23 luglio 2017. Settima domenica dopo Pentecoste

Posted on Luglio 25, 2017

23 luglio 2017. Settima domenica dopo Pentecoste


Galgala, nome di una località per noi quasi del tutto sconosciuta. Gli stessi archeologi che operano sui siti della Palestina sono incerti. Si trova comunque nei pressi del punto di attraversamento del Giordano, passaggio che offre la terra ad un popolo esule e peregrinante. Si tratta di un luogo importantissimo: qui finisce il miracolo della manna e si riscopre il Dio creatore della fertilità del suolo, qui si celebra la prima Pasqua nella nuova terra, qui avverrà la circoncisione di quella generazione che è nata nel quarantennio di deserto. Il fiume ha dovuto privarsi di dodici grandi pietre che, disposte a terra in forma circolare, resteranno per sempre a ricordare ai posteri l’accaduto e il fiume custodirà a sua volta le pietre ove poggiarono i loro piedi i sacerdoti che reggevano l’arca; e questa conteneva, allora, un vaso d’oro con la manna, il bastone fiorito di Aronne e le tavole della legge (quando fu terminato il tempio di Salomone conteneva solo le due tavole). L’entrata nella terra sognata è il racconto di una rinascita; un tempo nuovo si inaugura, la fedeltà del Grande Alleato, Jahvè, si conferma nel più gioioso e glorioso dei modi.
Una lettura, questa del libro di Giosuè, che viene a illuminare i foschi paesaggi che continuamente vengono descritti nelle cronache quotidiane. Non stiamo a riprodurne qui le cartoline, dato che ben le conosciamo. È la luce che sempre rinasce il punto verso il quale dobbiamo tendere! L’esercizio più necessario ai nostri giorni non è quello di dedicare titoli, immagini e chiacchiere al fango accerchiante, non è neppure quello di controbattere alle menzogne e alle dichiarazioni ufficiali sempre più inutili e ripetitive. Occorre, come a Galgala, segnare la strada dei nuovi inizi, della continua e positiva novità racchiusa al fondo di ognuno.
Ho trovato alcune parole dette dal nuovo arcivescovo Delpini in visita ad una comunità parrocchiale un po’ di tempo fa. Commentando il brano di Marco che raccontava il miracolo della figlia di Giairo riportata in vita, il vescovo si soffermò a sottolineare il rifiuto e la ribellione di Gesù verso gli astanti che si crogiolavano ormai nel rito del dolore collettivo e che manifestavano comportamenti disfattisti, peraltro ben noti al Signore in tante altre circostanze. Delpini ripeteva le parole dell’evangelista “li cacciò fuori tutti”: lasciamo lo spazio a Dio di agire, non neghiamogli la possibilità di stupirci. Anche nel vangelo odierno c’è la frase “via da me, voi operatori di iniquità”: è iniquo colui che prende da Dio quello che gli fa più comodo!
Comprensibile allora la domanda che Luca oggi mette in bocca a un discepolo: “Maestro sono pochi quelli che vengono salvati?”. Ai tempi di Gesù, due linee di pensiero erano le più gettonate: si salvano tutti e solo gli ebrei cioè il popolo dell’alleanza; l’altra sosteneva che solo i poche veri osservanti si sarebbero salvati. Le parole di Gesù vanno oltre questi limitati orizzonti. Racconta della scena finale quando tutti si affollano alla porta che immette alla festa del Regno. Molti, sicuri di entrare, vengono respinti; altri, privi di raccomandazione e coscienti dei propri scarsi titoli stanno in fondo alla fila e vengono accolti. In più Luca, commentando, aggiunge che questi ultimi ormai accolti fra i primi, verranno da ogni dove. Che dire? Mentre nel cuore di Gerusalemme, che nelle parole dei profeti rappresenta il simbolo del convenire di tutti all’incontro col Signore, ebrei e musulmani continuano le battaglie di un tempo, quelle fra ebrei e filistei (della serie: quando la storia non insegna nulla), il Vangelo prospetta a Sion una vocazione universalista: verranno da oriente e occidente, dal nord e dal sud!
Mi chiedo: ma è un tema importante ai giorni nostri, quello della salvezza? Se provassimo a interrogare le persone circa il loro interesse alla questione del salvarsi, che risultati troveremmo? Un sondaggio, su un campione ben assortito, come sanno fare i demoscopi, non ci starebbe male! Fra le varie risposte sentiremmo: tutto finisce qui, non ho tempo per pensare a queste cose, il dopo se c’è mi fa paura, io ho la coscienza a posto, l’inferno è già qui. Fra le tante voci, il sondaggio potrebbe trovare anche quelle sulle quali Gesù ha espresso tutta la sua ricusazione. Sono coloro che vantano credenziali presunte certe: vado sempre in chiesa, osservo le norme, sto per i fatti miei e non faccio male a nessuno. Non è questo il modo giusto di pensarsi. L’unica richiesta che Gesù ci fa è la seguente: passate per la porta stretta. Il problema non è di quanti posti ci sono in cielo, le sedie dei salvati. Non un discorso quantitativo. Solo sforzarsi di passare una porta angusta. Ma che cosa è? È l’impegno serio e personale nella ricerca del Regno di Dio; nella salvezza entreranno tutti coloro che con cuore puro e con una vita d’amore si sono consacrati al servizio del Regno nella diversità delle varie confessioni religiose. Resta tagliato fuori chi fa la guerra a questo Regno e praticamente sono in pericolo tutti coloro che mettono in croce l’amore! La porta stretta è il rispetto dell’amore crocefisso. È l’ingresso della casa del calvario, fatta di due legni incrociati. Sforzatevi, dice Luca, di entrare: in greco, ci ricorda il card. Ravasi, si dice “agonizeste”: cioè, è come una lotta, come una sorta di agonia che comporta fatica e coinvolge tutto l’essere, mente e cuore. Non è dunque una via che si imbocca con un sistema di automatismi che seguono l’iscrizione ad un’anagrafe religiosa, ma il cammino quotidiano con l’uomo di Nazareth.

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