29 ottobre 2017. Seconda domenica dopo la Dedicazione

Posted on 29 Ottobre, 2017

29 ottobre 2017. Seconda domenica dopo la Dedicazione


Possiamo immaginare la grande attenzione degli apostoli di fronte alle parabole di Gesù: infatti erano racconti che attingevano ad episodi della loro vita quotidiana; in tal modo era ovvio per loro pensare che stesse parlando di loro e per loro. Mi piacerebbe moltissimo che anche noi in questa Messa sentissimo che Gesù ci parla, che parla proprio a noi, anche se lo scenario di vita odierno è differente. Pietro e gli altri sapevano bene che cosa fosse pescare, passare la notte sulla barca, tornare a riva, ritirare la rete e poi controllare il pescato. Sapevano anche di dover scartare alcuni pesci secondo la prescrizione della legge mosaica come detto nel libro del Levitico: “Potrete mangiare quanti hanno pinne e squame, sia nei mari, sia nei fiumi. Ma di tutti gli animali, che si muovono o vivono nelle acque, nei mari e nei fiumi, quanti non hanno né pinne né squame, li terrete in abominio.” Ecco il motivo della cernita del dopo pesca, un gesto che altrimenti resterebbe incomprensibile e che impedirebbe di capire il senso della parabola. In realtà Gesù stesso, dopo aver raccontato la scenetta del ritorno dei pescatori, spiega il paragone; i pesci sono come gli uomini, buoni e non, e c’è un giudizio che li riguarda. La conclusione del lungo capitolo 13 di Matteo, appunto il libretto in parabole, conduce a riflettere sul fatto che alla fine della vita non vi sarà il vuoto ma una continuità di esistenza pur con modalità diversa; perciò diventa essenziale orientare a quella meta le nostre scelte. Che ci piaccia o no, ci sarà comunque una valutazione del nostro agire. Drammatica, allora, appare la domanda finale che Gesù rivolge agli ascoltatori: “Avete compreso tutte queste cose?”; gli risposero un semplice “Sì” che forse nasconde una stanchezza nella ricerca del senso di quelle parole, o maschera il timore che quell’approdo finale possa trasformarsi in un naufragio, cioè l’esclusione dal Regno di Dio proprio come certi pesci dalla rete.
Ma cosa voleva intendere il Signore parlando di Regno? Diverse parabole iniziano con l’espressione “Il Regno dei cieli è simile a …”: cosa intendeva comunicare? In breve proviamo a rispondere anche perché la prossima domenica è intitolata a Cristo Re e torneremo di certo sull’argomento. “Venga il tuo Regno”, preghiamo nel Padre Nostro. A prima vista pare trattarsi di qualcosa di futuro, quanto a compimento; e tuttavia Gesù ne parla come di un evento misterioso e presente al tempo stesso, quando dice ai discepoli: “A voi è stato dato il mistero del Regno!”. Potremmo dire che per Regno si intende il progetto divino riguardo all’umanità, cioè l’offerta di una possibile ricomposizione dei frammenti di un mondo tragicamente sconvolto dalle scelte mortali di tante sue stagioni. Regno è indicazione di un venire di Dio a mettere le cose a posto, persino a costo di caricarsi sulle sue spalle, divenute umane in Gesù, i nostri sbagli.
Oggi possiamo aggiungere che quella rete descritta nel vangelo, e il Regno che è sottinteso, sono anche il simbolo di una comunità, la Chiesa. Essa è un contenitore che raccoglie di tutto e il Signore vorrebbe tanto potervi esercitare il suo più grande ministero, che è quello della misericordia; la Chiesa infatti, proprio come la rete prima dell’esame del suo contenuto, ha con sé tutti noi, nel bene e nel male. La Chiesa è chiamata a riflettere su questo: il Regno si inaugura con una festa di nozze (a Cana di Galilea) e si concluderà con un banchetto come racconta Matteo 25! Il che non significa che il tempo che ce ne separa sia sempre trapuntato di stelle luminose. Cerchiamo dunque di semplificare il lavoro futuro degli Angeli assumendo tutti gli accorgimenti per ricoprirci di pinne e squame, cioè di deciso cammino evangelico.
La frase che conclude la rapida parabola della rete, parla di una figura un po’ sconosciuta a noi; chi è lo “scriba” citato da Gesù? All’epoca, gli scribi erano una potenza nella società giudaica: detenevano il sapere della legge e dei profeti, ed erano chiamati col titolo di Rabbi, cioè maestri. Generalmente il vangelo mette vicini scribi e farisei e questo la dice lunga sulla percezione che sia il popolo ma anche Gesù ne avevano. L’accusa di ipocrisia che il Signore rivolge a questa categoria denuncia la distanza dei cosiddetti sapienti dal vero sapere. Eppure c’è uno scriba che ha saputo svestirsi della sua immobilità culturale per farsi discepolo di Gesù. È tanta la sorpresa di una simile svolta che Gesù gli conferisce un posto formidabile: sarà capace di fornire a tutti quelli che il padrone invita a casa, la strada giusta e i passi da compiere! Vedo in questo passo due spunti per il nostro tempo: anche adesso come allora la crisi della trasmissione dei valori è in atto ferocemente. Penso agli educatori che diventano i galoppini degli educati, ai genitori che infoltiscono le agende dei bambini quasi a mascherare la propria indisponibilità al ruolo; penso anche in ambito religioso alla crisi della catechesi e alla lontananza della teologia dal popolo cristiano ma penso anche in ambito civile alla paurosa deriva individualista che assedia istituzioni e popoli con conseguenze spesso sanguinose e fratricide . Servono assolutamente “scribi discepoli”, che sappiano riconoscere d’avere un vero e proprio tesoro così da comunicarlo nel modo più bello e gioioso. Viviamo, credo, un’epoca di grave recessione rispetto alla consapevolezza dell’impegno necessario per salvarsi da disastri che la storia ha già conosciuto: la tentazione di pensarsi impotenti di fronte a certe evenienze è forte, ma la dobbiamo respingere con determinazione e lucidità.

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