28.10.2018. I domenica dopo la Dedicazione

Posted on Ottobre 29, 2018

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28.10.2018. I domenica dopo la Dedicazione


Quale compito spetta al cristiano? Il titolo della prima domenica dopo la Dedicazione suggerisce la risposta: la giornata missionaria ; si deve partire, andare, lasciare casa e tutto quanto, così come racconta di Filippo la prima lettura, uno che lascia alle spalle Gerusalemme e sale sul carro delle domande che salgono dall’uomo. Il compito è l’annuncio del vangelo. Un tempo, nelle parrocchie, si invitava a predicare qualche missionario in transito che ci raccontava la vita in una missione africana oppure latino americana o anche in estremo Oriente; alla fine il consueto obolo a sostenere le opere missionarie, a delegare ad altri l’impegno che sarebbe di tutti e così ipocritamente tacitare la coscienza. Oggi, al tempo delle grandi migrazioni e della globalizzazione, si ripensa la missione e ci si interroga su che significhi questa parola e su come spiegarla. Le terre a noi note un tempo come cuore del cristianesimo, sono decisamente scristianizzate: non più una religiosità di una sola tradizione, la nostra, ma un mondo fatto di tante culture spesso di religioni diverse e anche di nessuna fede religiosa. Quando sentiamo i nostri pastori che hanno fatto proprio il monito del Papa di far sì che le nostre siano delle chiese in uscita, ci spaventa il doversi affacciare sulle piazze del mondo e il nostro è uno sguardo spaventato e smarrito. Che fare, come annunciare, che lingua parlare? Forse si dimentica che anche i primi missionari, gli apostoli, hanno avuto problemi analoghi: stretti nella morsa di giudei e pagani, dovevano proporre la sequela cristiana, e in più si sono sentiti dire che devono varcare confini, che la terra tutta è il loro traguardo. Anche a noi sembra sproporzionato il mandato che nel Battesimo ci viene conferito: che capacità abbiamo, che fede abbiamo, che perplessità portiamo dentro? Talora sembra, come diceva ieri sera l’arcivescovo Delpini alla Veglia Missionaria, che siamo capaci di ascoltare e raccogliere le domande che ci vengono sbattute in faccia da chi è in cerca di risposte e di senso, ma non siamo però capaci di risposte. Come annunciare un Gesù morto risorto e un Padre onnipotente e creatore, a della gente che vive al modo del famoso “come se..”
Niente da fare: anche a gente sgangherata, di allora come di oggi , Gesù affida il compito di dire di Lui e dell’amore di un Padre al quale lui ha reso vera testimonianza. Mettendosi in cammino, succede allora qualcosa di inatteso e anche qui allo stesso modo allora come ai nostri giorni. Questi missionari che hanno avuto una formazione di soli tre anni, che alla fine non hanno neppure riconosciuto Gesù risorto apparso loro e per questo prendono una bella sgridata, loro che hanno avuto il brivido dell’abbandono dopo l’ascensione, così come sotto la croce, vanno a ripetere l’annuncio e trovano qualcosa di sorprendente: la cosa, cioè la buona notizia da comunicare, funziona e risolve, dà felicità; ora capiscono il perché! Gesù li accompagna, non sono orfani. Riescono persino a fare miracoli! Inoltre la spiegazione non sta solo nel fatto che agli apostoli arriva una forza speciale da Gesù, ma anche nel fatto che ormai la loro vita è coerentemente evangelica poiché dà priorità assoluta all’annuncio del Vangelo, tutto il resto dopo: dopo i soldi, le questioni coi parenti, le feste, il vestito, la moda, il bar, ecc.
Noi, missionari del ventunesimo secolo, come ci muoviamo? Credo che la parola missione sia rimossa dal nostro vocabolario; ci si accorge di voler evitare conflitti con chi la pensa diversamente, senza accorgerci che stiamo mettendo in secondo piano il mondo delle beatitudini del discorso della montagna. Mi accorgo che va tutto bene quel che si dice in giro, anche quando si afferma che l’imperativo salva vita dell’amore è una favoletta e che forza e violenza sono le cifre determinanti del confronto umano. Allora dobbiamo riconoscere che la nostra fede è spenta, che non ci sediamo sul carro insieme all’etiope come fece Filippo, che non sappiamo dire chi è Gesù. Abbiamo paura di essere scambiati per gente che fa del proselitismo, gente che pesca sull’ignoranza della Parola di Dio e che minaccia chi si fa sordo e chi si lascia incantare dall’ultima sirena sopraggiunta.
Requisiti essenziali della missione cristiana sono: in primis il saluto e l’ascolto e poi una forma di vita che sia testimonianza viva di Gesù, che sia ripetizione di quel “fate questo in memoria di me” che troppe volte è stato interpretato come una reiterazione rituale, anziché l’invito a donare la vita come Egli fece. Gesù non è semplicemente un mental coach come si dice oggi degli addestratori nei quadri aziendali alti: è vita/modello la sua, non parola staccata dalla vita.
Sono spunti per un profondo ripensamento della missione; oltre a tutto la comunicazione mediatica pubblicitaria, ad esempio gli spot dell’8×1000, rischia di far coincidere la missione con l’aiuto umanitario: errore grosso. È evidente che la crisi che attraversa il mondo non è solo una questione di economia.
Clément Olivier, grande teologo del mondo cristiano ortodosso, parlando di quanto accadde cinquant’anni fa, il sessantotto, disse che “la crisi è figlia ribelle della civiltà del non senso”; e pensate che l’allora card. Ratzinger ebbe a dire di quella stagione: “le eruzioni che scuotono la nostra moderna società, sono anche un’insurrezione inconscia contro la totale pianificazione della nostra esistenza!” L’uomo che leggeva la Bibbia senza capirla su quel carro diretto a Gaza, quella che oggi è un buco nero del cielo terrestre, pone il problema del “non mi sta bene quel che viviamo” e interroga la missione.

“Quella che viene richiesta è un’opera di spogliazione ben più faticosa di quella dai semplici mezzi economici: si tratta, infatti, di abbandonare le certezze, gli appoggi intellettuali, gli assetti religiosi praticati fino a quel momento, e di immergersi in altre culture. Certo, per fare questo ci vuole fede nel Vangelo, nella sua “potenza divina” (dýnamis theoû: Rm 1,16), mentre occorre smettere di porre fede nella propria elaborazione o nei propri progetti culturali. Più spogli si va, più il Vangelo è annunciato con franchezza e, come seme non rivestito caduto a terra, germoglia subito e più facilmente. Quanti errori abbiamo commesso nell’evangelizzazione, confidando nei nostri mezzi, nelle nostre “ideologie”, e, in parallelo, disprezzando le culture degli altri, che sovente abbiamo mortificato e distrutto per imporre la nostra! E la sterilità del seme del Vangelo, soprattutto in Asia, dove esistevano culture che potevano concorrere con la nostra occidentale, è un segno evidente dell’errore fatto. Il Vangelo è caduto a terra come un seme ma, essendo un seme troppo rivestito, per causa nostra, non ha potuto marcire né, di conseguenza, germogliare”. (comunità di Bose)