25.02.2018. Seconda domenica di Quaresima

Posted on Febbraio 25, 2018

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25.02.2018. Seconda domenica di Quaresima


Da anni ormai, quando indugio a rileggere questo racconto del vangelo, della donna al pozzo, mi sfiora il timore, sempre, che le mie pallide parole possano violarlo. Forse anche per questo oggi, più delle altre volte, andrò per sussulti.
E’ come se sfiorassi l’atmosfera in cui avvenne. Pensate, i colori, i suoni, il bisbiglio delle parole e il sole, caldo sole, fiammeggiante, di mezzogiorno. E penso al giorno misterioso in cui o uno o l’altra non si scappa, o uno o l’altra, o Gesù o la donna – o tutte e due hanno confidato ad altri parole ed emozioni di quell’incontro. Forse con il desiderio che la bellezza dell’incontro arrivasse altrove e in altre stagioni. Grazie a quelle confidenze questa mattina la bellezza è arrivata a noi. Nella sua bellezza, sentiamo parole, parole sottovoce. Che grazia! Finalmente fuori – pensate – dalle parole urlate dei nostri giorni. Parole, queste, dentro un colore, quello delle sabbie estasiate – sì, quel giorno, anch’esse estasiate – del deserto di Sicar. Dentro il gorgogliare sottile dell’acqua del pozzo. Dentro gli sguardi. Odori la tenerezza degli sguardi. I silenzi, tra parola e parola. I silenzi che non sono silenzi. Come quelli degli innamorati. E il rabbi di Nazaret che confessa la sua sete, e la donna che confessa poco a poco la sua sete. Perché il dialogo – e voi lo sapete – è vero ed è intimo se ci si confessa la sete. L’uno all’altro.
Si potrebbe violare il racconto. Succede quando gli si toglie, sezionandolo, disarticolandolo, il colore. Pensate, per inciso a quale impoverimento abbiamo destinato i dieci comandamenti strappandoli al contesto di una storia viva di rapporti di vita come quella che oggi ci è stata raccontata nel libro del Deuteronomio.
Ebbene io quest’anno il racconto del pozzo di Sicar vorrei lasciarvelo così. Così nella sua bellezza. Inviolabile. Poi succederà a qualcuno di voi in questi giorni di indugiare su qualche parola di questo dialogo, anche una parola sola. Ma dentro il colore, dentro il suono.
Vi dicevo che noi purtroppo abbiamo anche la capacità – pessima capacità – di violare, di ferire a morte le cose belle, la bellezza dei sentimenti. E già ci provarono – e lo abbiamo letto – purtroppo i discepoli. Vi confesso che quest’anno, rileggendo il racconto, le parole di Gesù e le parole della donna, ho sentito, forse come mai, rozze, spente, cieche, quasi mercantili, le parole, ma anche gli sguardi, dei discepoli, che ritornano dalla città, dove erano andati a fare provvista di cibi. E si meravigliano che il loro maestro stesse parlando con una donna. Sono come spaesati. Fuori del paese dei sentimenti. Sono concentrati sul mangiare: ”Rabbi, mangia”. Ma lo avevano guardato negli occhi il loro Maestro? “Rabbi, mangia”: un po? Come succede qualche volta a noi, quando diciamo: “Su, mangia”. ma non ci sfiora quello che sta passando nell’animo di chi ci sta accanto. E poi quei pensieri dei discepoli che danno la sensazione di uomini che vorrebbero insinuare chissà che cosa. Non hanno il coraggio di esprimerla, ma la domanda è come sospesa nei loro pensieri. Vorrebbero dirgli: “Ma che cosa cerchi? Perché parli con lei?”. Quasi fosse una cosa meno decente. E forse un po’ ambigua.
“Che cosa cerchi?”. Ma avevano già dimenticato quello che lui aveva detto nella casa di Zaccheo, mentre banchettava con pubblicani e peccatori, proprio rispondendo alle critiche dei benpensanti? Con parole forti, inequivocabili, aveva detto: “Il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”. Che cosa cerchi? Aveva cercato quella donna, lei che si era come perduta dietro uomini che non avevano colto il suo cuore. Era nato un incontro. Era bastato quell’incontro perché la donna scordasse la sete e perché lui, il rabbi di Nazaret scordasse la fame. Lei lasciò la brocca e corse, corse in città. Lui lasciò il cibo e si abbandonò ai sogni: era come se i suoi occhi intravvedessero campi biondeggianti per messi tre mesi prima della stagione dei raccolti. “Alzate i vostri occhi e guardate” esorta. Come se dicesse: “Siete inghiottiti dalla materialità del cibo! Dalle cose. Ma così si rovina tutto!”. Vi dicevo che noi abbiamo la triste possibilità di spegnere l’incanto del nostro incontro con Dio, come dei nostri incontri con l’altro, con l’altra. E di diventare faccendieri e burocrati, anche dello spirito.. Noi dobbiamo stare in guardia, sì, stare in guardia anche dai piccoli burocrati di Dio. Che chiudono e spengono. Con la loro raggelante meschinità. Proprio ieri sera in un incontro mi è capitato di evocare parole severe di Rainer Maria Rilke, contro quelli che non provano stupore: tutto sta nei loro giardini e i loro giardini per presunzione confinano con Dio. Scrive:

“Non c’è montagna che li meravigli,
le loro terre e i giardini confinano con Dio.
Vorrei ammonirli, fermarli: state lontani,
a me piace sentire le cose cantare.
Voi le toccate: diventano rigide e mute.
Voi mi uccidete le cose”.

Guardiamoci anche oggi da coloro che uccidono, privandole di un’anima, le cose: “Voi le toccate: diventano rigide e mute”. Guardiamoci da loro, e guardiamoci dal diventare noi come loro. Guardiamoci da una vita ridotta a mercato, guardiamoci dai mercanti. Non sanno che cosa è la nostra vera sete. Ebbene perdonate se, nel giorno in cui abbiamo letto di pozzo e di acqua che zampilla per la vita eterna, io oso ancora una volta evocare con voi una pagina famosa del Piccolo Principe di A. de Saint-Exupéry, che parla di acqua e di mercanti di pillole:
“Buon giorno», disse il piccolo Principe. “Buon giorno”, disse il mercante. Era un mercante di pillole preconfezionate, che calmavano la sete. Se ne inghiottiva una alla settimana e non si sentiva più il bisogno di bere. “Perché vendi questa roba?”, disse il Principe. “È una grossa economia di tempo”, disse il mercante. “Gli esperti hanno fatto dei calcoli. Si risparmiano cinquantatrè minuti alla settimana”. “E che cosa se ne fa di questi cinquantatrè minuti?”. “Se ne fa quel che si vuole…”. “Io”, disse il Principe “se avessi cinquantatrè minuti da spendere, camminerei adagio adagio verso una fontana…”. Camminare adagio adagio verso una fontana.
Com’è importante abbandonare le pillole preconfezionate, le parole dei mille mercanti di formule magiche, di promesse mirabolanti. E camminare adagio adagio verso la fontana dell’incontro. E’ la nostra quaresima.