7 maggio 2017. Quarta domenica di Pasqua

Posted on Maggio 7, 2017

7 maggio 2017. Quarta domenica di Pasqua


La tradizionale raffigurazione di “GESÙ buon pastore” ci consegna un’ottica alquanto deformata rispetto a quanto scrive Giovanni nel Vangelo: un’immagine bucolica ed edulcorata di una figura che invece ha contorni che parlano di fatica, di durezza del giorno segnato dal sole e dal vento e delle notti gelate, di una dedizione perseverante e senza pause. Solo se teniamo presente questa considerazione, possiamo non vedere un conflitto con l’immagine della domenica scorsa, quella dell’agnello, soggetto debole destinato a subire una fine cruenta con un’offerta di sé vittima innocente. Altrimenti non riusciremmo a fare del pastore e dell’agnello un’unica cosa.
Per comprendere il discorso di Gesù che abbiamo letto, occorre situarlo nel momento in cui fu pronunciato. Gesù aveva aperto gli occhi al cieco dalla nascita ed era entrato in conflitto con le autorità che non volevano riconoscere il suo operato. Quei capi ed autorità religiose imponevano alla gente la loro visione, che Gesù denuncia come un accecamento: è un non vedere, quello dal quale Gesù guarisce l’uomo: guarigione interiore attraverso il segno della guarigione fisica.
L’imposizione di modelli che garantiscono i potenti rende l’uomo schiavo e cieco. Capi giusti e veri, pastori a servizio del gregge, furono in realtà Abramo, Mosè, anche Davide: dedicati al popolo per affrancarlo da differenti schiavitù e avviarlo alla comunione con Dio Padre di tutti. Quel ruolo di guida è assunto ora da Gesù: le sue opere rendono una testimonianza inoppugnabile al titolo di Buon Pastore che Egli si attribuisce. C’è nelle sue parole un’accusa bruciante di chi usurpa quel ruolo: sono mercenari, cioè gente al soldo di padroni senza scrupoli o al limite ubbidienti solo al proprio interesse. Capiamo bene allora la portata dell’immagine che Gesù presenta. Nelle sue parole, che si allargano ad altre similitudini come il recinto o la porta dell’ovile o il pascolo, il centro non è l’autorità o il potere del pastore, bensì il gregge da servire; e qui la nostra memoria va al gesto dell’ultima cena della lavanda dei piedi, oppure anche alle parole di Gesù in Mt. 10: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti». Più chiaro di così! Un modo rivoluzionario di pensare la compagine sociale, cioè l’uomo con gli altri uomini, alle dipendenze di un bene comune che è anche oltre la somma dei beni individuali.
Resta la nostra difficoltà a riconoscerci in un gregge. A noi non piace tanto l’uomo pecora che segue il gruppo dietro al pastore. Anzi ci fa un po’ irritare quando la Chiesa ci propone di essere un gregge; sembra che voglia farci rinunciare ad essere liberi di autodeterminarci. Ma attenzione: noi vogliamo decidere di noi stessi però non sappiamo esattamente cosa vogliamo e i nostri obiettivi, che tanto gelosamente vogliamo darci, in realtà hanno lo stesso dei modelli da seguire; non ne siamo molto consapevoli! Critichiamo il fatto che la comunità cristiana ci faccia persone dallo stesso pensiero, dai medesimi comportamenti ed orientamenti, e non ci accorgiamo che comunque ci siamo già messi al seguito di altri modelli, pensati altrove e diretti da altri!
Riporto un pensiero di Silvano Fausti: “Noi impostiamo tutta la nostra vita sui modelli che abbiamo davanti e quei modelli sono i nostri pastori, che ci guidano, ci conducono, ci controllano, coi quali ci verifichiamo. Anzi tutta la cultura è fondata su modelli che noi seguiamo anche inconsciamente e oggi più che mai, perché grazie ai mass media, alla televisione, c’è un meccanismo oleato, tant’è che noi seguiamo un modello senza neanche sapere di seguirlo, un modello che s’impone e che noi supinamente prendiamo come pecore. E lo spazio per la libertà è sempre minore e Gesù viene per portarci alla libertà, che vuol dire non seguire quei modelli correnti”.
Mi viene da dire che i nostri giorni richiedono una rinnovata e profonda educazione della libertà; insegnare ad essere liberi, che equivale per molti versi a de-mercificare la realtà.
Forse qualcuno di voi ricorda il titolo di un libro del 1977: “l’educazione come pratica della libertà”; Paulo Freire, il grande pedagogista sudamericano che aveva fatto della alfabetizzazione degli adulti la propria speciale vocazione, non si è mai arreso alla necessità di superare l’ignoranza della propria condizione di gregari di capitani visibili ed occulti. Nella “lettera ad una professoressa”, scritta dai suoi ragazzi ancor prima nel 1967, anche don Milani aveva indicato contenuti e metodi di un’educazione sui quali aveva impostato la sua scuola di Barbiana guidando i piccoli a scoprire la ricchezza dell’autopromozione.

Don Milani: “Faccio scuola perchè voglio bene a questi ragazzi”

Il metodo di Gesù è sempre stato impostato sul cercare, seguire la sua proposta di vita e verificare l’esperienza che ne deriva. La difficoltà ad essere gregge deriva anche dalle forme di “gregge” o aggregazione che la storia della Chiesa ha prodotto: non sempre è ricchezza di carismi e libertà, ma talora è obbligo di adesione ad uno schema.
L’immagine di Gesù buon pastore e modello dei pastori ha condotto la Chiesa a fare di questa domenica la giornata delle vocazioni. La crisi delle vocazioni ad essere prete e suora, monaco o consacrata, è uno dei temi più scottanti di oggi; è anche crisi di modelli, credo: abbiamo scambiato il recinto con i campi, cioè la comunità dei credenti con il mondo e il mondo non è da asservire, ma da servire.

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