29 ottobre 2017. Seconda domenica dopo la Dedicazione

Posted on Ottobre 29, 2017

29 ottobre 2017. Seconda domenica dopo la Dedicazione


Una piccola parabola, questa della rete gettata nel mare, che ritorna colma di pesci. Perdonate, se mi esprimo così, fa parte della mia stranezza: affacciandomi al testo mi sono immaginato che la parabola fosse un po’ triste, che si sentisse un po’ sola, perché Luca – io penso, sapientemente – per raccontare del regno di Dio, aveva stretto insieme, quasi fossero abbracciate l’una all’altra, tre piccole parabole. Forse ce le ricordiamo: quella del tesoro trovato in un campo da un contadino, quella di un perla preziosissima scovata chissà dove da un mercante e poi la nostra, quella della rete.
Mi sono chiesto: tutte e tre, strette insieme, che cosa raccontano? Io penso raccontino una gioia, una festa, occhi che brillano, quelli del contadino, quelli del mercante, quelli dei pescatori. Occhi che brillano per l’inatteso. L’inatteso di un tesoro nel campo, l’inatteso di una perla di grande valore, l’inatteso di una rete che è uno scintillio di pesci, “colma” dice il vangelo.
Il regno di Dio, dice Gesù, è simile a questo. Dovrebbero brillarci gli occhi. Siamo noi quel contadino, siamo noi quel mercante, siamo noi quei pescatori. Fortunati! Sì. Fortunati perché chi se lì aspettava una cosa così fra le mani? Certo il contadino aveva vangato il campo, ma quel tesoro era oltre ogni attesa; il mercante aveva fatto viaggi a non finire, ma quella perla era oltre ogni attesa; i pescatori avevano faticato lunghe ore nella notte, ma una rete colma così, era oltre ogni attesa. Pensate il gratuito del regno di Dio; il gratuito e l’inatteso. Che per noi si chiama: Gesù di Nazaret. Oltre ogni pensiero ed ogni attesa. Così canta a Dio un prefazio della liturgia ambrosiana: “Amandoci oltre ogni nostro pensiero e ogni attesa, hai inviato al mondo il tuo Figlio unigenito perché nell’umiliazione della morte in croce riconducesse alla gloria l’uomo che dalla tua bontà era stato creato e per la propria superbia si era perduto”.
Oltre ogni pensiero e ogni attesa, un evento da farci brillare gli occhi come a quel contadino, come a quel mercante, come a quei pescatori. Purtroppo può succedere che alla gioia per l’evento sia subentrata l’abitudine. Non dovrebbe succedere, ma è proprio così vero che non accade? A chi entrasse per la prima volta nelle nostre chiese, siamo così sicuri che si offrirebbe lo spettacolo di donne e uomini con luce di festa negli occhi e non donne e uomini dalla faccia spenta o annoiata? Stiamo portando la sorpresa di una rete colma d pesci a riva. Il tesoro è oggi, capite, oggi abbiamo trovato un tesoro. La perla preziosa è oggi, oggi abbiamo comprato questa perla; oggi ce ne veniamo con la rete stracolma. Mi chiedo perché non ci brillino gli occhi.
Vorrei aggiungere che quella della rete è una parabola che, come tutte le parabole, non va presa in tutti i suoi particolari, che a volte suonano paradossali. Paradossale sembra una rete dove la selezione dei pesci avviene anni e anni dopo, alla fine dei tempi. Noi subito faremmo notare che ai pesci marci basterebbe poco tempo per far da contagio agli altri, ospitati nella stessa rete. Eppure Gesù ha osato questo paradosso, A noi tocca intuire perché. Forse perché voleva raccontare la pazienza di Dio, che non ha i nostri tempi stretti per l’esclusione. Forse voleva anche dirci che il contagio tra uomini e donne, se l’esclusione non è immediata, potrebbe avvenire anche in senso opposto. Non succede tra pesci, ma succede tra uomini e donne. Succede che donne e uomini, senza arroganza e con innato rispetto, contagino di bene altri uomini e altre donne. Certo con la parabola Gesù voleva toglierci dalle mani e dalla mente la presunzione di essere noi a selezionare. Non ce lo lascerà fare – e io dico, per fortuna – nemmeno alla fine dei tempi: “Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente”. Forse qualcuno di noi, di buona memoria, può ricordare che nel fuoco ardente abbiamo fatto passare uomini e donne in passato, con la presunzione di sapere chi fossero eretici e peccatori e che di conseguenza a loro toccasse uno dei tanti roghi della storia. La parabola ci chiede di interrogarci oggi. Di interrogarci oggi sulle nostre selezioni, sulle nostre esclusioni, sulle nostre pretese di collocare, noi, in caselle definitive buoni e cattivi. Non sempre sono roghi di fiamme, spesso sono roghi di giudizio, che inceneriscono l’altro dietro le nostre presunte sicurezze. Ci verrebbe da dire: “Lasciate il mestiere agli angeli. Non è questo il tempo. Questo è il tempo di cantare il gratuito e l’inatteso di Dio. Del suo regno”.
Gesù chiede ai discepoli se hanno capito il significato delle parabole del regno. Gli rispondono di sì. Forse noi – io di certo! – non avremmo la stessa sicurezza, se ce lo chiedesse. Risponderemmo che abbiamo capito qualcosa, ed altro non abbiamo capito. Di anno in anno abbiamo la sensazione di aver capito qualcosa in più, ma che ci resti ancora tanto, proprio tanto da capire. E che Gesù non si arrenda dal farci dono ogni volta del suo Spirito. Lo Spirito che faccia di noi lo scriba, di cui ci parla, alla fine del racconto delle parabole: “Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del Regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche”.
Dicendo “discepoli del regno”, “discepoli”, Gesù sembra tracciare una condizione ineludibile per coloro che desiderano estrarre cose nuove e cose antiche dal tesoro: ”essere discepoli”. Se siamo arroganti, discepoli di noi stessi, il tesoro resterà chiuso. Chiuse le Scritture sacre che veneriamo come il pane dell’eucaristia. Le sfioriamo con la stessa devozione: è presente il Signore.
Starei per aggiungere che un segno che sei un discepolo del Regno è che tu nelle tue mani ti ritrovi cose nuove e cose antiche. Forse sbaglio ma mi sembra di capire che se lo scavo non porta alla luce la novità del vangelo, se il vangelo lo mummifichiamo nelle nostre tradizioni, in parole che non fanno ardere il cuore delle donne e degli uomini di oggi, non siamo discepoli del regno.
Tutti ricordiamo le parole severe di Gesù, il giorno in cui scribi e farisei gridarono alla violazione della legge di Dio, perché avevano visto i discepoli “prendere cibo con mani impure, cioè non lavate”. “Trascurando il comandamento di Dio” disse loro” voi osservate la tradizione degli uomini”. E aggiunse: “Siete veramente abili nel rifiutare il comandamento di Dio per osservare la vostra tradizione”.
Ebbene oggi siamo qui a chiedere la grazia di diventare discepoli del regno e di estrarre dal tesoro cose nuove e cose antiche.

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