31 Dicembre 2017. Domenica nell’ottava del Natale del Signore

Posted on Dicembre 31, 2017

31 Dicembre 2017. Domenica nell’ottava del Natale del Signore


Sembra preoccupata la liturgia di questa domenica che segue il Natale, di riportarci al cuore della festa; così ci ripropone il brano evangelico della messa di mezzanotte: “In principio la Parola era presso Dio, la Parola era Dio, la Parola si fece carne e prese ad abitare in mezzo a noi”. È come se ci fosse richiesto un supplemento di attenzione, quasi che il ritorno alla quotidianità e alle sue frenesie rappresenti una fuga dal senso profondo della creazione. È indispensabile soffermarsi e continuamente riconsiderare che l’imprevedibile è accaduto e che si è verificato in quella nascita a Betlemme. Dio, l’invisibile, da sempre avvolto nel silenzio della sua opera che chiamiamo universo, rompe il silenzio e si comunica, diventa Parola vivente nella carne dell’uomo. Gesù è questo Logos, parola piena e definitiva, è l’uomo perfettamente realizzato e come ha detto san Paolo poco fa, è “primogenito di ogni creatura”. Il gesto che Gesù compirà nella sua ultima Pasqua, il suo offrirsi come pane spezzato, sarà il suggello di tutta la sua vita, comportamenti, parole ed azioni, come segno umano di Dio, tanto vicino a Lui, anzi perfetta identità con Dio.
Conseguenza prima per noi è il venire alla luce; proprio così, come un nascere. Luce vuol dire una libertà che rende possibile costruire e al tempo stesso significa responsabilità che ci viene affidata. Quando partecipiamo alla Messa, dovremmo sentire nel profondo di noi stessi quelle linee che si dipartono dalle parole “in principio”: è un iniziare che si rinnova ed è vangelo cioè “buona notizia”. È questa una riflessione che impone alla comunità, riunita per celebrare, la ricerca del modo più adeguato di accostarsi al grandioso e misterioso farsi presente del Signore; subito viene la domanda: le nostre liturgie sono tali da restituirci il volto umano di Dio? Quella Parola, quel Verbo di cui Giovanni ci parla, nelle nostre celebrazioni verrà riconosciuto come accadde quella volta alla tavola dei discepoli di Emmaus?
Credo che il vangelo di oggi possa rappresentare per noi un ricondurci alla considerazione di quanto sia necessario sostare sulla scrittura che ha raccolto e reso possibile l’incontro con la Parola. L’esaltazione della Sapienza che troviamo nella lettura del libro dei Proverbi, non è un invito a riempire la nostra mente di conoscenze, di tante informazioni e di nozioni; nel mondo antico i sapienti erano i depositari di una conoscenza che li rendeva uomini superiori e venerabili. Peraltro, ai nostri giorni, la corsa ai saperi è anche il modo per assicurarsi influenza e potenza. Il saggio di cui ci parla la Bibbia è in realtà colui che riesce a tradurre in pratica nella vita quotidiana il vangelo, la divina Parola fatta carne, pane e scrittura, diventando così ripetitore di segnale luminoso.
Mi sorprende ad ogni rilettura del brano l’espressione “eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto”: come dire che abbiamo risposte a portata di mano e possibile piena libertà di vedere e sentire e non ne vogliamo approfittare. Anzi andiamo talvolta ad infilarci in terreni paludosi e impraticabili. Scriveva un giorno Fromm: “Pur avendogli portato indipendenza e razionalità, la libertà ha reso l’essere umano isolato e, pertanto, ansioso e impotente. Questo isolamento è intollerabile e l’alternativa che gli si presenta è la seguente: o sfuggire dal peso di questa libertà verso nuove dipendenze e sottomissioni, o progredire verso la piena realizzazione della libertà positiva che si fonda sull’unicità e l’individualità dell’uomo”.
E allora penso a quanto è stato capace di creare l’uomo che non ha spento il dono della luce. Nel corso dei secoli, impegnandosi nella ricerca della verità, ha arricchito la storia di mille meravigliose realizzazioni. Potremmo chiamarle col nome di frutti dello Spirito che soffia ovunque e in tutti coloro che hanno deciso di servire l’uomo ed il suo mondo. Comprendiamo allora la sterilità del soffermarsi soltanto alle ripetute sconfitte delle quali continuamente l’informazione ci racconta; guardare la città che brucia, rischia di fornirci l’alibi dell’impotenza e della rinuncia.