30 luglio 2017. Ottava domenica dopo Pentecoste

Posted on Luglio 31, 2017

30 luglio 2017. Ottava domenica dopo Pentecoste


I luoghi sono importanti; non perché si debba imparare la geografia biblica, ma perché contengono l’impronta dei passi di Dio che si fa incontro all’uomo; domenica scorsa abbiamo scoperto Galgala, là dove dodici pietre ricordano il compimento del viaggio dall’esilio alla terra promessa. Oggi, le letture ci introducono alla scoperta di altri luoghi. Con la vicenda di Samuele siamo a Silo: luogo santificato dalla presenza dell’arca dell’alleanza la cui custodia era affidata ai membri del gruppo sacerdotale. Luogo di pellegrinaggio e di preghiera, santuario scrigno del passato e porta del futuro, per il popolo e per ogni israelita. Non c’era ancora il tempio di Gerusalemme, si stava concludendo il periodo dei giudici che avevano preso il comando dopo Giosuè e stava per avviarsi la monarchia. La chiamata dell’adolescente Samuele al ruolo di profeta è il momento che segna questo passaggio. All’inizio della sua vocazione sta quella frase che suggerita, ma non praticata, dal sacerdote Eli, diventerà la dominante di un’intera vita: “Parla Signore che il tuo servo t’ascolta”. Samuele, nome che in aramaico vuol dire “Dio ha ascoltato” in ricordo della supplica della madre Anna rimasta sterile per tanti anni, sarà un uomo posseduto dalla Parola di Dio: profeta è colui che parla a Dio e al popolo, colui che esiste solo come intermediario e che vive una vita non sua. Persone speciali, i profeti: da Samuele ad Elia, Isaia e tutti gli altri, vediamo qualcuno la cui vita è immersa nel dialogo con Dio e con il popolo e che quasi sempre è dotato di carismi straordinari.
Oggi si usa dire che non ci sono più veri profeti e che il nostro tempo di conseguenza è privo della voce di Dio. Credo invece che un certo tipo di profezia sia dentro al cuore di ognuno di noi; il Signore parla al nostro cuore attraverso lo Spirito che Gesù ha voluto consegnarci; Gesù ha chiuso la stagione degli antichi profeti per aprire quella della profezia diffusa. Se il mondo religioso denuncia, spesso con parole rattristate, l’assenza di profezia è perché non ha ben compreso quale tesoro sia racchiuso nel cuore del discepolo e perché, anziché lasciarlo libero di diffondersi, lo mortifica con mille condizionamenti. La profezia del nostro tempo è allora quella del cristiano testimone dello Spirito di Cristo, del discepolo che ascolta la parola di Dio come un chiamato a dirla nella vita. Eccoci allora all’altro riferimento di luogo odierno: la Galilea e il lago. Importante notare che quel territorio non è propriamente esemplare per la pratica religiosa giudaica; è un crocevia di razze e di tradizioni differenti. Ma proprio da lì Gesù comincia: Giovanni Battista era stato brutalmente giustiziato e Gesù riparte da quel martire già sapendo che anche per se stesso sarebbe stata quella la sorte; però lascia la Giudea, terra del non ascolto e del fraintendimento, e va verso un mondo più laico ma forse più attento a cercare nuove vie. Il lago, che nel Vangelo è chiamato anche mare di Galilea, e le sue sponde diventano santuario a cielo aperto. Vi cammina il Signore; sponde benedette, come fossero scale alzate al cielo, e barche povere e forti, forma dei nuovi templi. “Venite”, è l’ordine, anche tanto sorprendente per la sua perentorietà. E lasciano tutto. Simone è il primo, e il suo nome vuol dire “uno che ascolta”, diventerà Pietro. I primi quattro discepoli sono tutti pescatori; hanno le mani cotte dall’acqua e ferite dalla corda, il volto bruciato dal sole e dal vento. Gesù non si è rivolto alle scuole dei rabbini, nemmeno agli asceti di Qumran, e neanche alla casta sacerdotale; per trovare gente capace di condividere e di donarsi si rivolge alla gente del lago. Pescatori, gente abituata ad affrontare una quotidianità ricca di
incertezze e di fatica. Gesù nelle sue parabole come nelle sue frequentazioni, amerà partire dalla concretezza delle cose semplici e pratiche; parlerà di pecore e pastori, di contadini e di campi. Dice che quei quattro primi chiamati, diventeranno pescatori di uomini. Chissà cosa avranno capito e che cosa effettivamente intendeva Gesù: quando vai a pescare, prendi un pesce e lo fai per mangiarlo; lo uccidi e poi fai la grigliata. Pescare un uomo significa invece farlo vivere: lo sottrai all’oscurità delle acque infide, lo fai emergere verso orizzonti luminosi.
Ora il racconto delle vocazioni bibliche, dai profeti agli apostoli, diventa suggerimento di strade per noi. La prima domanda che faccio a me stesso anzitutto è la seguente: sei uno che cerca la parola di Dio e l’ascolta? Si tratta non solo di lettura della Bibbia, ma di un sintonizzare mente e cuore sui suoi contenuti. Non affrontiamo adesso il tema delle vocazioni senza risposta e delle chiamate disattese. Non è qui in gioco il drammatico problema della forte diminuzione dei numeri di preti e suore. Di questo si è già parlato e si dovrà riparlare, e anzi sarebbe interessante sentire cosa ci potrà dire in proposito il nuovo arcivescovo. La questione è più legata ad una sorta di profanazione delle parole del Signore, ascoltate senza dar credito, e vissute con poca profondità. Gesù chiede di lasciare qualcosa da parte: le reti e le barche ai pescatori; loro si sono mossi subito. Guardiamo le nostre assemblee liturgiche in chiesa; noteremo che la posizione più gettonata è lo stare seduti, in piedi con fatica alla proclamazione del Vangelo e ancor più faticosamente in ginocchio al mistero della fede! Se non abbiamo una tensione indomita verso la presenza del Signore che chiede di affrettarci dietro i suoi passi, non avremo le sue parole da offrirci scambievolmente, ma solo vuote chiacchiere. Cosa prudentemente occorre lasciare?

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