4 dicembre 2016. IV domenica di Avvento.

Posted on Dicembre 7, 2016

4 dicembre 2016. IV domenica di Avvento.

Leggendo quest’anno i testi biblici di questa domenica di avvento, mi colpiva il ritornare nelle tre letture di una piccolissima parola, “ecco”. Isaia: “Ecco, il Signore Dio viene con potenza”. Lettera agli ebrei: “Ecco, io vengo a fare la tua volontà”. Vangelo di Matteo: “Ecco, a te viene il tuo re mite, seduto su un’asina”.

“Ecco” è una piccola parola, due sillabe, riferite al Signore che viene. Una minuscola parola che mi sembra custodire due orizzonti. L’orizzonte di chi attende e l’orizzonte di chi arriva. L’orizzonte di chi attende, con un richiamo all’attenzione, “ecco, fate attenzione”. E la memoria mi corre alla parabola delle dieci ragazze che attendono lo sposo. Nella notte si ode il grido: “Ecco, lo sposo viene”. Ma cinque di loro, destandosi, guardano smarrite le loro lampade quasi spente, senza olio. La piccola parola “ecco” mi interroga sul mio vivere da assonnato. Mi dice che non devo addormentarmi, che devo tenere accesa la lampada, la vita, la fede. Anche se ho più di ottant’anni.
Sul versante di chi attende, la parola “ecco” può anche raccontare il desiderio, l’amore, l’attesa che fa sussultare il cuore. Nel Cantico dei cantici, poema d’amore custodito nelle Scritture sacre, ritroviamo la parola: “Una voce! L’amato mio! / Eccolo, viene / saltando per i monti, / balzando per le colline”. Si avvicina il compimento di un desiderio, il desiderio della vicinanza di una persona cui si vuole bene, di cui si è innamorati: “Eccolo, viene”. Usiamo la piccola parola per coloro cui vogliamo bene, Potremmo dunque usarla per il Signore. Che ci ha amati fino a dare la vita per noi.
Questo sul versante di chi attende, ma, sul versante di chi viene, che cosa custodisce la parola “ecco”? A mio avviso, custodisce la fedeltà a una promessa e forse ancora una prontezza. Come se Dio dicesse: “Ve l’ho promesso, non mi tiro indietro, ecco, sto arrivando, ci sono”.
Per noi una grande speranza. Viene Dio nel Messia. La lettera agli Ebrei oggi ci dice che non è più il tempo di offrire a Dio olocausti e sacrifici. Dio non li gradisce. “Ecco io vengo, per fare la tua volontà”. E’ come se Gesù mettesse in gioco se stesso, accada quel che accada! Nella storia abbiamo visto persone mettere in gioco se stesse e sappiamo quello che è accaduto. Di Gesù sappiamo quello che è accaduto. Ma che bello, quanto è prezioso che ognuno di noi, nel suo piccolo, dica — lo dica ogni giorno — : “Ecco, io vengo. Io non mi tiro indietro, io ci sono. Per te, per voi. Ci sono!”.
Ma come viene Dio? Come viene il suo Messia? Leggiamo le parole del profeta. E’ proprio vero che non bisogna fermarsi a un solo versetto. Che cosa potevamo pensare, leggendo: “Ecco, il Signore Dio viene con potenza, il suo bracco esercita il dominio”? Passo successivo: “Come un pastore egli fa pascolare il gregge, con il suo braccio – ecco che entra in scena il braccio! – “con il suo braccio lo raduna, porta gli agnellini sul petto e conduce lentamente le pecore madri”. Notate i verbi, viene a radunare, non a dividere; viene a portare in braccio, non a respingere; rallenta il passo su chi fa fatica, non va all’impazzata e chi viene viene; chi resta indietro, resti indietro. Rallenta anche su di me che con i miei anni faccio fatica! Pensate quanto questo suo modo di venire ci metta in questione, metta in questioni noi singoli, ma anche la nostra società. Dove… chi viene viene!
Ebbene come venga il Messia voi l’avete intuito dal vangelo, che racconta il suo ingresso, voi avete davanti agli occhi la conferma del modo di venire di Gesù, il profeta di Nazaret. Gesù esce allo scoperto e, perché sia tutto chiaro, dà lui le modalità dell’ingresso in Gerusalemme. Niente i cavalli dei vincitori: un’asina e il suo puledro. Niente dello scintillio degli apparati che servono a pilotare i consensi: la spontaneità di quella piccola folla, pochi di numero, i pochi che contano poco. E bastano le cose dei poveri: mantelli e rami di alberi. Gesù entra non come uno che ti guarda dall’alto in basso e “lei non sa chi sono io!”. No, come uno che sa di aver bisogno. Stupefacente! E di che cosa ha bisogno? Di un asina e del suo puledro. Li manda a prendere: e “se qualcuno vi dirà qualcosa, rispondete: Il Signore ne ha bisogno, ma li rimanderà indietro subito”. Come se a lui bastasse poco. E per poco.
Matteo racconta e rimanda ai profeti che hanno predetto: “Dite alla figlia di Sion: Ecco a te viene il tuo re, mite, seduto su un’asina e su un puledro, figlio di una bestia da soma”.
“Viene il tuo re mite”: mitezza e umiltà sono il suo contrassegno. E se noi cancelliamo la mitezza e l’umiltà, cancelliamo la nostra fede. Poi possiamo anche parlare di religione o di difesa della religione, ma in assenza di umiltà e di mitezza non è la nostra religione, forse –dico forse — non è nessuna religione. Fuggite lontano quando il tono delle parole e dei gesti è quello dell’arroganza e della prepotenza. Non solo non c’è la nostra fede, ma non c’è la crescita della terra. Non c’è “la modalità” — direbbe un’amica — “per creare una nuova storia dell’umanità. Voi mi capite, sto osando parole in esilio: mitezza, umiltà. In questa stagione, in questi giorni, che sono i nostri giorni, dove trovate mitezza e umiltà?
Lasciatemi dire: dove arriva arroganza e prepotenza è terra bruciata, non c’è germinazione, tutto raso al suolo, rase al suolo le persone e la società.
La germinazione — non importa se lenta — avviene quando si affacciano mitezza e umiltà: ”Beati i miti erediteranno la terra”. Non la bruceranno, non la spianeranno.
Alla memoria mi corre quanto ha scritto Pierre Rabhi, nato in una oasi del deserto algerino, ma poi vissuto in Francia. Era solito dire che il simbolo fondamentale della vita sono quattro parole con una radice comune: humus, umanità, umiltà, umidità. Come a dire che essere umili, essere umani è il segreto per una terra umida e non scorza dura, per una terra che custodisce humus, un fermento vitale.
Forse voleva dire anche questo Gesù, quando diceva: “Beati i miti erediteranno la terra”. La terra! E non una società di lupi, non una landa di selvaggi. La terra!