21 maggio 2017. Sesta domenica di Pasqua

Posted on 22 Maggio, 2017

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21 maggio 2017. Sesta domenica di Pasqua


Vediamo spesso persone inferme o portatrici di pesanti handicap all’angolo delle strade, ai semafori; chiedono qualche moneta. Anche a Gerusalemme accadeva: alcuni portano un infermo davanti alla porta del tempio detta “Bella” e lo lasciano lì per racimolare un po’di denaro. Non sappiamo se gli accompagnatori fossero della Caritas o di qualche organizzazione di malaffare; di sicuro la seconda ipotesi è certamente la più probabile per quel che avviene oggi. Gli Atti degli Apostoli raccontano che Pietro e Giovanni, davanti al questuante, si fermano e dicono di non aver soldi, e che però possono fare di meglio. Lo guariscono.
Reazioni scomposte, sia in bene di chi si affolla vicino ai due apostoli e sia in male, cioè la rabbia della casta sacerdotale la quale sa perfettamente che i due sono discepoli di Gesù, il nazareno. È questo nome che dà e darà fastidio. È un nome potente capace di guarire la chiusura dei cuori umani cioè di salvarli dalla più grave infermità che è il disamore e la non-pace. È un nome che dà corpo ad un pensiero diverso: ne fa le spese san Paolo in Grecia dove le menti filosofiche della cultura locale lo deridono e lo smentiscono.
E il vangelo di oggi afferma che anche la pace offerta da Gesù non è la stessa cosa di quella immaginata normalmente da noi. Non è l’assenza di conflitti, non la tranquillità, non il disarmo generale; nemmeno la condizione della persona che gioisce per il raggiungimento degli obiettivi desiderati o un numero smisurato di amicizie nei social-network, costituiscono quella “pace mia” promessa da Gesù. Cos’è allora? Mi viene da dire che pace non assomiglia ad un traguardo quanto piuttosto ad un cammino. È il percorso di senso che Gesù ha indicato col suo vivere e che viene richiesto a noi, aiutati da quello Spirito suo che porta avanti nella storia l’opera avviata.
Sua pace è anche quella che si coniuga col non aver paura; Gesù oggi ripete “non sia turbato e timoroso i vostro cuore”. Nel cammino del discepolo, il timore c’è spesso. Ha due volti; paura perché conosciamo le nostre incapacità e la non perseveranza. Ma anche paura di non essere armati della necessaria franchezza (in greco parresia) di fronte al rischio di scendere a patti con i vari egoismi e con i poteri costituiti. Gesù ripete che ci è vicino col suo Spirito perché la paura non prenda il sopravvento. Pietro e gli altri, che prima, in quella sera tremenda della cattura di Gesù, erano preda del terrore, come hanno fatto a diventare impavidi assertori della nuova via tracciata dal maestro? Non è stata la loro buona disposizione, ma è stato lo Spirito Santo ricevuto. Grazie ad esso, Pietro dice cose impensabili. Paolo le definisce follia! Le cose di Dio, la rivelazione del modo perfetto di intendere l’esistere nostro e di tutto, risultano all’orecchio come inaccettabili. Persino a quegli ascoltatori, gli ebrei, che pur erano avvezzi alla lettura delle sacre scritture! La novità sconcertante è questa: se prima si doveva pensare che Dio è un’entità distante, che ha creato uomini e cose con i quali intrattiene un rapporto fatto di mediazioni come la legge e i profeti, ora Dio si deve cercare dentro di noi e nella comunità, perché ha deciso che noi siamo il santuario che lo accoglie e nel quale la cifra identificativa è la relazione padre/figlio. A giudicare dal modo con il quale ci esprimiamo nel raccontare il nostro vivere la fede, appare chiaro che proprio anche noi non siamo ancora entrati nella via di Gesù. Troppi sono i comportamenti che non riescono a riconoscere in Lui il grande ponte per superare due ostacoli: da un lato l’abolizione del divino e dall’altra la persistente immagine di Dio come il padrone del mondo che vuole solo obbedienza cieca e sacrificio.
Allora viene da chiedersi se noi predicatori del XXI secolo abbiamo la grande franchezza di Pietro nel dire ciò che avviene con Gesù presente. Molte volte le nostre parole sono un po’ astratte e ripetitive e la bontà dei fedeli le ascolta quasi con pacata rassegnazione! Me ne rendo conto. Però va detto che non è facile far passare l’idea che noi, avviati sulle orme di Gesù, siamo chiamati a lasciare tracce visibili: ricorda il card. Schuster che la figura del santo avvicina le persone a Dio e cita le folle al funerale di don Orione; e sono tracce che incidono non solo nei cuori ma anche sul terreno sociale con nuove costruzioni appoggiate sulla pietra angolare, quella improvvidamente scartata.
Un modo concretissimo ci viene proposto oggi, in questa domenica nella quale la CP Santi Profeti vuole mettersi a disposizione delle Conferenze di San Vincenzo per sostenerle nella loro opera di aiuto a chi non ce la fa a stare a galla; e sabato, come vedete dal volantino che vi è stato offerto entrando in chiesa, tutti vorremo riflettere in quanto discepoli del Signore su una delle grandi sfide contemporanee, che è l’aumento inquietante del numero delle persone scaricate ai margini di questa società. Finché non si arresta questo meccanismo di esclusione non si affermerà la pace che Gesù vuole e dona.

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