23 luglio 2017. Settima domenica dopo Pentecoste

Posted on Luglio 25, 2017

23 luglio 2017. Settima domenica dopo Pentecoste


Era un momento atteso. I piedi finalmente erano sulla terra promessa, il fiume alle spalle. E c’è un indugio. Il racconto dal libro di Giosuè oggi ci ha fatto rivivere l’evento. Alle spalle la traversata, la traversata del deserto, durata quarant’anni, e non era stata certo – tutti lo sappiamo – una passeggiata: “deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua” così ne parla Mosè nel libro del Deuteronomio.
I sacerdoti sono ancora nel fiume, immobili con l’arca, che aveva diviso le acque per un ingresso che porta il segno di Dio. Ebbene quell’evento non si deve scolorire. E non solo per quella generazione che ha attraversato il deserto. Non si deve scolorire nemmeno per le generazioni future. Occorre un segno, un memoriale, che lo ricordi. Mi fa emozione pensare che ll segno sia giunto fino a me, fino a noi, questa mattina. Fino a noi il segno delle dodici pietre.
Sì, perché Dio comanda che dodici uomini prendano dodici pietre dal fiume: le portino e le erigano là dove pernotteranno a sera. Altre dodici pietre andranno erette nel fiume là dove sono passati. A memoria dell’evento, “memoriale per sempre”. E chi scrive la storia aggiunge: ”Esse si trovano là fino ad oggi”.
Segni, vorrei dire, che suscitano le domande. Importante: ”Quando un domani i vostri figli vi chiederanno che cosa significhino per voi queste pietre, risponderete loro: Le acque del Giordano si divisero dinanzi all’arca dell’alleanza del Signore. Quando essa attraversò il Giordano, le acque del Giordano si divisero”. Pensate, da una superficie livellata, quella delle acque, ecco che affiorano pietre, pietre come punti di domanda. Ricordano il passaggio di Dio.
Leggendo il brano del libro di Giosuè mi veniva spontaneo chiedermi dove oggi affiora qualcosa di insolito nella nostra società, qualcosa che ponga una domanda, anche su Dio. Mi sembra di estrema importanza. Per noi e per le generazioni future. Mi chiedo: i giovani oggi, per esempio, vedono qualcosa che emerge, come le dodici pietre, qualcosa di insolito che provochi una domanda? O non corriamo il rischio di un piattume generalizzato, che non può avere altro esito che quello di una sfocata indifferenza? E dove sono le pietre interroganti?
Ero in questi pensieri ieri l’altro e ho sentito suonare le campane. E mi è venuto spontaneo chiedermi se oggi le campane interrogano, se fermano per un attimo la corsa, la nostra corsa per un pensiero. O non più. E dove sono o dove potrebbero essere oggi le pietre che interrogano, che creano un attimo di sospensione? Per chi oggi non frequenta più chiese e forse non apre più le pagine della Bibbia? Un segnale che rompa l’ovvietà.
E penso ai luoghi che potrebbero suscitare una domanda. Forse le ragazze e i ragazzi di oggi che affollano certi concerti intravedono qualcosa che emerge da una società in qualche misura malata. Penso che una delle dodici pietre interroganti potrebbe essere, in questi giorni di estate, il creato: contemplarlo è rompere la corsa e sostare al mistero.
Ma penso che pietre interroganti sono donne e uomini che con la loro vita ti lasciano una domanda: “E perché fanno così?”. “E perché non fanno come tanti altri?”.
E perché in un mondo di insulti non li senti mai offendere? E perché in un mondo che urla, parlano sottovoce? E perché in un mondo di odio, mai una parola che incenerisca l’altro? E perché in un mondo di furbi, mai una volta che approfittino di un’occasione? E perché di
fronte a uscite sguaiate, persistono a credere nell’onestà e nella forza del pensiero? E perche in un in un mondo in cui si pontifica su tutto e su tutti, hanno il coraggio di dire che non sanno? E perché in situazioni di una gravità allucinante, di sofferenze estreme li vedi provati, affaticati, ma non arresi? E potremmo continuare. Sono pietre che ti interrogano. Ti sembra di capire che nelle acque è passato Dio.
Ebbene mi sembra di capire anche che, quando Gesù parla di porta stretta, e di quelli che la oltrepassano, parla di queste persone che nel quotidiano cercano di prendere la forma del vangelo, parla di quelli che, riconosciuti o no, operano per la giustizia.
Peraltro penso che a nessuno di voi sia sfuggito chi sono quelli per i quali non si apre la porta. Bussano, ma restano fuori. Sono quelli che, nel comune modo di sentire, noi penseremmo essere i primi a oltrepassare la porta. Lo pensano anche loro! E invece la porta rimane chiusa, troppo stretta per loro.
A loro il Signore dirà: ”Non so di dove siete”. “E se lo dicesse a me?”: ecco la domanda. “Ma come?” rispondono “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Voi avete intuito, si rivendica il possesso di una tessera per entrare. E qual è la tessera che loro hanno fra le mani, cui fanno appello? Quella, diremmo, della frequentazione religiosa, dell’osservanza dei riti – “abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza” — o la tessera delle convocazioni di piazza – “tu hai insegnato nelle nostre piazze” –. Ripeterà: “Non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia”.
Allora tessera per il regno è operare la giustizia.
E per questa – che sembra una porta stretta: operare la giustizia – ecco che assistiamo all’ingresso di fiumane che verranno da lontano: “Verranno da oriente e da occidente. Da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio”.
Per far ritorno all’immagine delle pietre interroganti che mi hanno sedotto nella prima lettura, dovrei ricordare a me stesso che la mia vita sarà segno del passaggio di Dio non per aver mangiato o bevuto alla presenza di Gesù o averlo fatto parlare nelle piazze, ma per aver operato la giustizia.
E non dovremmo allora tutti pregare perché in qualche misura la nostra vita, la nostra povera vita, non sia scolorita nell’ovvietà, ma lasci qualche segno del Suo passaggio. E rimanga la domanda: “Ma chi te lo fa fare?”.

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