3 settembre 2017. Prima domenica dopo il Martirio di San Giovanni Battista

Posted on 3 Settembre, 2017

3 settembre 2017. Prima domenica dopo il Martirio di San Giovanni Battista


Pochissime righe, non tante parole nel vangelo odierno; due pennellate: la domanda di Erode da una parte e l’esperienza missionaria dei discepoli con l’accorrere di moltissima gente. Qualcosa in comune fra Erode e la folla: cercano Gesù. Però il primo non lo trova mentre le folle sì e si dimenticano persino del cibo materiale. La grande differenza sta nel modo di guardare all’identità di Gesù: lo cerco con la disponibilità a lasciarmi coinvolgere oppure mi sforzo di farlo rientrare nei miei schemi? Erode ha solo il suo potere da difendere, null’altro gli interessa. La gente sente piuttosto che si avvicina il compimento di un’attesa lunga secoli. E noi? Siamo certamente di quelli che si sono messi sinceramente sulle tracce del Signore, ma forse viviamo oggi una stagione che ci rende molto difficile l’esprimere con entusiasmo la nostra esperienza, come invece fecero i discepoli al ritorno delle prime missioni. Ci sembra tutto già visto e conosciuto come fosse un oggetto fra i tanti che il mercato propone. E quindi posizioniamo il momento della fede accanto e alla pari di tanti altri momenti del nostro giorno. In fondo noi, così come è descritto nel vangelo, siamo sensibili solo a eventi eclatanti; e Gesù si infastidisce perché sempre gli viene chiesto qualcosa di significativo: un miracolo, un farci giustizia davanti agli altri, un garantirci una posizione, se non proprio privilegiata, almeno comoda. Non siamo così tanto diversi: il nostro guardare a Dio è per chiedere esenzioni: da malattie, da povertà, da malevolenze altrui; in positivo, per chiedere benessere materiale, salute, successo e tutto quello che il tempo attuale ritiene indispensabile per essere contenti.
Ha ben ragione Iddio di non gradire il nostro modo di vivere questa fede. Guardiamo a cosa dice e cosa chiede Gesù. Siete bravi, dice, a prevedere che tempo farà e allora come mai non sapete capire il momento? Una prima condizione per essere discepoli, è uscire dal nostro ristretto orizzonte, aperti ad una lettura attenta di ciò che c’è; non facciamo diventare la realtà solo l’oggetto di un grande e continuo superficiale chiacchiericcio e talora addirittura pettegolezzo, senza prendere le misure ed accorgerci di quanto subiamo scegliendo! Cosa chiede il Regno di cui Lui sta parlando e continuamente parla a chi vuole ascoltare? Niente di tanto complicato; non una miriade di regole e formule, una quantità di riti e gesti. È messaggio semplice e stringato quello di Gesù. Dio chiamatelo Padre perché lo è; lasciate perdere un po’ di sovrastrutture religiose, di orpelli rituali. Pregate, questo sì e sempre. Per incontrarci, Lui si fa presente nel fratello; su questa base bisogna cambiare le logiche che abbiamo inventato dal giorno in cui abbiamo tentato di impadronirci della gestione dell’essere e di stabilirne noi le leggi.
La lettura di Isaia ha giustamente parlato dei tempi del Messia come “cieli e terra nuovi”;
non abbiamo saputo avvalercene. Un commento tra i più meravigliati di fronte all’operato di Gesù era “Non si è mai visto niente di simile”, per poi arrivare alla conclusione del centurione romano ai piedi della croce “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio”. Il Regno cioè la vita giusta, ci è stato affidato e nuova linfa donata per alimentare un terreno avaro di frutti. Ci dimentichiamo troppo stesso che la terra da aprire al seme di Dio, siamo proprio noi, non quelli che come al solito diciamo “gli altri”.
Quando iniziò, 17 anni fa, il terzo millennio eravamo tutti presi dall’idea che l’era dell’acquario sarebbe iniziata con lo scoppio della pace; invece il botto fu quello dell’11 settembre. Occorrevano altri sintomi per capire di quanto male possiamo essere protagonisti? Parlando delle guerre mondiali, diceva Jung che il sintomo stesso può diventare strada al processo terapeutico. Cosa significa? Che se la crisi dei valori degli anni precedenti e contemporanei al primo conflitto mondiale è il sintomo, allora chi è riuscito a trovare anche un pezzettino di senso in una così grande catastrofe ha anche avuto la possibilità di salvarsi. Il problema odierno è che non riusciamo a tradurre i segnali che salgono dal precipizio, in voci di rilancio e rinascita, cioè in terra e cieli nuovi. Ci meravigliamo molto quando sentiamo di un decesso causato dal gioco della roulette russa: ma non pensiamo che questo è diventato uno sport diffusissimo.
La supplica di Paolo nell’epistola dice : “Comportatevi perciò come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità. Cercate di capire ciò che è gradito al Signore.” Un grande sforzo di comprensione ci attende: non riusciamo a proseguire sulla via del nuovo perché continuiamo a chiamare luce ciò che è oscurità.
Riprendo ancora il pensiero del filoso svizzero citato che suona così:” Si tratta di comprendere e accettare la crisi e, dunque, le zone d’ombra come momento di declino consapevole, per cogliere così quel pezzettino di senso celato nel cuore del caos apparente”. Può essere un nuovo inizio, il terribile kairos che viviamo.
Abbiamo costruito le chiese rivolte ad oriente, verso il sorgere della luce; l’occidente è luogo della fuga del sole. Cosa si cela dietro la sindrome antioccidentale in cui spesso violentemente ci tocca imbatterci?

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