2 luglio 2017. IV domenica dopo Pentecoste

Posted on Giugno 29, 2017

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2 luglio 2017. IV domenica dopo Pentecoste


Stavano discutendo sul “dove” e sul “come” sarebbe avvenuto il regno di Dio. E non si accorgevano – fa notare Gesù – che il regno di Dio era già in mezzo a loro. E non facessero pellegrinaggi qua o là, quando, con lui, il regno di Dio era già in mezzo a loro. Non si tratta dunque di tempi da attendere o di luoghi da visitare. Anche oggi. Si tratta di essere svegli e di scegliere. Nel quotidiano. Perché lo straordinario accade nel quotidiano.

Purtroppo si può vivere da assonnati, come se nulla di importante accadesse, lasciando che gli eventi ci piombino addosso. Dentro una stordente e devastante incuranza.

“Le cose si ripetono”sembra dire Gesù. Avvenne ai tempi di Noè e del diluvio, avvenne nei giorni di Sodoma e Gomorra e dell’incendio delle città, sta avvenendo ora che lui è presente in mezzo alla sua gente e avverrà nel futuro.

La storia di Noè è emblematica e la liturgia oggi l’ha ripresa, in parte, dal libro della Genesi. Una pagina che inizia con tinte fosche, con storie che attingono a miti e per noi difficili da decifrare, tempi di giganti e di accoppiamenti. Quasi si intravvedesse un delirio di onnipotenza. Sembra di leggere in filigrana nel testo un tentativo di sfida alla propria limitatezza, quasi una volontà pervicace, ossessiva, dello scavalcamento del proprio limite. Un uomo ubriacato della sua presunta onnipotenza. Che in qualche misura, per qualche aspetto, forse potemmo rinvenire anche nei tempi che viviamo, quando l’affermazione di sé stessi, il perseguimento del proprio potere, lo scavalcamento di ogni limite sembrano diventare dominanti.

La bibbia sembra connettere questa condizione delirante con l’esito di una terra segnata pesantemente dalla malvagità e scrive parole pesanti: “Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni intimo intento del loro cuore non era altro che male, sempre. E il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo”.

Che ti colpisce – mi dicevo – è questa ramificazione, oserei dire universale, del male. Pesanti, come macigni, queste parole che vanno a svelare ciò che veramente ispirava cuore e intenti degli umani: ”ogni intimo intento del loro cuore non era altro che male, sempre”. “Ogni intento”, “male”, “sempre”. Qualcuno di voi giustamente osserverebbe che sembra di sentire in queste parole la eco di tanti giudizi che, più o meno frequentemente, siamo soliti sentire anche oggi sulla nequizia dei tempi: ogni intento male, male sempre.

E Dio nel racconto sembra ritrarsi, quasi incredulo e sgomento. Sembra dire: “Ma non è l’uomo che ho fatto io? Non l’ho forse plasmato con le mie mani? Non vi ho forse insufflato il mio spirito?”

“Il Signore si pentì di aver fatto l’uomo”: è scritto. Certo è un’immagine letteraria. Che però dice molto efficacemente tutta la delusione di Dio, quando è costretto a vedere l’opera delle sue mani devastata, fatta a pezzi, quasi incenerita dalla malvagità, dalla corruzione. La corruzione, cui papa Francesco ha dato nomi estremamente eloquenti per dirne il potere di morte: la corruzione come “bestemmia di Dio”, la corruzione come “cancro che logora le nostre vite”, da combattere tutti insieme, “persone di tutte le fedi e non credenti”, perché “siamo fiocchi di neve, ma se ci uniamo possiamo diventare una valanga“.

Ebbene nel racconto biblico, che – come vi dicevo – sembra inglobare tutti in un giudizio senza scampi e senza eccezione, quasi Dio fosse preso dal proposito di cancellare dalla faccia della terra l’uomo, e non solo l’uomo, ma tutta la creazione, ecco apparire sorprendentemente, inaspettata, nel testo una piccola parola, un “ma”: “Ma Noè trovò grazia agli occhi del Signore”. Una piccola parola – lasciatemi dire – di cui ci dovremmo riappropriare quando i nostri giudizi sulla malvagità dei tempi sembrano così implacabili, senza “se” e senza “ma”… Nel testo sbuca un “ma”. “Tutto vero, ma…”. E sbuca anche un nome_ “Ma Noè trovò grazia…”.

Noè. Potremmo forse dire: uno di quei fiocchi di neve di cui parla papa Francesco. Di lui è detto –volesse il cielo che queste parole, o parole simili, potessero essere dette anche di noi! – di lui è detto: “Noè era un uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei e camminava con Dio”.

E Dio si getta alle spalle il suo pentimento, l’ipotesi di cancellare l’uomo e la creazione. Dio ricomincia. Basta un uomo giusto e integro, che cammini con lui! Non so se ci avete pensato, Noè non ha appartenenze, è rappresentante dell’umanità che non ha ancora conosciuto la rivelazione, appartiene a un popolo qualunque, non c’è bisogno di altro: giusto, integro, cammina con Dio. E proprio perché cammina con Dio – lascatemi dire – è avanti. I suoi compaesani mangiano, bevono, prendono moglie, prendono marito. Tutto finisce lì: giocoforza che uno che costruisce un’arca lo prendano per matto. Niente! “Egli eseguì ogni cosa che gli aveva detto Dio”.

Noè un uomo qualunque, che fa la cosa giusta al momento giusto. Costruisce l’arca, dà l’ingresso alla vita, al futuro.

Un’arca. Che cos’è un arca di fronte alla devastazione immane di un diluvio? Ebbene il
testo con una certa ironia chiama l’arca un “cestello”. Di fronte alla prepotenza delle acque

di un diluvio la cosa può sembrare imbarazzante, un azzardo. Ma come? – direbbe
qualcuno – non hai il senso delle proporzioni: cosa piccola, insignificante, cestello. Ebbene
sì. Quante volte nella vita, con la scusa che la cosa a noi possibile è piccola, tralasciamo dal

farla, perché rincorriamo chissà quali soluzioni o stratagemmi. Costruisci un “cestello”.
Forse è l’inizio di una salvezza. Non defilarti – direbbe un’amica, Gabriella Caramore – con
il pretesto che è un gesto di ordinaria bontà. Storie di ordinaria bontà hanno cambiato

silenziosamente il mondo. E dovremmo anche ricordarle. Scrive: “Ognuno di noi se si
raccoglie in un momento della giornata, può fare l’esercizio, come in una preghiera
silenziosa, di ricordare le persone incontrate nella sua vita che quasi inavvertitamente

hanno saputo offrire consolazione, curare ferite, far baluginare una speranza, generare
fraternità. Non sarà una preghiera breve. Sarà una preghiera che potrà continuare ogni
giorno” (La vita non è il male, p.226).

Ognuno di noi, il suo cestello.