28 maggio 2017. Settima domenica di Pasqua

Posted on Maggio 28, 2017

28 maggio 2017. Settima domenica di Pasqua


Che cosa convince i disillusi. Potrebbe essere questo il sottotitolo dell’episodio di Emmaus.
Quante volte abbiamo ascoltato, riletto il brano. Quante volte ci siamo riconosciuti nei due discepoli e nel loro disincanto di fronte alle nostre sconfitte. Emmaus, nella pianura di Sefela, all’incrocio delle strade che da nord e da sud si dirigono verso Gerusalemme. Luogo fertile e ricco di acqua (il nome viene da Hammot, in ebraico acque calde). Luogo che rievoca la guerra dei sei giorni israelo-palestinese: ad Emmaus, località strategica per la guerra, Israele spianò case e campi, per far posto ad un terreno militare super armato. Contadini allontanati e paese cancellato. Ancor oggi gli eredi di quell’esproprio vivono spesso in condizioni che fanno pensare alla disperazione di Cleopa e del suo compagno, i due discepoli. Colpa di una crocefissione che non ha ancora conosciuto il risorto. Loro però se ne andavano per tornare a casa, per rientrare in un luogo dove la visione della croce non potesse più inseguirli minacciosa. Ma il profeta ucciso li raggiunge perché è vivo. Non accade la stessa cosa per tanti sconfitti di ieri e di oggi, spesso distrutti da un male fine a se stesso, senza luce, senza parola e senza pane spezzato. Il pensiero corre ai morti di Manchester o a quelli di Mindanao nelle filippine, e ieri al bus dei pellegrini ortodossi per fermarci ai più recenti episodi.
Di fronte alla deludente storia di ieri e di oggi, la tentazione di diserzione è fortissima; scappare sembra essere quasi l’unica cosa da fare. I discepoli di Emmaus hanno fatto così:
hanno abbandonato il loro posto, se ne sono andati, lontano dalla croce e lontano dagli amici. Sulla croce è svanito il sogno di poter realizzare con Gesù un cambiamento concreto nel loro paese (“noi speravamo che fosse lui a liberare Israele”). Un uomo li affianca d’improvviso e si accompagna loro. Entra in argomento: i fatti di Gerusalemme. “La pietra d’inciampo dei discepoli era la croce. Con essa sembravano morte tutte le loro speranze. Allora Luca inserisce in bocca a Gesù un verbo tipico di tutta la teologia lucana della croce: “Non bisognava che….”. Cosa vuol farci capire l’evangelista? Ad un primo livello, si può dire che la morte di Gesù è il naturale epilogo della sua prassi di profeta. Il conflitto instaurato con le guide religiose del popolo, il contrasto su aspetti fondamentali della religione (il sabato, la purità, la legge, il tempio…) lo conduce inevitabilmente ad una morte violenta. Ma il martirio di Cristo-Profeta è solo una delle chiavi di lettura. Il verbo “bisognava” sottrae la morte di Gesù alle leggi del fato, della natura o della politica per assumerla direttamente nella decisione libera, sovrana, gratuita di Dio. Quello che era il punto di inciampo, lo scacco insormontabile, ora è rivissuto in termini salvifici: la morte è il massimo momento rivelativo di Dio, è il passaggio obbligato per poter entrare nella gloria del Padre” (Martini).
Ma allora che cosa ha convinto questi disperati? La spiegazione delle Scritture, cioè vedere che quanto è accaduto era stato previsto dai profeti? Non basta una lucida esegesi per convincerci che il Vangelo è vita! Non servono predicatori preparati e colti, comunicatori capaci di farsi capire; ci vuol altro. Gesù ha fatto due cose: ha scaldato i cuori anzitutto. Non tanto le sue parole, ma il modo di pronunciarle che lasciava trasparire la sua speciale anima; qualcosa che fa dire: “Resta con noi”, stiamo bene con te! E poi il gesto del pane, la consegna della sua vita; e qui il Risorto può sparire, perché ormai han capito che è vivo e quindi tornano alla comunità, ascoltano e riferiscono. La Chiesa riunita con Maria è quasi pronta per partire per il dovunque. Anche noi sappiamo che non siamo sperduti verso Emmaus se ci rimettiamo in gioco con la forza del pane-vita. Luca a proposito del pane spezzato, non dice “lo diede loro”, ma “lo dava loro”: la promessa di Gesù di entrare “per rimanere con loro” viene mantenuta oltre ogni aspettativa. L’imperfetto, indicando una azione continuata, evoca il Cristo che siede alla mensa degli uomini di tutti i tempi.
Ricordiamoci che nel racconto dell’ultima cena, solo Luca aveva riportato il detto “Fate questo in memoria di me”, rireso poi da Paolo in prima Corinti. In casa ad Emmaus, è Gesù stesso che presiede il memoriale. Le luci del tramonto nella discesa da Gerusalemme suggerivano cupi pensieri e altri brutti presentimenti. Anche i nostri giorni ci tormentano di presagi infausti. Chiediamo di avere Lui, compagno al fianco, per essere capaci di leggere il presente e di rinnovare le risalite di nuove prospettive.
“Se dovessi lasciare l’intero Evangelo per una sola scena che, tutto lo raccolga, non avrei alcuna esitazione e sceglierei la pagina dei discepoli di Emmaus”. Così scriveva Jean Guitton, il pensatore francese amico di Paolo VI nel suo Gesù, pubblicato nel 1956.