7 maggio 2017. Quarta domenica di Pasqua

Posted on 7 Maggio, 2017

7 maggio 2017. Quarta domenica di Pasqua


“Io sono il buon pastore”: ci sono immagini – e quella del pastore è una – che prendono colore, forza, evidenza da quanto poi accade nella vita. La liturgia riprende l’immagine del pastore mentre negli occhi abbiamo ancora gli eventi della Pasqua. Ci sembra di intuire. Il pastore, il pastore buono, Gesù, ha dato la vita.
Ci sono invece titoli – e quello del pastore è uno – che possono risultare un abuso da parte di chi se ne appropria. Ed è la vita a dare prova dell’abuso del titolo di pastore. E questo è già avvertimento, a chiunque eserciti una responsabilità verso altri. Non ti basta il titolo né di papa, né di vescovo, né basta a me il titolo di prete, né ti basta il titolo di padre o di insegnante…e potremmo continuare: ognuno di noi ha una responsabilità in un settore o in un altro, per piccola o grande che sia. No, il titolo me lo guadagno sul campo, lungo la strada. Me lo guadagno con quello che sono, e che faccio. Per stare al vangelo, se agisco da pastore o da mercenario.
Ebbene il contesto in cui Gesù si autoproclama il pastore è quello immediatamente successivo a un suo segno: ha aperto gli occhi a un cieco dalla nascita e dichiara ciechi coloro che non perdono tempo a criticarlo, coloro che accampano il titolo di guide illuminate. Li chiama ciechi. Dice loro: “Siccome dite: ‘Noi vediamo’, il vostro peccato rimane”.
E sembra dare un criterio: vuoi capire se sei una vera guida? Chiediti se nella tua vita sei pastore o se sei mercenario. C’è una divaricazione netta: il pastore dà la vita, spende la vita per le pecore; il mercenario no, ne approfitta, per i suoi, più o meno nascosti, interessi.
Il vangelo dice che al mercenario “non importa” delle pecore. Vorrei dire che anche questo verbo fa divaricazione tra mercenario e pastore. Ti importa o non ti importa? Delle pecore, della vita reale degli altri? O ti importa delle tue idee, dei tuoi enunciati, dei tuoi interessi? Condividi la vita delle pecore o stai a lato? Che cosa conosci?, Che cosa sai? Dove sei? Papa Francesco direbbe: “Ci stai a tal punto con loro che ti porti addosso l’odore delle pecore?”. Gesù rivendica per sè la figura del pastore. Cui importa. Ne ha dato dimostrazione con tutta la sua vita, con la vita e con la morte. Giusto mettere l’accento sulla prova suprema, quella della sua morte di crocifisso, ma quello non fu un evento isolato, lui fu così per tutta la sua vita: tutta la sua vita racconta quanto gli importasse di noi. Penso ai suoi occhi che hanno accarezzato, ai suoi piedi che hanno camminato sino a provare stanchezza, a quel suo banchettare con pubblicani e peccatori che gli attirò l’odio degli ortodossi, a quella sua voce a difesa degli ultimi e dei poveri, a quel suo condividere con noi tutto, persino la paura e la tristezza di morire e l’attesa di una risurrezione.
Vorrei dirvi che provo emozione e commozione quando penso che a lui, a Gesù, io, io così come sono, importo. Anche se tutti fossero mercenari. E nessuno osi attentare a questa assolutezza: “sono io il tuo pastore”! Al cuore ci rivengono le parole del profeta Ezechiele; forse qualcuno di voi ne ricorda l’infinita tenerezza. Gesù le ha avverate: “Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare… Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita; fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia” (Ez 34,15-16).
Vorrei confidarvi anche questo: che in questa mia stagione della vita in cui la vecchiaia mi fa più lento e un po’ più smarrito, il pensiero che lui, Gesù, rallenti il suo passo per me, per non lasciarmi troppo indietro, mi consola e mi mette fiducia, molta fiducia.
Ebbene il pastore, il vero pastore delle nostre anime, il Signore Gesù ha lasciato – come voi senz’altro avete intuito – tracce per il popolo di Dio in cammino. Anche per coloro che oggi chiamiamo pastori nelle chiese, ha lasciato come logica quella del “prendersi cura”, la logica del contatto, della condivisione della vita, della conoscenza appassionata, dell’amore per il gregge di Dio, una logica del vivere che è semplicemente l’opposto della mentalità del mercenario. Ogni volta che, più o meno subdolamente, in noi prende piede, insinuandosi, la logica di chi vuol stare sopra gli altri, di chi opera, ma a condizione di essere ripagato, di chi approfitta del suo ruolo per interessi personali o per mire di ambizione, ogni volta che ci si carica di orpelli che ci fanno assomigliar più a manichini, a funzionari, che non a compagni di viaggio, viene meno la limpidezza evangelica, del vero e unico pastore, Gesù. Oggi, giornata mondiale per le vocazioni la memoria e la preghiera si caricano di queste immagini.
Vorrei però aggiungere, brevemente, un ultimo pensiero: tutta la chiesa, tutto il popolo di Dio, è chiamato a dare testimonianza con la vita a Gesù pastore. Tutti noi chiamati a ripulire la nostra vita, come si ripulisce un affresco, scrostandone ogni ombra di spirito mercenario, che fa di noi credenti dei mestieranti e non dei pastori. In quest’ottica credo abbia colpito tutti noi la decisione a cui giungono gli apostoli nei primi giorni della chiesa. Che cosa era successo? “I discepoli di lingua greca mormoravano contro quelli di lingua ebraica perché venivano trascurate le loro vedove”. Come si rimedia? Affiancando agli apostoli, dediti alla preghiera e al servizio della parola, sette uomini di buona reputazione, pieni di spirito e di sapienza, perché si occupino del servizio delle mense. Faceva problema che qualcun osi sentisse trascurato. Mi chiedo se anche oggi questo ci fa problema: che qualcuno si senta trascurato. Tras-curare è verbo che significa andar oltre, non fermarsi alla cura.
Ebbene da un lato mi auguro che coloro che nella chiesa sono investiti della massima responsabilità abbiano, oggi come allora, l’arte – sì, la chiamo così – l’arte di inventare, pena l’incancrenirsi. E dall’altro ci si chieda tutti se, poco o tanto, non rimanga in noi l’ombra del verbo, cattivo verbo, “trascurare”, per assumere sempre più la limpidezza dei verbi del pastore.

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