24 settembre 2017. Quarta domenica dopo il Martirio di San Giovanni il Precursore

Posted on Settembre 24, 2017

24 settembre 2017. Quarta domenica dopo il Martirio di San Giovanni il Precursore


La storia raccontata da Isaia è tanto simile a quella che potremmo raccontare noi. Gerusalemme, la città santa è devastata, un cumulo di macerie e rovine; Isaia vede venir meno la fiducia e crescere il convincimento che ormai il Signore non ne voglia più sapere di quello che era il suo popolo prescelto, a causa delle reiterate ingiustizie ed infedeltà. Fame, e sete, guarite per intercessione di Mosè nel lungo vagare nel deserto, sono un mero ricordo. Nella città distrutta, il terrore di un abbandono completo fa salire alto il grido dell’uomo: “Tu sei nostro Padre, ti preghiamo; magari squarcia i cieli e aiutaci”. È la prima volta che YHWH è chiamato nella preghiera con il nome di Padre. Espressione di un bisogno enorme di accudimento, quasi anche un tentativo di addolcire quel volto percepito come corrucciato. Gli ebrei erano restii a chiamare Dio Padre: usanza dei detestati popoli pagani che chiamavano così i loro dei. Un tale linguaggio avrebbe facilmente generato il sospetto di ipotetici matrimoni fra la divinità e “le figlie degli uomini”, come racconta la mitologia pagana.
Noi sappiamo che davvero i cieli si sono aperti e il Dio che è Padre cammina con noi; sappiamo che Gesù è Emmanuel, il Dio con noi. Un modo per definire questo intervenire direttamente nella storia umana, è attribuire a Lui l’identità di sommo sacerdote; è la seconda, difficile lettura odierna. Sacrifici, sacerdozio, offerte per il peccato; la dottrina della lettera agli Ebrei (scritta nell’ultimo quarto del primo secolo, e non tutti concordano che sia proprio di Paolo), con il suo linguaggio da addetti ai lavori (quelli del tempio in particolare) risulta abbastanza ostica ai nostri palati. In sintesi, per non entrare troppo nel dettaglio, si parla dei preti del tempio ebraico che hanno compito vicariale per il popolo nel offrire qualcosa perché YHWH sia clemente e perdonante; retaggio di una cultura antica ed anche diffusa presso altre tradizioni religiose. L’ultimo vero prete è Gesù, dice Paolo, che abolisce tutto facendo di sé stesso l’offerta al Padre per noi. Dovremmo forse a questo punto parlare dell’attuale figura sacerdotale ed del suo ruolo ecclesiale. Affrontare ampiamente il tema è impossibile in un’omelia e comunque è anche materia teologicamente aperta e dibattuta. Diciamo solo che tutto ruota attorno al “fate questo in memoria di me” ed alla successione apostolica. Non si tratta di una casta, ma di un “ministero” a servizio della comunità; Gesù invita espressamente i discepoli ad evitare onori terreni e a rifiutare titoli propri di altre autorità.
A proposito di titoli il vangelo di oggi, per la prima volta, mostra le folle che, raggiunto Gesù a Cafarnao, lo chiamano Rabbi, Maestro riconosciuto; proprio nella sinagoga di Cafarnao, Gesù commenta quanto sta accadendo dopo il miracolo della moltiplicazione dei pani.
Pare che tutti si dispongano ad accogliere il suo insegnamento e ne sentano il desiderio. Gli pongono la domanda: “quando sei venuto qua?”. Ma Gesù non risponde direttamente. Essi lo interrogano sulle sue decisioni, ma il Maestro li invita piuttosto a prendere coscienza delle motivazioni che stanno alla base delle loro decisioni: “Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati”. Cristo non ammette che uno possa seguirlo senza un interrogarsi a fondo su cosa ci muove. Ancora una volta, Cristo disapprova la ricerca delle opere che Lui può compiere, senza cercare e volere un autentico incontro con Lui. Cristo non intende donare “qualcosa”, intende donare se stesso. Il discepolo non ha come obiettivo il dono, ma il donatore. Gesù condanna una posizione di comoda passività: “avete mangiato di quei pani e vi siete saziati”; il cammino di liberazione esige una forte componente di impegno personale. Infatti il v. 27, tradotto dalla CEI con “procuratevi non il cibo che perisce…”, in realtà si apre col verbo ergazete, cioè “lavorate non per il cibo che perisce…”. Il raggiungimento del cibo che non perisce presuppone dunque un faticoso lavorio.
La vera fatica del discepolo consiste nel costante tentativo di passare dal segno alla realtà, da ciò che si vede a ciò che non si vede.
Ma tale capacità è spesso come rimossa, annebbiata dal nostro fare diversamente. Continuiamo a fare domande tipo “dove sei” che significano poca attenzione e pura curiosità; solo meditando intensamente la Parola possiamo capire dov’è il Signore; è nel pane spezzato, è cibo offerto.
Ci si è sempre domandati perché il vangelo di Giovanni non racconti l’ultima cena: al suo posto egli ci tramanda il cosiddetto discorso del pane riportato dopo i due segni di Gesù, la moltiplicazione dei pani e il cammino sulle acque. Certo Giovanni non vuole sminuire l’importanza dell’eucarestia anzi ne vuol mostrare il centro: nella festa del Pane è in gioco l’incontro personale con Cristo, dal quale deriva necessariamente il nuovo modo di rapportarci fra di noi.
Di sicuro l’evangelista ci impone di non avere una visione magica dell’eucarestia come probabilmente presso alcune comunità veniva concepita: lui vuol dimostrare che non vi è sacramento senza una reale ripercussione nella condotta di vita. Se l’eucarestia è veramente esperienza dell’amore di Dio, allora ci intima: Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati.
Vi è poi uno stretto legame fra il Gesù-Pane, con la fede. Ricordando il dialogo di Gesù con la samaritana troviamo l’unità di sete/acqua e qui invece di fame/pane: in entrambi i casi si vuole spiegare qualcosa di perenne e non di provvisorio. La fede placa la sete; il rapporto personale con Gesù seda la fame. La sete è il desiderio di vita, la fame rimanda al sentire di essere ancora bisognosi di crescere, di essere ancora immaturi. La fame è perciò sempre fame di donazione, fame d’amore. Se il popolo ebreo ha urlato nel deserto al Dio che aveva promesso libertà, Gesù definendovi pane venuto dal cielo si vuol qualificare come l’artefice della piena libertà, la guida verso la terra gioiosa e ne dà forza per il cammino della vita deserta.
Al contrario noi ci sentiamo liberi quando è ampio l’appannaggio di cose di cui disporre; pensiamo la fame placata da cose verso una sazietà in atto ma sempre in rincorsa di se stessa. La forzata restrizione delle spese, i debiti imposti dalla crisi, non possono essere allora il campanello di allarme di un grave errore di prospettiva che ci ha incamminato verso una via senza uscita? Unico percorso possibile non è una piccola deviazione, ma il tornare sui propri passi e reimpostare mete, progetti e direzioni.

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