“Chiesa dalle Genti”. Omelia di don Elio Burlon nella seconda Domenica dopo la Dedicazione 2018

Posted on Novembre 5, 2018

Exemple

“Chiesa dalle Genti”. Omelia di don Elio Burlon nella seconda Domenica dopo la Dedicazione 2018


Ieri pomeriggio, con la Messa pontificale dell’Arcivescovo in Duomo, si è giunti alla chiusura del Sinodo diocesano (minore perché si è trattato un solo tema e non della vita complessiva della Chiesa milanese). A questo sinodo era stato dato il titolo “Chiesa dalle genti”. Per cogliere il significato del titolo e ancor più dell’evento, dobbiamo – sulla base della Parola di Dio che abbiamo appena ascoltato – tornare con la mente alla situazione delle prima comunità e generazioni cristiane, a cui ci richiama soprattutto la lettera agli Efesini.
Le comunità comunità dell’epoca apostolica erano formate da cristiani provenienti dal popolo ebraico (giudeo-cristiani) e da altri provenienti dai popoli pagani (etnico- cristiani), in proporzioni varie: più ci si allontanava dalla Palestina più aumentava, ovviamente, la quota degli etnicocristiani.
La mescolanza-convivenza di questi due gruppi comportava alcuni problemi. Il più acuto riguardava la validità e il ruolo della legge di Mosé. ritenuta giustamente legge di Dio. I componenti di origine ebraica facevano fatica ad accettare che per i pagani entrati nella comunità bastasse la fede in Cristo e l’obbedienza al Vangelo per ottenere la salvezza, senza tener conto di molte norme (in particolare cultuali e alimentari) che avevano una ricaduta immediata per il fatto che specialmente la Domenica nella comunità si prendeva il pasto in comune. Loro stessi (giudeocristiani) in buona parte vi si ritenevano ancora obbligati. C’è stato bisogno del “Concilio di Gerusalemme” (pur non chiamandolo così) per dirimere la questione e stabilire che la fede nel Signore e l’obbedienza al Vangelo era sufficiente per far parte del popolo di Dio, rimanendo naturalmente valida la legge antica nelle sue esigenze etiche. Furono emanate la termine alcune direttive pratiche per evitare eccessivo imbarazzo durante il pasto comune. Vale la pena di notare che se la decisione, per assurdo, fosse andata nel senso opposto, la Chiesa cristiana sarebbe rimasta una semplice corrente o setta del giudaismo, perdendo la sua universalità.
La lettera agli Efesini insiste sul fatto che i cristiani di origine pagana attraverso la salvezza che viene dalla croce di Cristo, che ha operato la riconciliazione universale degli uomini, con Dio e tra di loro, ha fatto diventare vicini anche quelli che erano lontani, cioè i pagani. Tutte e due le parti (dal punto di vista ebraico questa era la divisione fondamentale della società) sono entrate a formare un solo corpo, la Chiesa, ad essere insieme un uomo nuovo, eliminando ogni inimicizia, abbattendo il muro di separazione che le divideva. Né si può trascurare il brano di Isaia, da cui si ricava che questo era il progetto di Dio già nella prima Alleanza. Dice infatti il Signore per bocca del profeta: Gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo…quanti si guardano dal profanare il sabato e restano fermi nella mia alleanza, li condurrò sul mio monte santo e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera…
Questo breve excursus ci serve, intanto per ricordare che i discendenti dei popoli pagani, che da lontani sono stati resi vicini, concittadini dei santi e familiari di Dio, siamo noi che non abbiamo mai fatto parte del popolo ebraico. Anche nel IV sec., terminate le persecuzioni, la popolazione delle nostre regioni, soprattutto le valli, sono rimaste pagane ancora per parecchio tempo. Ma ciò che in modo particolare risalta dalla storia è che la chiesa cristiana è sempre stata ‘Chiesa dalle genti’. Il titolo dato al sinodo non è stata una bella trovata dell’Arcivescovo, un modo abile per essere al passo con i tempi, ma ci ricorda che noi siamo costituzionalmente Chiesa dalle genti, e dobbiamo essere capaci di esserlo nuovamente proprio in questo nostro tempo.
Il fatto è che nella storia della Chiesa c’è sempre stata una parte (non solo all’epoca apostolica) che ha fatto molta fatica a capire e accettare questa natura della Chiesa. Qui veniamo allora alla parabola evangelica della grande cena, che abbiamo ascoltato nella versione di Luca (c’è anche in Mt): riducendo il tutto proprio all’essenziale, possiamo dire che il rifiuto dei primi invitati è colpevole perché – oltre ad essere stati avvisati per tempo – non hanno capito l’importanza e la preziosità di questo invito, che – fuor di metafora – era l’invito al Regno presentato da Gesù. Soprattutto non hanno capito il tempo, cioè che quello era il tempo e l’opportunità da accogliere, una chiamata più importante di ogni altra occupazione.
Anche il secondo e terzo invito, rivolto ai passanti casuali per le strade, in particolare ai poveri, storpi, ciechi e zoppi ha un importante valore simbolico, perché rappresenta l’apertura sconfinata del cuore di Dio, che cerca di accogliere coloro che sembrano non avere alcun diritto, che non hanno nulla da offrire e che invece sono sollecitati (addirittura costretti) a partecipare al banchetto…
L’applicazione al nostro presente mi sembra abbastanza evidente: sta a noi riconoscere questo tempo come bisognoso di uno sforzo particolare perché (come dice l’Apostolo) tutti veniamo edificati insieme per diventare abitazione di Dio per mezzo dello Spirito. Poiché ai nostri giorni girano molte notizie fasulle, è’ da segnalare il dato che ci ha comunicato tempo fa il Sacerdote incaricato della pastorale dei migranti, e cioè, ad es., che il 64% degli immigrati che arrivano in Diocesi sono (già) cristiani. Dobbiamo quindi trovare le modalità adatte per arrivare ad accoglierci reciprocamente come fratelli e camminare insieme. E’ questo l’invito che ci viene proprio dal tempo che stiamo vivendo, e che dobbiamo imparare a riconoscere. A questo mira il sinodo diocesano, di cui presto sarà diffuso il documento conclusivo.

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