27.05.2018. Santissima Trinità. Prima domenica dopo Pentecoste

Posted on Maggio 27, 2018

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27.05.2018. Santissima Trinità. Prima domenica dopo Pentecoste


La festa di Pentecoste, celebrata la scorsa domenica, ci ha consegnato compiti, missione, responsabilità; siamo un popolo che ha un regno da costruire. Il fondatore si è fatto da parte: avrete infatti notato che accanto all’ambone non c’è più il grande cero acceso la notte di Pasqua che rappresenta appunto il Cristo risorto e presente. Ma prima di lasciarci ci ha lasciato il dono di un sostenitore; mi verrebbe da dire: siamo degli scolari poco adeguati e menomale che abbiamo l’insegnante di sostegno. Spirito Santo è il suo nome. Quando l’incertezza ti consuma, eccolo pronto a rassicurare; quando scemano l’energia e l’entusiasmo, eccolo a rincuorare; quando di parole non ne abbiamo più, parlerà Lui. Siamo di fronte al progressivo farsi conoscere da parte di colui che chiamiamo Dio; il primo ad usare il nome Trinità fu Tertulliano nel II secolo. Ancor prima di lui però Teofilo di Antiochia aveva parlato di Triade mentre nei vangeli troviamo nell’ultimo capitolo di Matteo la famosa frase: « Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo ». Poco alla volta la teologia cominciò a cimentarsi nel tentativo di capire, di descrivere, di rappresentare. Il dogma, affermato nei grandi Concili di Nicea e Costantinopoli, ha continuato ad essere oggetto di mille elucubrazioni ed anche di tante contestazioni sfociate poi in movimenti eretici sia nell’antichità che in epoche vicine a noi. Non intendo certo fare un resoconto storico; nell’omelia non è il caso. È solo un cenno per dire che ci troviamo di fronte a qualcosa di eccezionalmente superiore alle nostre indagini intellettuali. Vedete come si esprime il testo dell’Esodo ora letto? «Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo» e ancora «… Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non si può vedere». L’inarrivabilità del volto divino nella sua essenza è ben affermata in queste frasi citate. Possiamo però gustare la bellezza di quanto riescono a spiegarci; anzitutto che la caratteristica saliente del divino è la bontà! A Mosè che chiedeva di vedere la gloria di Dio viene risposto: «Farò passare davanti a te tutta la mia bontà e proclamerò il mio nome, Signore, davanti a te. A chi vorrò far grazia farò grazia e di chi vorrò aver misericordia avrò misericordia». Il vangelo di oggi mostra Gesù nella piena consapevolezza della difficoltà di farsi intendere e accettare dal mondo religioso del suo tempo; è persino preoccupato del fatto che il popolo sia ostaggio di una deformata e angosciosa conoscenza di Dio portata avanti e indotta dai capi per i loro scopi fatti di interesse e potere. Per questo Gesù aveva fatto riferimento alle proprie opere oltre alle parole, come testimonianza della
verità di Dio da lui annunciata; cito il caro amico don Raffaello: “Certamente il mondo di Dio è misterioso e certamente è difficile percorrere le strade della sapienza, ma Gesù ha mostrato non solo a parole, ma anche a fatti, la novità, i frutti e l’operosità che finora nessun altro aveva mostrato. Gesù ha provocato incontri, guarigioni, perdoni e conversioni: avvenimenti sulla linea di quello che Dio ama. Sono i lineamenti di liberazione, di conoscenza coraggiosa, di sanità e di pienezza. Gesù ha sempre detto, e lo ritiene importante, che bisogna valutare il proprio comportamento dai frutti. Se non lo si prende come metodo di misura per il proprio giudizio, si sbaglia profondamente e si equivoca tutta la realtà. Ma i responsabili non prendono sul serio Gesù anzi lo rifiutano.
Così non prendono sul serio il volto di Dio che egli propone”.
I segni operati da Gesù e così ben raccontati nel vangelo di Giovanni, potranno permanere nei secoli anche nei discepoli perché sarà lo Spirito mandato da Lui a generare nuovi frutti; si può così ricreare continuamente la realtà del mondo e rinnovarla. Per questo l’antico canto dice “Veni creator Spiritus”.
Restiamo allora anche noi un passo indietro, fermiamoci ai piedi del Sinai e del Tabor; accogliamo la cifra della dimensione divina che ci è rivelata come bontà, dono e relazione di immensa agape, carità offerta. E se vogliamo stare un po’ in preghiera
profonda, mettiamoci davanti all’icona di Andrej Rublëv , il che forse è il modo migliore per scrivere della Trinità.

Spieghiamo questa meraviglia

1. angelo il Padre: vesti traslucide come potere soprannaturale
2. angelo il Figlio: tunica rossa sangue e carne
3. angelo lo Spirito: vesti eteree domina il verde e la speranza


Le ali si sfiorano fra di loro: intima unità
Non solo angeli, il colore azzurro è proprio di Dio

Figlio e Spirito Santo guardano al Padre ma tutti e tre hanno lo stesso bastone cioè stessa dignità
Dietro al Padre una casa: tempio dell’AT e le tante dimore di cui parla Gesù
Dietro Gesù quercia: albero dell’eden e croce
Dietro lo SS. monte: Sinai e beatitudini
Figlio consacra il calice: è l’unico sacerdote; il quadretto sotto è la terra che Dio continua a benedire come sua creazione.
Le tre persone formano un calice: Dio è amore.

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