22 ottobre 2017. Prima domenica dopo la Dedicazione

Posted on 22 Ottobre, 2017

22 ottobre 2017. Prima domenica dopo la Dedicazione


Immagine: Gesù e discepoli, Catacombe di Domitilla, Roma, IV sec.


Siamo alla fine del vangelo di Luca. E forse ci rimane in cuore un domanda: quali furono le ultime parole di Gesù? Secondo Luca? Pensate quanto ci siano care le ultime parole di una persona che amiamo. Oggi le abbiamo lette, anche se nella lettura liturgica sono state un poco sforbiciate. Io vorrei leggervele al completo. Le ultime parole, di uno che parte e non lo vedremo più, ce le teniamo nel cuore. Riascoltiamole senza tagli: “Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto”.
Fedeli a queste parole, i discepoli, di ritorno dai pressi di Betania, dove lo videro allontanarsi nei cieli, rimasero in città. Sino al giorno in cui fu pentecoste dello spirito. Fu come se una energia nuova, inimmaginabile e incontenibile, li avesse rivestiti dall’alto. Ora potevano uscire, era giunto il tempo della testimonianza nel mondo.
Luca chiude, per modo di dire, un libro, il suo vangelo. E subito ne apre un altro, gli “Atti degli apostoli”. Agli atti di Gesù seguono gli atti degli apostoli, gli atti dei “mandati”, così che a noi è data la possibilità di leggere che ne è stato,. agli inizi, di quell’invito di Gesù a uscire, ad essere testimoni nel mondo.
Abbiamo ascoltato – vi dicevo – le ultime parole di Gesù: lui allarga gli spazi. Sì perché dopo aver ricordato ai discepoli il cuore della Scritture Sacre – e cioè il Cristo morto e risorto – aveva aggiunto: “Nel suo nome saranno predicati a tutti la conversione e la rimessione dei peccati”. Vi confesso che la parola “predicati”, “predicazione”, mi ha lasciato in cuore un dubbio. Sono andato a rileggermi il testo originario. Ebbene il verbo greco non ha di per sè significato di predicare – le prediche sono anche noiose –. Ha significato di annunciare, portare un annuncio. Gesù non dice: “Andate a fare una predica”, ma: “Andate a dare un annuncio”. E l’oggetto dell’annuncio è la conversione e la remissione dei peccati. La conversione, la possibilità della conversione. Annunciate che non è vero che non si può cambiare, non è vero che non si possa cambiare se stessi, non è vero che non si possa cambiare il mondo. Se siamo rivestiti dall’alto. E non è vero che non ci sia remissione dei peccati e che si debba nella propria vita camminare curvi sotto il l’incubo e il peso del peccato. E’ vero il contrario: che possiamo rialzare il capo e rimetterci in cammino, con la gioia e la fiducia che vengono dal perdono. Questo è un annuncio, un annuncio buono. E fa la differenza con le prediche che nessuno sopporta. “Non farmi la predica!”: si dice. Le prediche ti caricano di dogmi e di prescrizioni e te ne vai con l’ansia di non essere all’altezza e la depressione di non farcela. No, l’annuncio! Dite che Dio è sceso – e chi mai lo avrebbe immaginato, noi lo confiniamo nei cieli! – non solo , ma ha messo a repentaglio la sua vita, ci ha amati “usque ad mortem”, sino all’estremo, l’estremo di una morte di croce, ma il Padre lo ha glorificato. Ci ha aperto con le sue parole e i suoi gesti una via, che è salvezza, per noi e per questa terra. Vuole la gioia, la gioia di tutti; il bene, il bene di tutti, che siano felici tutti. Questo l’annuncio. Non è una predica.
Oggi giornata missionaria mi viene spontaneo pensare come anche l’invito di Gesù, ad annunciare e ad essere testimoni, risuoni oggi in contesti molto diversi da quelli di qualche decennio fa, quando questa giornata viveva del racconto di qualche missionario che veniva a parlarci di terre lontane. Oggi terre di missione sono tutte. Anche le nostre. E tutti chiamati ad essere discepoli testimoni. Oggi, leggendo il vangelo mi si accendeva nel cuore e prendeva forza la parola “tutti”. “Tutti” discepoli missionari e “tutte” le situazioni in sete di un annuncio buono. Viviamo in una stagione in cui si profila il rischio che dell’annuncio, che è Gesù, se ne perda la memoria: nelle nostre stesse città, nei nostri quartieri, negli ambienti che frequentiamo, spesso nelle nostre stesse famiglie. Un motivo in più per prenderci a cuore tutti il futuro del vangelo. Avrà un futuro? Che peccato se non l’avesse, perché, come dicevamo, è per la salvezza, cioè per la felicità e il bene di tutti.
“I tempi stanno cambiando”: affermava qualche giorno fa, in una sua intervista. il vescovo di Padova, don Claudio Cipolla e ricordava come nel suo seminario le vocazioni fossero ai minimi storici. E, guardando il futuro, diceva: “La chiesa sarà riconsegnata ai cristiani. Un giorno a parlare di Gesù non saranno i preti ma i papà, le mamme. E questa non è una perdita ma un guadagno, quello di restituire la titolarità della fede cristiana alla comunità. Tutti i battezzati sono responsabili del vangelo e della missione della chiesa”.
Mi chiederete: “In che modo oggi trasmettere l’annuncio?”.
Il discorso sarebbe lungo. Oso due suggestioni. La prima è custodita nella lettura degli Atti degli apostoli. Non pensare di partire da zero. Pietro nella casa di Cornelio si rende conto non solo che Dio non fa preferenze di persone, ma che il suo Spirito lo ha preceduto: è presente in coloro che ancora non sono battezzati. Non partire mai pensando che l’atro sia al punto zero. La tua arte sia quella di disseppellire lo spirito che lo abita.
La seconda suggestione. che mi sembra in stretta continuità con questa, è quella che ci è stata limpidamente suggerita da papa Francesco nell’enciclica “Evangelii gaudium là dove parlando di comunicazione della fede che “deve essere sempre rispettosa e gentile”, dice che “il primo momento consiste in un dialogo personale, in cui l’altra persona si esprime e condivide le sue gioie, le sue speranze, le preoccupazioni per i suoi cari e tante cose che riempiono il suo cuore. Solo dopo tale conversazione è possibile presentare la Parola, sia con la lettura di qualche passo della Scrittura o in modo narrativo, ma sempre ricordando l’annuncio fondamentale: l’amore personale di Dio che si è fatto uomo, ha dato sé stesso per noi e, vivente, offre la sua salvezza e la sua amicizia”
Mi ha molto affascinato il pensiero che il messaggio ora è nella casa, per la strada, dentro le conversazioni in cui si mette a nudo il cuore e la vita, le speranze, le gioie, le inquietudini. Non è predica, è racconto.

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