28 maggio 2017. Settima domenica di Pasqua

Posted on 28 Maggio, 2017

28 maggio 2017. Settima domenica di Pasqua


Perdonate, leggendo brano degli Atti e brano del vangelo, brani che hanno come autore Luca, la mente mi andava a una stanza, a quella stanza, a cui fanno ritorno i due viandanti di Emmaus, dopo aver riconosciuto Gesù nella locanda allo spezzare del pane.
La stanza, in cui erano soliti riunirsi, aveva visto l’animo dei discepoli oscillare tra i sentimenti più contrastanti. Prima avevano scartato come vaneggiamenti le parole delle donne che lo dicevano risorto, poi ecco alcuni affermare che era apparso Simone, ed ecco poi arrivare Cleopa e il suo compagno di viaggio a darne conferma. Discutono e, nel pieno delle loro discussioni, ecco entrare Gesù: quasi non credono ai loro occhi, eppure è lui a chiedere se hanno da mangiare e mangia una porzione di pesce arrostito con loro. Poi li conduce fuori dalla stanza, verso Betania e, proprio là, “alzate le mani li benedisse; mentre li benediceva si staccò da loro e veniva portato su in cielo”. Ritornano in città ed ecco riapparire la stanza: “Salirono nella stanza al piano superiore dove erano soliti riunirsi”.
E che bello – pensate! – nel racconto sono ricordati i nomi: non è una riunione di anonimi, e nemmeno un convenire di soli maschi, come accadeva nelle scuole rabbiniche: c’erano alcune donne e c’era Maria, la madre di Gesù. E non c’era uno sgabello più alto di un altro – ancora non succedeva –. Non c’erano predelle, c’era un convenire di fratelli e sorelle. Proprio quelle sorelle che i discepoli al mattino avevano giudicato poco credibili, come fossero state prese da vaneggiamenti.
Leggevo e mi dicevo che anche noi abbiamo bisogno di una stanza al piano superiore. E mi dicevo: quando diciamo chiesa dovremmo pensare a questa stanza. Quando diciamo chiesa a volte invece pensiamo a una realtà fumosa e lontana, impalpabile. No, è la stanza in cui riunirci, una stanza in cui ci si sente accolti così come siamo, con le domande che portiamo dalla storia. E non anestetizzati, facendo come se non ci portassimo dentro, incollate, implacabili, le domande dei nostri giorni. Stanza delle domande e anche stanza della notizia buona del Signore risorto, notizia che fa scaturire energie buone nel cuore, perché viene a rassicurarci che comunque a vincere non sarà la morte. Stanza delle domande che ci spaccano il cuore e stanza delle memorie che ci sollevano, in giorni difficili da vivere e da reggere.
Ritorniamo periodicamente alla stanza. Ma poi la lasciamo: ci chiama la vita. Poi ecco ancora un bisogno di ritornare. Come questa mattina. Perché negli occhi ci portiamo ancora le immagini della settimana, le immagini di una strage brutale di ragazzini colpiti biecamente in un loro momento di entusiasmo, di festa, di vita. Negli occhi l’immagine di un papà che porta sulle spalle la sua ragazzina, e gli occhi della ragazzina come un lago di devastazione, devastazione di vita. E a seguire – è quasi un continuo – corpi straziati di cristiani copti massacrati in Egitto e ancora bambini. E ancora corpicini di bambini ammonticchiati gli uni sugli altri, restituiti dalle acque di un naufragio. A volte ci prende come la sensazione che non ci sia più un senso, che la speranza quasi non abbia più un luogo dove abitare.
Ce ne andiamo allora tristi come i due discepoli di Emmaus, dentro un sole basso. che declina, dentro una stagione bassa, che sembra declinare in umanità.
La strada dei due verso il loro villaggio era buia, ma ancor più buio il cuore. Per loro il viaggio di ritorno era una sorta di regressione: si tornava a casa: avevano sperato, il rabbi
di Nazaret aveva acceso sogni, aveva dato inizio a qualcosa di nuovo sulla terra. L’avevano fermato uccidendolo, ucciso di croce. La speranza in loro ora era declinata al passato: “Noi speravamo che fosse lui…”.
La strade dei due di Emmaus e le nostre strade. Dove fatichiamo ad accorgerci di segni che, lungo la via, alludono a una presenza, la presenza del Viandante, che cammina in incognito, si affianca. Ma è come se i nostri occhi fossero impediti a riconoscerlo. Dov’erano i segni? I segni lungo la strada che avrebbero dovuto aprire gli occhi dei due discepoli e oggi aprire i nostri? Li ricordo brevemente. Parzialmente.
Mi chiedo: non è già svelamento di una presenza se qualcuno, nelle ombre della notte, riconosce tristezza sul tuo viso? Non è già svelamento di una presenza se qualcuno, prima di parlare, ti chiede che cosa hai nel cuore?
Non è già svelamento di una presenza se uno dilata il tuo sguardo compresso sulla morte e ti fa intuire un oltre, oltre la fatica, oltre la sofferenza, oltre la morte? E ti restituisce gli occhi alla vita, alla vita nonostante tutto? E ti fa riardere il cuore?
O non avviene uno svelamento della presenza, della presenza del Risorto, quando sei tu, come avvenne quella sera, a invitare il forestiero, lo straniero, ad entrare nella locanda?
E non è forse svelamento degli svelamenti quando il Figlio di Dio si ferma e spezza, come questa mattina, il pane in mezzo a noi?
E non accade forse la presenza del Risorto ogni volta che tu non ti limiti ad essere “un pane buono solo per te”, ma sei “pane buono per tutti”, per tutti coloro che con te vivono, che tu incontri?
Gli svelamenti sono piccole luci. Oserei dire momenti fugaci. Del forestiero, entrato nella locanda, è scritto che dopo aver spezzato il pane, proprio quando gli occhi dei due si aprirono e lo riconobbero, “sparì dalla loro vista”. Eppure bastò quello – le parole lungo la strada e il pane spezzato – per rimetterli in cammino: non più una fuga dalla città, ma un rientro. La strada ancora buia, ma una luce dentro, quasi una lampada nella notte. Il Signore la tenga accesa in noi.

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