30 aprile 2017. Terza domenica di Pasqua

Posted on Aprile 30, 2017

30 aprile 2017. Terza domenica di Pasqua


Il grande cero accanto all’ambone, il leggio che accoglie i testi biblici, ci ricorda due cose:
1. la parola che viene annunciata è luminosa traccia di senso vitale
2. il tempo che stiamo vivendo è comunque “tempo pasquale”
Se non vogliamo svuotare di significato la Pasqua, occorre anzitutto evitare di pensarla come una semplice festa settimanale resa più gradita dall’aggiunta di un lunedì pure festivo! Pasqua è un giorno che diventa “il giorno” e colora di luce tutto il tempo dell’uomo. Dobbiamo però scandagliare anche più profondamente il senso della festa: ripetiamo spesso che la Pasqua è la sconfitta della morte, diciamo che Cristo risorgendo ha vinto il dolore, ha sconfitto il peccato, ha distrutto il regno di satana. Eppure il dolore permane, il peccato continua a svuotare il cuore degli uomini, il diavolo pare al lavoro come non mai, la morte ci tallona e spesso va a colpire in modo cruento molte persone proprio a causa della fede nel Risorto. Allora sarà bene vedere la Pasqua con altri occhi: i presenti al sepolcro prendono atto coi loro occhi di un fatto: Gesù non è lì e l’evangelista nel descrivere i loro sguardi, usa tre verbi che costituiscono uno straordinario procedere verso la consapevolezza piena dell’accaduto. All’inizio c’è un vedere materiale, quello della Maddalena che vede la pietra rimossa; viene poi quello dello sguardo che indaga, cioè Pietro che osserva attentamente. Infine Giovanni che entra nel sepolcro e il suo occhio profondo e spirituale coglie il vero e crede. È questo il succedersi dei passi verso la fede che in tal modo viene proposto anche a noi. Pasqua cristiana è questa possibilità di un cammino che Dio stesso ha aperto nella persona del Cristo, capace di sconvolgere i piani di potenze avversarie le cui vittorie sono sconfitte depositate nella storia, scritta col rosso del sangue e dell’amore.
Devo chiedervi se anche voi provate un certo disagio, almeno iniziale, alla lettura del testo odierno di san Paolo agli Ebrei: ci parla di Gesù facendo riferimento alle più arcaiche prestazioni sacerdotali dell’epoca; esse sono fatte di animali sgozzati e scarificati, di riti oggi per noi inquietanti. Ma con Gesù, dice Paolo, cambiano contenuti ed attori del rito: Gesù stesso agisce da mediatore sacerdotale mutando il soggetto vittima, poiché sarà egli stesso. Certo che c’è disagio; perché finalmente comprendiamo: le religioni che vogliono tener buono Dio offrendo vittime per paura che possa nuocere al mondo, sono finite e forse l’ultimo colpo di coda può essere quello che vediamo ancora oggi e cioè il violare la vita di tanti come fosse cosa ordinata da Dio ed a lui gradita!
La Pasqua dice ben altro. Dio stesso si fa dono immolato per deciderci all’amore, riconosciuto e offerto. E siamo capaci allora di cogliere il perché dell’agnello di cui parla Giovanni Battista. Non c’è creatura più dipendente e fragile; non può fare a meno del pastore, della pecora madre, del calore del gregge. Così sprovveduto di autonomia da diventare il sinonimo della vita indifesa. Così si spiega come mai la liturgia in questa terza domenica di Pasqua vada a rispolverare la figura del Battista, che invece abbiamo in testa come protagonista dell’annuncio della visita di Dio all’uomo e come preparatore dei cuori al Natale. Lui dice : “ecco l’agnello di Dio”, e qui cito il mio caro amico che ora è già in cielo, don Raffaello, « a noi forse questa espressione non dice molto se non ne penetriamo lo spirito biblico. Come al sepolcro, anche qui c’è qualcuno che ‘vede’, vede oltre le apparenze».
Questo colpisce: Giovanni non sembra aver mai visto prima Gesù; dice di non conoscerlo ma riesce a vedere oltre perché fra tutte le persone che sono lì davanti a lui, scorge uno che gli va incontro e che gli mostra l’intento divino di svelarsi attraverso i segni dell’accadere e delle parole.
Mi fa pensare anche la prima lettura: dunque, Paolo va a trovare i discepoli di Efeso e scopre che parecchi ebrei seguivano le linee suggerite da Giovanni Battista ma ancora non erano approdati alla vita in Cristo Risorto con Battesimo ed allora li battezza.
Mi nasce una considerazione: è forte la frase che indica la sorpresa di Paolo: “non avevano mai sentito parlare dello Spirito Santo” e hanno solo l’acqua del Giordano senza la forza del cielo. È la differenza essenziale fra il volontarismo e la Grazia. C’è chi dice io faccio questo e quello, sono bravo e basto a me stesso; e c’è chi dice “senza la tua Grazia, non combino niente”. Il credere che possiamo cavarcela coi nostri mezzucci è la nostra peggiore condanna. Non si dica che chi è una buona persona ma non ha la grazia dei sacramenti sia da criticare. Anzi la domanda è: gli abbiamo annunciato il vangelo?
Si apre una visione di Chiesa diversa; non quella di un popolo che si arrabatta a raschiare il fondo del barile delle proprie risorse come se tutto dipendesse dai suoi sforzi. La Chiesa di Cristo Risorto è un popolo rigenerato dallo Spirito Santo: il Concilio Vaticano II ha fortemente sottolineato il richiamo allo Spirito, valorizzando quello che la fede nell’Ortodossia Cristiana orientale, in particolare, ripropone con molta convinzione e chiarezza nella propria fede. Andiamo a rileggerci l’inno Akathistos al Santo e Vivificante Spirito (pubblicato nel nostro sito internet per l’occasione). Apriamo le vele della nostra comunità per ricevere la spinta forte e decisa dello Spirito e forse sapremo assumere gesti e parole che sappiano di buona notizia.

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