6 agosto 2017. Trasfigurazione del Signore

Posted on Agosto 6, 2017

6 agosto 2017. Trasfigurazione del Signore


“Prese con sè Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte su un alto monte”. Gesù amava monti e lago. Il monte era luogo ricercato per un desiderio di silenzio, di solitudine, di preghiera. Nel vangelo di Luca, nel passo parallelo al nostro, si dice che anche quel giorno Gesù era salito al monte per pregare. Ma, mentre altre volte lo vedi cercare il monte per stare da solo, in un faccia a faccia silente, senza altre presenze, solo con Dio, questa volta no, porta con sé tre dei suoi discepoli. Quel giorno il monte sarebbe stato luogo di preghiera, ma anche di altro.
E perché, tra i discepoli, la scelta di Pietro, Giacomo e Giovanni? Forse ci aiuta una connessione che purtroppo è scomparsa per un taglio nella lettura liturgica. A mio avviso €€–posso sbagliarmi – è intrigante che il brano della Trasfigurazione – sia nel vangelo di Matteo sia nel vangelo di Marco – inizi con una notazione di tempo che, purtroppo, la lettura liturgica ha tralasciato. Il brano infatti non inizia con un generico: “In quel tempo”, ma con questa indicazione: “sei giorni dopo”. Come se agli evangelisti fosse rimasto il ricordo di quello che era accaduto sei giorni prima e volessero creare un collegamento tra due eventi. Creare collegamenti tra eventi – voi lo sapete – appartiene all’arte di chi sa leggere sapientemente la storia. È come dare un senso a ciò che all’apparenza può sembrare scollegato, mucchio di pietre, e non invece edificio dove pietra si lega a pietra. E qui Matteo crea il collegamento. Collegamento sapiente.
Se gli evangelisti ritornano a quello che era avvenuto sei giorni prima, è come per dirci che quello che era avvenuto Pietro, Giacomo e Giovanni ancora non l’avevano cancellato dal cuore. Non erano certo bastati sei giorni a cancellarlo. Sei giorni invasi da quel ricordo.
Il fatto era avvenuto per strada: andavano verso il villaggio di Cesarea di Filippo, e per strada, per la prima volta lui aveva posto loro una domanda, di quelle che ti svelano il cuore e non puoi girarci intorno o nasconderti. Aveva chiesto loro: “Voi chi dite che io sia?”. E dietro la confessione un po’ solenne di Pietro, solenne alla maniera delle declamazioni liturgiche, “Tu sei il Cristo”, incominciò lui a far piazza pulita di tante immagini grandiose del Messia. E – perdonate il verbo – li seccò, li gelò. Primo suo annuncio – da brivido per chi ancora non immaginava gli eventi che sarebbero accaduti, come invece li conosciamo noi –: Il Figlio dell’uomo dovrà patire molte cose, essere riprovato dalle autorità religiose, ucciso – non semplicemente morire, normale che uno muoia, no, ucciso! – e dopo tre giorni risorgere. C’era da rimanere allibiti, annichiliti. Ed era andato avanti, avanti in modo pesante, aggiungendo che quella, e non altra, sarebbe stata anche la strada di chi voleva essere suo discepolo: non garantirsi la vita, ma perdersi, darsi per gli altri.
Immagino che ce ne fosse da rimanere sconvolti per una settimana e forse non bastava. E Gesù che – voi lo sapete – era di quelli che si accorgono, che intravvedono nel cuore, lui che li indovinava dentro, sentì il bisogno di condurre almeno alcuni di loro sul monte. Per reggere a quella notizia ci voleva un bagno di luce. Che intuissero qual era il futuro più futuro, ora che era stato loro raccontato il futuro più vicino, quello della croce. Che intuissero quale luce abitasse il loro Maestro, pur se incamminato alla croce. Lo abitava la luce infinita di Dio, un lago immenso di luce: “Il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce”.
Ebbene nel nostro brano scopriamo che, chiamati a condividere un lago di luce, sono proprio i tre, Pietro, Giacomo, Giovanni, che sarebbero stati chiamati a condividere l’abisso del buio nell’orto del Getsemani, quando avrebbero visto il volto e l’anima del loro maestro invasi da tristezza e angoscia di morte.
Trasfigurato Gesù sul monte, ma in un certo senso trasfigurati anche i tre discepoli. E uno di loro, Pietro, a pretendere di preservare quella presenza luminosa, quel mistero debordante di luce, fabbricando una tenda.
Non è possibile. Dura poco quel bagliore. Così nella vita, così per tutti noi. Comunque è importante quello squarcio di luce. A sostenere il cammino. Il cammino dei giorni bui. Che non sono pochi. E, quando Pietro scrive la lettera, a sostegno dell’impegno dei credenti, sembra non avere una conferma maggiore di questa: lui testimone oculare sul monte, lui che ha udito la voce, ricorda la trasfigurazione sul monte. E la voce che dice: “Ascoltatelo”. Voce che viene dalla nube. Nel tempo della sparizione, nel tempo della nube, il nostro tempo, tempo dell’assenza visibile del Signore, questo è il verbo che ci viene consegnato: “Ascoltatelo”. Non rincorrete visioni, apparizioni. Ascoltatelo.
Che possiamo sempre più ascoltarti, Signore! E saremo trasfigurati. Tu hai legato la trasfigurazione alla tua morte di croce. Hai collegato ciò che noi dividiamo, hai collegato “dare la vita” e “trasfigurarsi”, la follia dell’amore e la trasfigurazione”.
Trasfigurazione, un’esperienza che ci capita di rivivere, quando assistiamo al miracolo di persone ingrigite, improvvisamente trasfigurate. Perché? Perché hanno trovato l’amore. Si sono innamorate. Trasfigurate.
La luce che ci illumina è questa, la luce dell’amore che ci abita.
Prendici con te, Signore, quando la strada del “perdere la vita”, del donarsi, ci sembra faticosa, faticosa e perdente. Prendici con te. Portaci, sia pure per poco, sul monte. Ma soprattutto facci obbedienti alla voce, la voce che invita ad ascoltarti. Poi tocca a noi scendere a valle e camminare. Camminare dietro le tue parole. Come dietro a una traccia. Saranno tracce di luce. La luce del monte.

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