30.08.2020. Prima Domenica dopo il martirio di san Giovanni il Precursore

Posted on Agosto 30, 2020

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30.08.2020. Prima Domenica dopo il martirio di san Giovanni il Precursore


Vi pare che Erode sia sulla strada della conversione? Ha sentito dire cose incredibili di Gesù e sembra cercarlo; che abbia una crisi di coscienza a causa dell’efferato assassinio di Giovanni Battista?
Qualche giorno prima Gesù aveva guarito una donna e riportato in vita la figlia di Giairo; dodici anni di malattia per la prima e appena dodici anni di vita per la ragazza morente. Il dodici è il numero che identifica un popolo intero: Israele è il popolo derivante dalle dodici tribù generate dai 12 figli di Giacobbe. Dodici gli apostoli, avanguardia del nuovo popolo. Gesù sta con il popolo e il popolo lo cerca davvero perché sente d’aver un bisogno estremo di vita, di salvezza di anima e corpo.
Erode è solo preoccupato di ipotetici sovversivi, nemici del suo potere e non ha neanche la stessa positiva curiosità di un Zaccheo che si arrampica sul sicomoro per capire chi stia passando davanti a lui.
La domanda di Erode è collocata dal vangelo di Luca nella sezione che racconta la missione dei discepoli; la risposta al suo interrogativo circa l’identità del nuovo profeta è proprio nei risultati ottenuti da quella predicazione.
Bello l’entusiasmo dei discepoli che raccontano a Gesù quanto avvenuto durante l’annuncio del vangelo; e la gente non sembra sazia di quell’amore che hanno visto offrirsi: così per Gesù ed i suoi adesso è assedio.
Come accadrà poi che gli sarà preferito Barabba?
Anche ai nostri giorni sembra che il nuovo, il giusto ed il vero non riescano ad affermarsi se non in modo sporadico e provvisorio.
La prima lettura aveva parlato di una nuova epoca. Rileggiamo il profeta Isaia. Siamo al momento in cui si torna a casa dall’esilio babilonese. Si prospetta un nuovo esodo, ma non è proprio così. L’epopea delle gesta di Jahvé alla guida del popolo di Mosè è stata tutt’altra cosa. Qui, il grande Ciro lascia liberi i prigionieri perché tornino a casa per rimettere in sesto un paese del quale comunque lui rimane il padrone. Non sarà quella svolta clamorosa dei nuovi cieli e della nuova terra come annunciava il grande profeta dell’esilio; loro, i ritornanti, erano troppo pochi, troppo poveri e poco liberi anche solo per riuscire a ricostruire il tempio di Salomone, i cui miseri resti giacevano anneriti dal fuoco della devastazione di settanta anni prima. Eppure un nuovo messaggio profetico preannuncia grida di gioia e di giubilo ed avverte che Iddio non ti lascia nemmeno il tempo di formulare la tua preghiera che già l’ha esaudita. Basta pianti, angosce, madri in lutto per i loro figli caduti nelle guerre. E sarà solo pace!
Pagina bella; anche troppo per essere vera. Secoli e secoli senza pace ed anche oggi la pace non c’è, né in Palestina, né altrove nel mondo. Eppure il Dio che ascolta e protegge, c’è e si è fatto vicino. Per noi non c’è dubbio che il Dio vicino è Gesù. Sono passati duemila anni dal compimento dell’oracolo, ma Gesù è rimasto lui stesso vittima di quella violenza che denunciava e dichiarava sconfitta. E allora, possiamo noi ancora credere ai quei suoi cieli nuovi mentre siamo continuamente costretti a riconoscerci dentro una civiltà violenta e cinica?
A volte siamo tentati di abbandonare il campo e di ritenere che la stupenda utopia cristiana non possa diventare realtà. Pochi giorni fa, stavo bevendo il caffè in un bar; si parlava di religione, quando uno dei presenti parlando di Gesù dichiara: Per me ha sbagliato, ha dato la vita per niente!
Gesù sarebbe stato un sognatore che ci ha poi coinvolti nei suoi sogni. Ma il problema è che noi siamo incoerenti e miseramente incapaci di star dentro a quei sogni. Lui ha comunque realizzato il modello dell’uomo nuovo, col suo stare dalla parte dei percossi e degli scartati, diventando uno di loro.
Anche noi pensiamo che Gesù sia stato davvero un uomo straordinario mentre il suo progetto è perdente? Come siamo messi noi, gente di Chiesa, in questa fase convulsa della storia? Ancora: quale deve essere il ruolo delle tradizioni religiose di fronte alle tante aree di sofferenza che affiorano un po’ ovunque?
Non possiamo e spero non vorremo limitarci ad imboccare una strada di preghiera e devozione intimista e chiusa verso il mondo esterno; del resto non mi piace neppure la via di chi si ferma alla pura denuncia: non ci conforta gran che il fatto che la storia ricordi Erode come un re assassino, e insieme a lui i suoi emuli del passato e dell’oggi.
Proviamo a valorizzare invece tutti i tentativi (e non sono pochi) di realizzare oasi di pace e dialogo, di organizzare strumenti per sostenere le fasce più deboli dell’umanità; solo mettendo in evidenza il bene già in atto si può dare un corpo reale all’utopia e rinfocolare la speranza della nuova terra.

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