24 dicembre 2017. Domenica prenatalizia

Posted on Dicembre 28, 2017

24 dicembre 2017. Domenica prenatalizia


“Libro della Genesi di Gesù Messia, figlio di Davide”: così in verità inizia il vangelo di Matteo. E accade nel testo uno srotolarsi di nomi. E come sfuggire alla suggestione dei nomi? Dietro ogni nome un volto.
Ascoltando il suono dei nomi che fanno per sommi capi la genealogia di Gesù, un’immagine mi ritorna sempre al cuore. Un’immagine che oggi forse non è più negli occhi della più parte di noi, o forse è negli occhi di quelli che sono più vecchi, l’immagine di un camino acceso in una casa o di un fuoco acceso sull’aia, e del più vecchio, un antico di giorni, che racconta storie, storie antiche – storie, non favole – e nomi, nomi che accendono la fantasia e il cuore.
Così penso accadesse quando Matteo raccontava i nomi, i nomi che ascoltiamo dalla prima pagina del suo vangelo. E dietro i nomi una storia, tante storie, l’infinita storia – storia vera – dell’umanità, nomi e storie.
E tu, Figlio di Dio, Gesù, dentro questa vicenda nostra, fatta di nomi e di storie. Tu, la luce che illumina ogni cosa, tu dentro come uno qualunque, tu che non sei uno qualunque. Seminato, il Figlio di Dio, nella nostra terra. Nella nostra terra così com’è, nella nostra terra che è quella che è.
Matteo con una genealogia ci ricorda gli ascendenti di Gesù, tutt’altro che immacolati. Che differenza con le genealogie pagane, i cui personaggi, mitici, sono generati da dei! Matteo ricorda nomi e nomi, e tu vai a leggere nella Bibbia la loro storia, ed è storia di luci ma anche di ombre.
E Matteo li ricorda senza rossori: il sangue di Gesù viene da lì. Sono ricordate, in una genealogia composta di padri, anche quattro “madri”, quattro donne: Tamar, Rachab, Rut, Betsabea. Tamar si era fatta prostituta per avere una discendenza da Giuda; Rachab era la famosa prostituta di Gerico che dà ospitalità ad esploratori di Israele; Rut, la moabita, ricorre a sotterfugi per sedurre il suo parente Boz; Betsabea, la moglie di Uria, che il re Davide aveva sottratto al marito. Quattro donne che hanno in comune qualcosa di irregolare, l’infrazione a una norma convenzionale, una infrazione che tuttavia paradossalmente era servita a realizzare il disegno di Dio, il grande disegno di Dio. Dobbiamo subito aggiungere che, a fronte delle donne, gli uomini della genealogia non erano stati certo stinchi di santo. Andate a leggere le storie degli uomini!
Milleottocento anni di storia, quanti nomi. Ed ecco un nome, quello di Gesù, depositato nella terra nera, nella terra di luce e di ombre, al cuore di questa terra. Di luce e di ombre. E poi… duemila anni di storia! La storia è continuata, dopo che Gesù è stato generato e deposto in una mangiatoia,. E’ continuata con le sue luci e le sue ombre. E lui, Gesù, dentro come seme buono, seme nascosto nella nostra terra. Il seme – lo possiamo dire – ha germogliato, ha dato frutto nella nostra terra, la nostra terra così com’è, la nostra terra che è quella che è.
Anche lui dentro una storia di famiglie come noi siamo dentro storie di famiglie. E ogni famiglia – a volte lo dimentichiamo – porta lo splendore ma anche il peso delle famiglie che l’hanno preceduta.
Così anche Gesù di Nazaret, vero uomo, cioè uno che nella sua carne era fatto anche di chi lo aveva preceduto: in quel sangue pulsava l’eredità dei padri, l’eredità di quei nomi, di uomini e donne, sorpresi anche nelle loro irregolarità. Come a dire che Dio sa scrivere dritto anche sulle nostre righe storte. Come a dire che non c’è niente di così irregolare che non possa aver dentro un germe di novità. Come a dire che a Dio nulla è impossibile.
Noi preferiamo incensare la storia. O nasconderla, se non possiamo incensarla. Matteo non nasconde: Gesù, il Messia, è dentro in una storia di luci e di ombre, confessate.
Questa è una verità che ci prende il cuore. Pensate se, al contrario, noi fossimo amati da Dio per le nostre luci. Pensate con quale sgomento noi oggi avremmo affrontato questa pagina, se avessimo letto il libro della Genesi di Gesù e ci fossimo trovati davanti una processione di santi, monumenti di santità. Pensate quale paura ci prenderebbe al cuore se dovessimo nascondere le nostre ombre e il nostro peccato per sentirci amati da Dio, se questa nascita non fosse per noi il segno di un Dio che ci ama così come siamo, nato non per i giusti, ma per noi: “Non sono venuto” – diceva – “per i giusti, ma per i peccatori”.
Ha percorso con amore le nostre strade: e perché non dovremmo con amore percorrerle noi? Ha creduto nell’uomo e nella donna, per quanto deboli e peccatori: e perché non dovremmo credere noi nell’uomo e nella donna così come sono anche noi?
Lui non ha cambiato, come per una bacchetta magica, il mondo: morì crocifisso, e dunque il mondo – ci verrebbe da dire – non era cambiato. Ma ha amato il mondo; questa è stata la sua novità. Ha amato questa terra, ha amato l’uomo, ha amato la donna, ci ha insegnato a cambiare le cose da lì. Perché quando c’è amore, un amore come il suo, le cose, se pur lentamente, tendono a cambiare. Ma se non c’è amore, o l’amore è uno pseudo amore, le cose, anche se sembrano cambiare, in verità non cambiano.
Ma vorrei aggiungere brevemente che questa nascita che ci apprestiamo a celebrare nella notte dà un nome nuovo a tutti noi. Dal libro di Isaia leggiamo: “Sarai chiamata con un nome nuovo, che la bocca del Signore indicherà”. Oggi – pensate – è vigilia del giorno del nome nuovo, che viene aggiunto al nostro nome. E qual è il nome in aggiunta? Eccolo: “Nessuno ti chiamerà più ‘abbandonata’, né la tua terra ‘devastata’, ma tu sarai chiamata ‘mio compiacimento’ e la tua terra ‘sposata’, perché il Signore si compiacerà di te e la tua terra avrà uno sposo”. E dunque, se qualche volta ti prende l’amarezza di dirti ‘abbandonata’, ‘abbandonato’, o l’amarezza di chiamare questa nostra stagione della storia ‘devastata’, ricorda che la nascita che rivivremo questa notte ti invita a guardare oltre e a guardare in profondità. C’è un altro nome che risuona nella notte, per tutti, accanto al nome che ciascuno di noi ha, un nome che dice Il massimo della vicinanza, il nome ‘sposata’!
Vi devo però confessare che stavo riflettendo sui nomi quando un brivido di pensiero mi corse al cuore. E quelli che oggi non hanno nessuno, i senza nome? E quelli che vedono oggi la loro terra devastata? E mi dicevo: se il Natale pronuncia questi nomi ‘vicinanza’, ‘sposata’, non dovrebbe essere questo il nostro “dna” come credenti, il “dna” di coloro che costruiscono presepi? Uomini e donne della vicinanza, una vicinanza che diventa comunione totale come in un matrimonio, dove sei amato così come sei, per quello che sei, con tutto quello che sei, come fa Dio con noi. Come ci ricorda il nome che Dio ha preso in questa mirabile nascita: “Dio con noi”. Non è forse la parola che ritorna sulle labbra di coloro che si amano e si dicono: “io con te, con te per sempre”? Così dice Dio.