30 luglio 2017. Ottava domenica dopo Pentecoste

Posted on Luglio 31, 2017

30 luglio 2017. Ottava domenica dopo Pentecoste


Una voce chiama. La voce può chiamare nella notte, all’ombra del tempio: è la storia di un ragazzo, Samuele. Ci è stata narrata nella prima lettura. O può chiamare in pieno giorno lungo le rive di un lago: è la storia di due coppie di fratelli, Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni, ci è stata narrata dal vangelo. La voce ha chiamato anche Paolo, su una strada, stramazzò da cavallo e Paolo ricordando la sua chiamata, dice che era l’ultimo.
Proprio non guarda in faccia a nessuno Dio. Un ragazzo, Samuele: ma non poteva Dio parlare direttamente al vecchio sacerdote Eli? E i quattro del lago: ma non poteva servirsi Gesù di gente più acculturata? E poi Paolo: ma vai a prendere un persecutore? Vuol dire che ci siamo proprio tutti. A maggior ragione se dici che sei l’ultimo, perché Dio sembra chiamare l’ultimo: per età, per cultura, per limpidezza di vita.
Ed è in prima istanza, direi, un problema di ascolto. Mi affascina la figura del ragazzo che anche di notte ascolta voci. Forse, di voci, a ben pensare, è piena la vita. Ma a volte mi sembra di essere in una stagione in cui non si ascoltano voci. E l’immagine che mi ritorna – so che non devo esagerare, è un’’immagine e non voglio criminalizzare nessuno – è quella di una società delle cuffie: ce ne andiamo, tappate le orecchie dalle cuffie, o gli occhi incollati a un tablet. Con il rischio di non ascoltare altre voci o di non accorgerci di chi ci sta seduto a fianco.. Mi chiedo se, tra le voci perse, non ci potrebbe essere anche quella di Dio? Ma forse le cose vanno insieme; se perdi le voci delle persone, non illuderti di essere uno che non perde la voce di Dio.
Potremmo continuare dietro un’altra immagine che sembra caratterizzare la nostra società. Quella della voce sovrapposta. Quando hai l’avventura di sentire la voce del’altro, la sopprimi con la tua. A questo proposito – voi lo sapete – i dibattiti televisivi sono un emblema eloquente: nessuno che ascolti! Ascoltare le voci.
Ancora, mi affascina – forse perché non mi appartiene e sono ancora molto lontano – il “subito” del vangelo, che, a ben pensare, fu il “subito” anche di Samuele nella notte. A Simeone e Andrea è detto: ”Venite dietro a me. Vi farò pescatori di uomini. Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono”. Poco dopo chiamò Giacomo e Giovanni, stavano riparando le reti: “Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono”. Questo “subito” – voi mi capite – mette in questione i miei ritardi, le mie esitazioni, le mie lentezze.
Non basta ascoltare. Anche se ascoltare voci è importante. Il verbo successivo è seguire. E a proposito di seguire una cosa vorrei ricordare che i quattro della barca e delle reti, forse affascinati da quella voce e da quello che avevano udito del Rabbi di Nazaret, nell’atto di seguirlo certo non sapevano che cosa avrebbe in futuro comportato per loro seguire un rabbi come Gesù, che li portava lontano da barche, da reti, dal padre. Ogni giorno avrebbero scoperto che cosa sarebbe stato seguirlo. Come a noi. Tocca ogni giorno scoprire che cosa ci chieda la fedeltà a lui e al vangelo, lungo le ore di una giornata qualsiasi. Ora che esco di casa, ora che rientro in casa, ora che mi occupo del mio lavoro, della mia professione, ora che incontro persone, ora che mi passano davanti agli occhi eventi che coinvolgono altri, la chiesa, il mondo, che cosa è per me seguirlo?
E vorrei ora venire a una immagine che mi è rimasta nella mente. Penso che d’ora in avanti andrò sconfinando – e mi perdonerete – dietro pensieri e suggestioni che mi prendono il
cuore. L’immagine è innanzitutto quella evocata dalle parole di Gesù: “Vi farò pescatori di uomini”: l’immagine che a prima vista – forse per anni – mi era sembrata improponibile, d’un tratto, leggendo, mi si accendeva dentro – so che vado sconfinando – – sino ad abbagliarmi. Sì, perché mi si presentavano agli occhi i nuovi pescatori di uomini: nel nostro mare ogni giorno vengono come “pescati”, in situazioni drammatiche ed estreme. uomini. E mentre la pesca dei pesci può avere l’intento di un guadagno, la “pesca”, la salvezza di donne, uomini, bambini ha solo come intento, quello di salvare l’umanità e di salvare noi stessi in umanità.
E insieme alla missione di “pescare uomini” mi intrigava un’altra immagine, quella delle reti: “Riparavano le reti”. Anche la parola “rete” può assumere significati di colori diversi, positivi o negativi.
Mettere in rete, in connessione, può significare infatti radunare dalle lontananze, dalle dispersioni ed è parola di una intensità biblica prodigiosa: radunare. Ebbene oggi, a fronte del successo innegabile della rete, assistiamo a un fenomeno opposto, quello della divisione, della disgregazione, della frammentazione. Per un delirio, un delirio devastante, dell’”io”, un “io” egotico, accentrato in se stesso, interessato solo a se steso. Non la rete buona delle relazioni, ma la dispersione degli egoismi. Personali o di gruppo. La sconnessione. Non siamo connessi. Dico spiritualmente, comunitariamente.
Ma la parola “rete” – vi dicevo – può anche assumere contorni negativi: dipende dalle intenzioni di chi usa la rete: per esempio, se per far pensare o per plagiare. Mi segnala un possibile effetto negativo della rete un verbo eloquente: “irretire”, che non è verbo da vangelo, non è la rete del vangelo. Che ci chiede invece di non lasciarci irretire, ci chiede vigilanza, intelligenza delle situazioni, ci chiede discernimento, ci chiede apertura di occhi e di mente. Più la rete si impone nel senso dell’”irretire”, più la vigilanza deve farsi acuta e pronta, vorrei aggiungere ”condivisa”, perché il potere di chi dispone della rete non è un potere cui puoi far fronte da solo.
Messaggi dalle letture d’oggi: ascoltare voci, seguire, mettere in rete, non lasciarci irretire.

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