23 aprile 2017. Seconda domenica di Pasqua

Posted on 23 Aprile, 2017

23 aprile 2017. Seconda domenica di Pasqua


Siamo dentro un cammino. La fede nel Signore risorto chiede un cammino. Oserei dire che proprio perché l’evento non ha nulla di spettacolare, di prorompente nei segni, non resti abbagliato, quasi costretto a cadere in ginocchio. La fede ha i suoi passaggi e la pagina di Giovanni sembra raccontarceli.
Forse una prima notazione nasce dal rilevare nel nostro brano di vangelo una diversità. Tra Maria di Magdala e gli undici. Maria li aveva raggiunti in una casa, forse la casa in cui erano soliti radunarsi con Gesù. Ebbene, mentre, nel racconto, di Maria di Magdala ci stupisce il movimento, degli apostoli ci stupisce la staticità. Maria, in genere le donne, nei racconti della risurrezione le vedi come spinte da un desiderio di andare; ci affascinano, già alle prime luci dell’alba, i loro passi, i loro passi di vento. Maria di Magdala esce, le altre donne escono. E Maria reca dal sepolcro l’annuncio, di cui il Signore risorto l’ha incaricata. Immaginiamo che ci sia andata subito, con il cuore in gola. Passano le ore, viene sera e a che cosa assistiamo? All’immobilità dei discepoli: le porte chiuse, per timore dei giudei. La Maddalena fin dal mattino aveva aperta la porta, qui – ed è già sera – la porta è chiusa.
Mi chiedo perché? Forse perché il cuore era chiuso: ad aprire le porte è un cuore aperto. Se il cuore è chiuso, si chiudono anche le porte delle case. Delle nostre case.
“Le porte erano chiuse per timore dei Giudei”. Si erano lasciati devastare dalla paura: per paura Pietro lo aveva rinnegato, per paura tutti gli altri nella notte erano fuggiti, si erano dispersi. Ed ora che si riuniscono a dominare è ancora la paura. La paura aveva più potere che il loro cuore. Diversamente dalle donne, in cui il cuore potè più della paura.
Gli uomini fanno i bilanci: la vita del loro maestro si era chiusa con un fallimento. Le donne scoprono germogli, avvisaglie di futuro, spingono la vita. E già questo dovrebbe indurci a pensare: la mobilità e l’immobilità, impressionante!
La notizia buona, nelle ombre della sera, è che il Risorto viene a porte chiuse. La chiamo “notizia buona” perché non sono così sicuro che la mia vita sia una vita di porte aperte. E che lui entri, entri comunque e, come prima parola, mi dica, ci dica: “Pace, pace a te, pace a voi”, mi solleva dai pensieri negativi, anche riguardo a me stesso. “Tu sempre entrerai, anche passando dalle mie porte chiuse e mi dirai: pace!”. Che è semplicemente il contrario del timore. Sta in pace, sta nella serenità, sta nell’armonia. E’ il dono del Signore risorto, questo senso di pace che deve attraversarci. A volte la perdiamo, e allora lui viene a riportarla. Forse è vero anche questo che ci lasciamo riprendere dal timore. Infatti il testo lo sottolinea. E’ scritto che i discepoli gioirono al vedere il Signore. Ma è anche scritto che otto giorni dopo erano ancora insieme e le porte erano ancora chiuse. Forse anche per questo dobbiamo fare ogni anno la Pasqua, perchè spesso le porte si richiudono. Forse anche per questo è importante ritrovarci come i discepoli otto giorni dopo, da una domenica all’altra , di otto giorni in otto giorni, per uscire dal timore e rientrare nella pace. E passare così da una visione negativa in cui ci si difende a una visione positiva della vita in cui ci si apre. Pasqua come passaggio. In quella casa avvenne il passaggio.
“Pace a voi. Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. Mi sembra di scorgere nel verbo “mandare” –“mando voi” – il superamento dell’immobilità: “Andate”. E’ importante una casa in cui riunirsi. Importante riunirci di otto giorni in otto giorni in questa casa. Di Gesù è detto: “Venne e stette”. Importante radunarci nella consapevolezza che,
ogni volta che qui ci raduniamo, Lui viene e “sta”, sta in mezzo a noi. Importante una casa, ma che non sia una casa dalle porte chiuse: è la casa per un “mandato”. E che nessuno di noi pensi che la sequela del Signore si concluda con il nostro radunarci qui: sei mandato, sei mandato fuori. Mandato, come lui, e dunque a dire “pace!”. Il primo impegno è a dire e a portare la pace. Sconfiggendo così la paura, il timore, il terrore. Già l’aveva loro comandato, ancor prima che morisse: “In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa” (Lc 10,5).
Dunque da un casa alle molte case: alla casa del mondo, alle case delle nostre città e della terra. Che a volte non sono più case, ma fantasmi di case, macerie di case. Penso che anche a voi rimanga nel cuore, come una ferita, la visione di case sbriciolate, rase a terra, come ferite a morte dagli ordigni di guerra, fatte scempio della brutalità e dell’insipienza umana. Disumana! C’è una voce – a volte sembra un grido nel deserto – quella di papa Francesco che chiede la conversione per gli uomini della guerra, per quelli che fabbricano e vendono armi. E quasi risposta accade che di armi se ne sperimentino – quasi con orgoglio – di più devastanti, di più sofisticate, di più brutali.
“Come il Padre ha mandato me così io mandato voi”. Mi chiedo se ci rimane una memoria, un minimo di memoria, di “come” Gesù sia passato su questa terra. Passa come lui. Tu sei mandato per la pace, a dire e a costruire la pace. Nella casa del mondo e nelle case delle nostre città, contro ogni degrado di umanità. Mandati: essere là dove la vita accade.
E’ questa lo vera forza, la forza della risurrezione, è creare un inizio nuovo, un sussulto di armonia, un brivido di nuova creazione. Per questo Gesù soffia sui discepoli radunati il suo spirito, come Dio all’inizio soffiò, su polvere del suolo, un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente.
Mi fermo qui. E non me ne voglia Tommaso. Già altre volte ci venne di riabilitarlo, almeno in parte. Primo perché era uno che voleva toccare le cose, un po’ come noi. Poi era uno che si guardava attorno, come noi, e quelle facce dei discepoli non gli sembravano proprio facce di risurrezione, chiusi com’erano. E poi alla fine non pretese di toccare; gli bastò vedere i segni dei chiodi in quelle mani, il segno della lancia nel fianco per credere e fare la professione più bella del vangelo: “Mio Signore e mio Dio”. E poi – lasciatemi dire – ci meritò una beatitudine: “Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto”. Noi – pensate! – tra quelli che non hanno visto e hanno creduto. Beati.

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