6 agosto 2017. Trasfigurazione del Signore

Posted on Agosto 6, 2017

6 agosto 2017. Trasfigurazione del Signore


Da qualche settimana, mi soffermo inizialmente sulle annotazioni circa i luoghi dove Gesù vive, si muove, quasi possano diventare punti di riferimento per il nostro andare.
Oggi è la volta del Tabor: 500 metri di altitudine, non un gran che; ma luogo che domina la pianura sottostante irrorata dal fiume, costellata di strade percorse da gente comune e carovane. Qui salì Debora, all’epoca del Giudici, unica donna che esercitò questa funzione di guida del popolo per ben 40 anni; dal Tabor ella incitò i pochi soldati fedeli nella lotta contro Sisara. I pochi perdenti saranno trasfigurati in vincitori.
“Sei giorni dopo..” è la frase che introduce il brano del vangelo odierno. In quei sei giorni possiamo cogliere un richiamo a Es. 24,16 in cui il monte è il Sinai e la gloria di Dio vi dimora, coprendolo, per sei giorni prima di chiamare, nel settimo, Mosè. Il riferimento temporale ha però una funzione più immediata: infatti sei giorni prima vi era stata da famosa dichiarazione di Pietro sull’identità di Gesù. “Tu sei il Cristo, Messia” aveva detto; dopodiché la raccomandazione di non farne parola e la descrizione dei pesanti giorni della Passione. La Trasfigurazione vuol essere il sostegno offerto ai discepoli per poter affrontare le prove che si concretizzeranno sull’altro piccolo monte, il Golgota; sul Tabor, parola di origine fenicia che vuol dire “trasparente, nitido”, Gesù chiacchiera con Elia e con Mosè, come a riassumere in sé profezia e legge antica, l’assunzione di tutto il primo testamento, rivelazione definitiva che la voce divina sancisce con le parole “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo”.
Ciò che accade sul Tabor non è da aggiungersi all’elenco dei miracoli; non è da considerarsi neanche una pura e semplice trasformazione dell’aspetto, come potrebbe lasciar intendere il vocabolo greco “metamorfosi”: meglio immaginare un involucro che lascia il posto alla splendente sostanza contenuta. “Sono così, sono questa luce” sembra dirci Gesù; ce ne ricorderemo quando vedremo in croce quel volto e quel corpo irriconoscibili e quando entrando nel sepolcro i lenzuoli e il sudario piegati spiegheranno che la luce si è poi ripresa quanto era stato sottratto. Già qui un primo spunto applicativo si può intuire: la cura esasperata dell’aspetto esterno della persona, fenomeno ossessivo dei nostri giorni, denuncia tutta la difficoltà e quasi incapacità di andare in cerca della vera trasfigurazione che è il far emergere la luce deposta dalla mano di Dio nel cuore umano come indelebile impronta.
Trasfigurazione, per noi, diventa quel mostrare ciò che di intangibile permane in ognuno anche nelle condizioni più degradate. Noi siamo ormai facile preda di ogni cambiamento imposto dall’esterno; basta un segnale potente e tutti vi si adeguano. Dispositivi elettronici, auto, vestito, trucco, suoni, stili, mode, continue metamorfosi raramente combattute perché ormai divenute parte integrante del sistema. Il tutto spesso, quasi sempre, accompagnato da linee e forme che allontanano il gusto dal sobrio e dall’armonico, dalla semplicità e dalla compostezza; stili che esaltano la velocità e spaesano chi vuol leggere la vita lentamente e intende gustarla a piccoli sorsi. Opporsi è a volte persino pericoloso: sei tagliato fuori, escluso, rifiutato; spazzatura, diceva papa Francesco. Non posso non ricordare allora uno dei più terribili ed inquietanti racconti di Franz Kafka del 1916 appunto intitolato “Metamorfosi”. Tale Gregorio Samsa dopo una notte popolata da spaventosi incubi, al risveglio si scopre trasformato in un grande e mostruoso insetto; dopo una serie di dolorose scoperte degli effetti della nuova condizione, finirà perseguitato, scacciato, ucciso, e spazzato via nei rifiuti! Una parabola da rileggere anche da noi. Come si può disconoscere la luce che aspetta di essere svelata, come negare il processo di trasfigurazione cui tutti sono chiamati; perché si rinchiudono le anime spietatamente, svuotandole pian piano delle loro migliori potenzialità? La metamorfosi cristiana va esattamente nella direzione opposta al disconoscimento: la grazia che Dio ci da in Cristo ci cambia in luci riaccese, in morenti risorti. Questa esperienza la fai ogni volta che ricevi il perdono nel sacramento della Penitenza e ogni volta che il Pane eucaristico ti soccorre.
Bello pensare che la liturgia orientale chiama la Trasfigurazione, “la Pasqua dell’estate”; al momento della comunione si canta “Idomen to fòs, abbiamo visto la luce”.
Ed infatti quel Gesù che i tre discepoli, come del resto tutti gli altri, avevano conosciuto, diremmo noi, in modo esteriore e superficiale, improvvisamente diventa astro luminoso e sole che atterrisce apocalitticamente i tre prescelti.
Nella Trasfigurazione di fronte alla quale ci poniamo in raccoglimento ogni qualvolta apriamo la Parola o ci inginocchiamo al tabernacolo, anche noi dovremmo apprendere che si può vedere ciò che non avevamo visto prima, e che la novità della percezione incanta e prepara ad una dimensione diversa.

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