21 maggio 2017. Sesta domenica di Pasqua

Posted on Maggio 22, 2017

21 maggio 2017. Sesta domenica di Pasqua


“Vi ho detto queste cose mentre sono ancora con voi…”. Mentre sono ancora con voi…Dunque te ne vai?
Queste parole di Gesù, che seguono senza cesure quelle della scorsa domenica, sono parole nella sala della sua ultima cena. Giuda era uscito: “Egli, preso il boccone,” – è scritto – subito uscì. Ed era notte”. Fuori era notte. Ma anche nella stanza, al piano superiore, pur se vegliata da lampade, si era infiltrata – immagino – in qualche modo la notte: la notte aveva trovato dimora nel cuore dei discepoli. Dentro di loro: una notte di pensieri e di domande, una notte di paure e di tristezze. Lo ascoltavano e li devastava quel suo continuo ripetere che se ne andava: che mancava poco e se ne sarebbe andato. Lui, Gesù, aveva letto tristezza e persino paura nei loro occhi. Lui, al contrario di altri, al contrario dei mestieranti, parlava – ma anche oggi parla così – parlava “guardando negli occhi”. E negli occhi aveva letto tristezza e timore e turbamento del cuore. Disse: “Non sia turbato il vostro cuore e non abbiate timore”.
Voleva in qualche modo evocare quello che sarebbe avvenuto, perché non venissero meno. Perché al compiersi dell’evento della croce, non li prendesse sconforto. Perché nel loro cuore la sensazione non fosse che tutto fosse finito, tutto finito in un cielo livido alle tre del pomeriggio. E lui Gesù a dire che niente, nemmeno la morte, gli avrebbe impedito di essere il Vivente, di esserlo anche quando sarebbe stato presso il Padre, perché a renderlo presente sarebbe stato lo Spirito Santo che il Padre avrebbe mandato nel suo nome.
Leggevo in questi giorni e pensavo a Gesù. Che non è da cercare tra i morti: sta in mezzo a noi. Come? Con la presenza dello Spirito Santo: in mezzo a noi dimora e pulsa il suo Spirito. Chissà se lo crediamo!
Che cosa fa lo Spirito in noi e in mezzo a noi? Dello Spirito, nel brano che abbiamo ascoltato, Gesù dà due indicazioni suggestive, preziose, affascinanti: “Egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà ciò che io vi ho detto”.
Per me, che sono uno smemorato, tentato di cancellare dalla memoria, da una memoria viva – e non sbiadita, non imbalsamata – le parole del mio Signore, per me che vedo questo mio pericolo, sono di conforto le parole di Gesù: “lui vi ricorderà ciò che io vi ho detto”.
Mi piace il verbo, “ricordare”, perché ha significato di portare al “cuore”: parole non spente, non gelide, ma parole che fanno ardere il cuore. Avviene anche per noi, come ai due discepoli di Emmaus, che, dopo aver riconosciuto Gesù nella locanda allo spezzare del pane, si dicono l’un l’altro: “Non ardeva forse il nostro cuore mentre conversava con noi lungo la via mentre ci spiegava le Scritture”. E non ci sono esclusioni: lo Spirito è dato a tutti. Anche tu puoi sentire ardere il cuore, quando leggi il vangelo: lo Spirito, in te, ti ricorda ciò che Gesù ha detto. Sino all’ardere del cuore. Mi viene spontaneo pensare che noi abbiamo ferito, ferito mortalmente, questa promessa di Gesù, quando nel passato abbiamo fatto della Parola di Dio un libro esclusivo, togliendolo di mano al credente comune, come se, in lui, in lei, si fosse ammutolito lo Spirito.
Ebbene, dell’azione dello Spirito, Gesù dà anche un’altra indicazione suggestiva, riferendo allo Spirito un verbo altrettanto intrigante, su cui sarebbe bene indugiare. Là dove dice:
“Lui vi insegnerà ogni cosa”. La mente mi corre alla prima lettura della Messa. Pietro era stato arrestato con Giovanni, perché aveva osato parlato di Gesù alla folla, che, stupita, si interrogava da dove quella guarigione dello storpio, che era solito mendicare alla porta Bella del tempio. Pietro – abbiamo letto – tiene testa, senza paure e soggezioni, alle autorità religiose. Io non so se nella mente di Pietro in quel momento si siano affacciate quelle parole di Gesù: “Lo Spirito vi insegnerà ogni cosa”. Una cosa è certa: che erano gli stessi suoi avversari a chiedersi da dove la lucidità di quel suo discorso, da dove la franchezza delle sue parole: “Vedendo” è scritto “la franchezza di Pietro e di Giovanni e rendendosi conto che erano persone semplici e senza istruzione, rimanevano stupiti e li riconoscevano come quelli che erano stati con Gesù”.
“Semplici e senza istruzione”. “Semplici”, non aggrovigliati in sofismi teologici; “senza istruzione”, senza frequentazioni di scuole rabbiniche; “istruiti” – pensate – dallo Spirito. Andando al di là dei nostri preconcetti, a motivo dei quali non lasciamo salire in cattedra – voglio dire, salire nell’ascolto – le persone comuni, quelle che l’istruzione l’hanno dallo Spirito. Sta in ascolto dello Spirito che parla in loro. In quelli che secondo criteri mondani vengono comunemente trascurati o scartati, quasi non avessero nulla da dirci, penso ai bambini, agli illetterati, ai malati psichici, ai poveri, ai vecchi, agli immigrati. Sta in ascolto dello Spirito. Che è in loro.
Vorrei dire tutto questo con un racconto che fece Papa Francesco proprio all’inizio del suo ministero. Alla folla, radunata per il suo primo Angelus, disse: “Ricordo, appena Vescovo, nell’anno 1992, è arrivata a Buenos Aires la Madonna di Fatima e si è fatta una grande Messa per gli ammalati. Io sono andato a confessare, a quella Messa. E quasi alla fine della Messa mi sono alzato, perché dovevo amministrare una cresima. E’ venuta da me una donna anziana, umile, molto umile, ultraottantenne. Io l’ho guardata e le ho detto: «Nonna – perché da noi si dice così agli anziani – nonna, lei vuole confessarsi?». “Sì, mi ha detto” . “Ma se lei non ha peccato …”. E lei mi ha detto: “Tutti abbiamo peccati …”. “Ma forse il Signore non li perdona …”. “Il Signore perdona tutto”, mi ha detto, sicura. “Ma come lo sa, lei, signora? “. “Se il Signore non perdonasse tutto, il mondo non esisterebbe”. Io ho sentito una voglia di domandarle: “Mi dica, signora, lei ha studiato alla Gregoriana?”, perché quella è la sapienza che dà lo Spirito Santo: la sapienza interiore verso la misericordia di Dio”.
Sta in ascolto. Dello Spirito.

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