosi all’attualità storica di quel momento, afferma con forza gli originari e autentici valori del Cristianesimo: l’apertura e l’amore per l’altro senza distinzione di provenienza ed etnia.

Proprio l’unità nella diversità è la cifra attraverso la quale leggere la giornata diocesana “Festa delle Genti”.

Racconta l’attuale responsabile della pastorale dei migranti, don Alberto Vitali:

«Sono una trentina le comunità di migranti presenti sul territorio della Diocesi. I gruppi più numerosi sono quelli dei filippini, composto da ben nove comunità, e dei latino-americani. Poi ci sono le comunità cinese, coreana, srilankese, eritrea, egiziana, albanese, polacca. I rumeni hanno due comunità, di rito latino e di rito bizantino, così come gli ucraini, che contano un gruppo a Milano e uno a Varese. C’è poi il gruppo dei francofoni, cioè la comunità francese e quella africana di lingua francese, e la comunità anglofona, che comprende inglesi, statunitensi e una delle nove comunità filippine».

La pandemia e le conseguenti limitazioni all’aggregarsi impedisce quest’anno quella che di solito è una celebrazione affollata, variopinta, accompagnata da momenti di canto corale e di danze delle varie tradizioni locali.

La messa nella basilica di Santo Stefano, alle ore 11, sarà presieduta dall’Arcivescovo mons. Delpini e concelebrata dai cappellani delle comunità dei migranti. La presenza di mons. Delpini conferma la sua grande attenzione al tema dei migranti; aveva infatti iniziato il suo ministero episcopale in diocesi indicendo il Sinodo Minore intitolato “Chiesa dalle Genti”.

A distanza di tanti anni, ricordiamo che la prima “Festa delle Genti”  fu celebrata nel 1984 nella chiesa di San Pietro in Gessate, importante polo della nostra Comunità Santi Profeti.

L’iniziativa infatti prese inizio negli anni ottanta quando il card. Martini, di fronte all’emergere del fatto migratorio, istituì un servizio pastorale per i migranti ed invitò don Augusto Casolo ad assumerne la responsabilità.

Nello stesso periodo la nostra chiesa di San Pietro Celestino fu messa a disposizione della comunità Copta Ortodossa egiziana; non dimentichiamo inoltre che, presso l’Istituto Colonna di via Conservatorio, le religiose ospitavano ogni domenica pomeriggio gruppi di donne straniere (eritree, indiane, capoverdiane, salvadoregne, ecc.) che non avevano luogo dove poter stare insieme nelle ore libere dal lavoro di colf.

Nel contesto del profondo legame con l’oriente della città ambrosiana, la vocazione interetnica della nostra area pastorale, risalente all’apertura, fisica e culturale dell’antica porta Orientale, è stata anche confermata negli anni successivi: sono stati nostri ospiti i cappellani della comunità cingalese ed è stata offerta alla comunità libanese maronita la chiesa di via Durini, S. Maria della Sanità.

Il Cappellano di quest’ultima comunità è don Assaad che collabora attivamente con la nostra Comunità pastorale e che oggi sarà presente alla concelebrazione della Festa delle Genti in Santo Stefano; don Assaad a tale proposito prega di prender nota che solo domani 31 maggio la S. Messa in rito maronita verrà celebrata alle ore 18 anziché alle 11.

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