8 Ottobre 2017. Sesta domenica dopo il Martirio di San Giovanni il Precursore

Posted on 8 Ottobre, 2017

8 Ottobre 2017. Sesta domenica dopo il Martirio di San Giovanni il Precursore


È stato tutto inutile! Un’espressione che sentiamo spesso. Per salvare una vita, per difendere la giustizia, per liberare una persona dal disagio morale e sociale, per dare ad un figlio la forza di maturare, per disinnescare una minaccia, per disarmare il violento, tutto è risultato inutile! Un senso di frustrazione ci prende inesorabilmente di fronte ai nostri insuccessi; eppure ce l’avevamo messa tutta! Buona volontà, attenzione, risorse, tutto. Allora arriva la tentazione di dire: non ne vale la pena, abbandoniamo il campo, tiriamo i remi in barca e lasciamoci andare alla deriva in balia degli eventi. Viene anche la voglia dell’andare a vedere le cause: di chi è la colpa? Fino ad arrivare ad accusare Dio di indifferenza o addirittura di disamore e abbandono.
Giobbe, scacciato persino dalla consorte e adagiato su un letto di cenere e rifiuti, non lo ha fatto. Paolo, in carcere, proclama la fedeltà di Dio in favore suo e di tutti i discepoli. Del resto Gesù nelle parole che precedono quelle che abbiamo appena letto, aveva parlato di scandali, inevitabili e distruttivi; sappiamo che nel vangelo la parola scandalo non ha il significato attuale di comportamento moralmente indecente e indecoroso, bensì indica un incaglio cioè qualcosa che rende tutto problematico e difficile, che annulla gli sforzi. Succederà sicuramente, sembra dire Gesù, che veniate messi in crisi e in angoscia! Infatti, la reazione dei suoi è stata: “Signore, aggiungi fede” (di solito si traduce “aumenta la fede”).
Talvolta ne occorre proprio tanta di fede. Nei nostri modi di pensare e vivere la fede molto spesso la riteniamo un atto meritevole di riconoscimento e di contraccambio. Come se dicessimo: Signore io credo in Te, e quindi mi devi qualcosa. Mi devi preservare dalle sconfitte della vita, da tutto ciò che reca segno meno: malattia, fame, solitudine. Sbagliato. Il nostro affidarci al Signore nasce come risposta al dono di sé che Lui fa; si è mostrato in sacrificio per il nostro bene. Ci ha lavato i piedi, ci ha incontrato lebbrosi, ciechi, paralizzati e si è preso cura di noi restituendo speranza. Il fatto di aver preso l’iniziativa, questo suo lasciare i cieli e rivestirsi di terra, è puro dono che non si vuole imporre ma si propone alla nostra libertà. È venuto tra noi come colui che serve; riferisce Luca 22,27: “Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve”.
Nel testo odierno il richiamo è ad essere consapevoli dell’iniziativa di Dio; il nostro corrispondervi si coniuga come “servire”. È un mettersi a disposizione di un progetto più grande di noi, che si basa sulla croce e su un sepolcro vuoto. Definirsi servi inutili non è proprio esatto dal momento che la parola greca tradotta con “inutili” ha vari significati e dovremmo dire “semplicemente servi” anziché inutili schiavi. Servire è equivalente nell’azione del verbo amare! Sarebbe un errore interpretare la figura di quel padrone, che applica in modo assolutamente lecito ma anche molto duro il rapporto di lavoro, come se fosse l’immagine di Dio, fuori metafora. Il senso vero del brano è solo che il servire il vangelo non deve diventare ricerca di gratificazioni e ricompense, bensì esperienza del dono divino. Infatti lo stesso vangelo di Luca dirà poco più avanti (Lc. 12,37): “Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli.”
A questo punto dovremmo aver capito: la vera dimensione dell’essere umano è quella del servo. Sostantivo tanto poco amato perché ritenuto degradante. E tuttavia anche tanto utile di fronte all’enormità delle sfide; diceva il card. Martini nel 1997 in occasione della festa della città per S. Ambrogio: «Il riconoscerci servi inutili rende liberi e sciolti nel presente: liberi dal peso insopportabile di dover rispondere a ogni costo a tutte le attese, di dover essere sempre perfettamente all’altezza di tutte le sfide storiche di ogni tempo. Questa libertà e scioltezza ci rende umili e modesti, disponibili a fare quanto sta in noi… con semplicità e senza pretese».
Dunque, spogliamoci delle nostre presunzioni che ci fanno sentire padroni della storia per poi ritrovarci in una costante conflittualità verso tutto e tutti, Dio compreso. E qui ci aiuta ancora la vicenda di Giobbe. “Il suo stesso nome, scriveva l’amico don Raffaello che spesso cito, è drammaticamente eloquente: Giobbe può significare: ” dov’è il padre? “; e anche si scrive nello stesso modo della parola “nemico”. Tutto questo prefigura il dramma e potrebbe interpretare il suo nome con la sua vita: “Sei tu per me un Dio padre nemico?”, oppure ” Sarò io nemico per te?” Oppure ” Perché, Dio, mi tratti come un nemico? “. Giobbe è personificazione dell’uomo di ogni tempo e di ogni luogo; una storia, la sua, emblematica. Egli viene spogliato di tutte le sue certezze, e persino della sua idea di un Dio che non può non premiare gli uomini giusti e castigare i malvagi! Eppure, nel tormento di una contraddizione violentissima, riesce ad arrivare a dire la famosissima ed inattesa frase “Nudo uscii dal grembo di mia madre e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore”. Con Dio non si danno relazioni di tipo commerciale, non vi sono baratti di sorta; Egli non si è posto come il padre-padrone ma come colui che si è messo il grembiule e si è inginocchiato a lavarci i piedi.
Siamo gente che si affligge di fronte ai grandi misfatti della storia, anche di quella contemporanea; pensiamo a quelli che sparano sulla folla inerme, siamo esterrefatti sulla possibilità di un conflitto nucleare, e via dicendo: ma non è che nella nostra quotidianità, nel nostro piccolo, agiamo come se il giorno sia una battaglia da vincere e come se gli altri siano persone da sconfiggere e mettere sotto? Il tempo ha bisogno della nostra “inutilità”!

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