6 gennaio 2017. Epifania del Signore

Posted on Gennaio 6, 2017

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6 gennaio 2017. Epifania del Signore


Come parlare di epifania e non provare anche un’ombra di timore? Vai a parlare di cammini che sembrano avere il segno dell’immensità delle dune e dei cieli e lo fai con piccole parole, che, come ogni cosa umana, portano il segno del limite, della parzialità, della restrizione. Oggi per raccontare l’epifania avrei bisogno di occhi che scrutano orizzonti senza confini. Di cuore che anela a cammini senza confini.
Ogni volta che osservo il presepe e nel presepe le statuine dei magi, mi ricordo come da bambini noi le andavamo istintivamente spostando dai bordi verso la capanna. Dovevano camminare, uomini del cammino. Peccato che poi in qualche modo li fermavamo alla capanna, che poi nel racconto di Matteo non è più nemmeno una capanna: la famiglia è in una casa, una casa qualunque di Betlemme.
Ci voleva tutta l’arte poetica di Matteo per raccontare un fatto storico, rivestendolo di sontuosa immaginazione: fatto storico è che questo bambino è nato per tutti, o, se volete, che Gesù, come dice il salmo, è “la speranza degli orizzonti della terra” (Sal 65,6). Speranza degli orizzonti della terra! Orizzonti, al plurale. Lui non ammette, non permette, restrizioni. Bada di non accorciare gli orizzonti, dissacreresti, dissolveresti l’evangelo, la notizia buona: “speranza degli orizzonti della terra”.
Perdonate se oso immaginare che i magi ce l’avessero nel sangue la nostalgia degli orizzonti sconfinati, loro con gli occhi alle stelle: un cielo di stelle parla, insegna. Dico una cosa molto parziale. Penso che sia una perdita per noi, per le nostre generazioni il fatto che nelle nostre città ci sia negato contemplare i cieli notturni nell’ora in cui diventano un prato di stelle. E non è forse vero che quando per avventura ci capita, sia pur raramente, di avvistarlo è come se d’un tratto evaporassero tutte le nostre meschinità, tutte le nostre piccinerie, tutte le chiusure. Che fanno di noi degli insopportabili provinciali. Ci accade in quei momenti di sentirci immersi negli orizzonti senza confini. Forse ci farebbe bene essere della razza dei cercatori di stelle.
“Vennero” scrive Matteo “da oriente a Gerusalemme” Anche la parola “oriente” ha un fascino, come il cielo stellato, è parola ricca di suggestione. “Da oriente”: c’è un’attesa dunque che abita l’oriente e mette in cammino. Anni fa Enzo Bianchi, il priore di Bose, invitava a pensare come l’oriente sia stato abitato fin dai tempi antichi da una sapienza che metteva donne e uomini in ricerca della luce – basterebbe pensare ai cammini spirituali custoditi nelle più antiche tradizioni religiose dell’oriente –. E ricordava nella sua riflessione un editto promulgato da Ashoka, un re indiano e buddhista del terzo secolo avanti Cristo, che scriveva: “La fede di tutti gli altri deve essere rispettata … Onorando la fede degli altri si esalta la propria fede … Io desidero che gli uomini del mio regno conoscano le religioni degli altri uomini, e così potranno acquisire una sapienza più salda”. Terzo secolo avanti Cristo!
Pensate alla sapienza del racconto di Matteo che di questi cercatori mette in luce anche la tenacia, il coraggio. Invito luminoso per tutti noi. Giunti a Gerusalemme, non si lasciano scoraggiare né fermare da una città che guarda con sospetto questi nuovi venuti, non si lasciano scoraggiare né fermare dai volti incartapecoriti dei rappresentanti della religione, che hanno tra le mani libri sapienti, libri di cammini, e declamano a occhi spenti parole che dovrebbero mettere brividi di entusiasmo, immobili. Le istituzioni immobili, le città
spaventate, il rischio in agguato anche oggi, il rischio segnalato da Matteo. I magi non si lasciano scoraggiare.
Non si lasciano scoraggiare nemmeno da momenti di buio che appartengono al cammino di tutti, di tutti i cercatori di stelle: la stella scompare. Non si fermano. Camminano. Anche tu non lasciarti fermare dai momenti di buio, di confusione, di non senso. Non fermarsi, non scoraggiarsi, camminare sembrano verbi che definiscono i veri cercatori dello spirito. Giungono a una casa, le stelle erano adusi a contemplarle nei cieli lontani, ora una stella si era come fatta vicina, come impigliata a una casa, una casa, una casa comune, uguale a tutte le alte case. A segnalarla non c’erano targhe, a segnalarla la loro stella. Una casa, un bambino, una madre: “si prostrarono e lo adorarono”. Era tutto così piccolo, oserei dire disadorno, tutto così comune, ma lo straordinario era che il mistero di Dio avesse preso casa tra le case, che lui fosse come uno dei tanti bambini del mondo e sua madre come una delle tante madri del mondo. La loro religione li metteva in cerca della luce: ecco, la luce abitava una casa. Forse proprio questo dovevano ritornare a raccontare. A raccontare che la luce del divino abita le case, abita donne che portano in braccio un bambino. Lì era finito il tragitto delle stelle. E non sarà che qui finisce oggi il tragitto delle stelle e che l’epifania ci sveli anche questo?
E’ tutto così aperto, senza sequestri: “per un’altra via” è scritto “fecero ritorno al loro paese”. Non va rinnegato il paese. E nemmeno va rinnegata la nostra città. Ma ha bisogno di cercatori di stelle, di donne e uomini del cammino, di luoghi di ampio respiro. Non so se sbaglio ma l’ora che stiamo vivendo non sembra celebrare l’universalità, la ricerca, il grande respiro. Ognuno chiuso, arroccato nella sua cittadella, la cittadella della sua verità, del suo pensiero, delle sue soluzioni. Spenta la ricerca, convinti che la verità è nelle nostre mani. Ognuno sbandiera la sua verità. Mai, o quasi mai, sfiorati dal sospetto che una parte di verità possa venire dall’altro. Pensate alla violenza delle contrapposizioni, dei dogmatismi, dei fanatismi. Pensate al bisogno oggi urgente di uscire dalle ristrettezze, dalle meschinità, dalle restrizioni, dagli immobilismi.
Scrive papa Francesco: “Più che il timore di non sbagliare, spero che ci muova il timore di chiuderci nelle strutture che ci danno una falsa sicurezza, nelle norme che ci rendono giudici implacabili, nei costumi nei quali ci sentiamo tranquilli, mentre fuori c’è una moltitudine affamata e Gesù ci ripete instancabilmente: Date loro voi stessi da mangiare”. Donne e uomini in cammino!

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