2 luglio 2017. IV domenica dopo Pentecoste

Posted on 29 Giugno, 2017

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2 luglio 2017. IV domenica dopo Pentecoste


La letteratura mediorientale, e sumerica in particolare, ha pagine formidabili sulla storia del grande diluvio. Sicuramente eco di fatti davvero accaduti e tramandati nei secoli. L’archeologia biblica ha evidenziato con alcune ricerche l’esistenza di uno strato di terra ad una certa profondità che pare potersi riferire ad una grande alluvione.
La domanda che al lettore di oggi si pone riguarda l’interpretazione: Dio dunque, al colmo della delusione per la condotta umana, decide di ricominciare da capo; una specie di nuova creazione, la stipula di una nuova alleanza. Il nuovo inizio comporta l’azzeramento di tutto eccetto di colui che sarà il prescelto, Noè; sarà a partire da lui che si rifonda l’umanità. Tutti in castigo, eccetto Noè. È questo che si fa fatica a pensare oggi: ogni volta che un cataclisma colpisce, facendo molte vittime ritorna il tema del castigo divino. Dobbiamo allora leggere il vangelo di oggi come la chiave per entrare nel racconto di Genesi e troveremo che la sbrigativa conclusione che mostra un Dio iroso e punitivo, non è la giusta prospettiva in cui mettersi. Anzi dovremo convincerci che Dio intende prendersi a cuore la causa dell’uomo e continuamente cerca di riportarlo al suo primitivo disegno.
Il vangelo di Luca in questo capitolo ottavo scrive la “piccola apocalisse”, per distinguerla da quella generale degli ultimi capitoli, comune anche a Matteo e Marco. Il tema è quando e dove si compie il Regno? Se fossimo coinvolti come ce la caveremmo, allora? Luca ha davanti i fedeli in ascolto: sono sotto pressione persecutoria, ma sono al tempo stesso i figli del Risorto e sanno che la dimensione “salvezza” è già operante. La croce è il transito verso il compimento del bene, pur apparendo in realtà come la vittoria dell’odio. Si tratta di aver fede: il brano precedente in Luca si chiudeva con la lode all’unico dei dieci lebbrosi che era tornato a ringraziare: “La tua fede ti ha salvato”(17,19). Ma al termine del dialogo (18,8) Gesù dirà: “Il Figlio dell’Uomo, venendo, troverà la fede sulla terra?” In sostanza Gesù non si interessa del dove e del quando voluto dia discepoli; descrive cosa succede e come. Il richiamo dei fatti al tempo di Noè e di Lot, vuole sottolineare che non si può pretendere di farla franca, cioè di salvarsi, sottraendosi al disegno divino che indica una via al cielo e i passi da compiere per percorrerla. Se siamo solo capaci di distrazione, cioè togliamo senso al vivere legandolo alla pura materialità e facendosene dipendenti , e di divertimento ovvero di stravolgere le vie proposte, non conserveremo la vita. Vivere così vuol dire non accorgersi del pericolo che si corre. Generosità nel vigilare e attenzione al presente non possono accompagnarsi alle nostalgie di storie passate e alla preoccupazione agitata ed ansiosa del futuro. Il discepolo del Signore non è uno disincarnato dal mondo terreno che pensa al cielo, prega e basta. Anche lui si occupa del “coltivare e custodire”, cioè responsabilmente si dedica al “giardino” ma lo fa nello spirito di un vero servitore della causa comune; non invece come l’accaparratore di ogni cosa lo possa rendere soddisfatto immediatamente.
In un tale contesto appare allora evidente che la citazione di avvenimenti catastrofici come il diluvio o l’incendio di Sodoma, assume il valore di un monito più che un castigo. Un po’ come dire: se non vi rendete conto che il dilagare della violenza fra uomini e popoli porta alla dissoluzione e all’impoverimento mortale dell’umanità, siete degli smarriti e invece Gesù chiede ai suoi amici di essere protagonisti di azione pere la speranza.
È vita come germe di speranza quella che si dedica con passione a costruire un mondo come quello riscritto da Gesù nei suoi gesti e nelle sue parole. Alle nozze di Cana, Maria disse ai servitori del pranzo: “Fate quello che vi dirà”. Non era solo la fase preparatoria di un miracolo; quei servitori rappresentano tutti gli uomini in cammino. Troppe volte abbiamo l’impressione di aver valicato il limite consentito per non sprofondare nell’abisso e nel vuoto; infatti abbiamo ascoltato le voci che suggerivano: “Fate tutto quello che volete” esattamente distaccandosi da un riferimento meno precario ed un po’ più fondato del bieco individualismo e qualunquismo.
Forse il problema di oggi è che non ci si domanda più se stiamo muovendoci bene o male; ci si limita ad un vivere abbastanza acritico, dove tutto quello che i più fanno e lo fanno generalmente sotto ordini altrove concepiti e di cui non si ha percezione, fa sempre bene anche per me: “oggi si usa così”; l’orchestra mondiale licenzia subito il musicante che non sta al tempo. Magari però non è un tempo così sbagliato, mentre la musica che viene imposta è troppo spesso inutile ed è una vera perdita di tempo. Le ore dello stordimento sono più numerose di quelle del pensiero e della vigilanza.
La zattera di Noè attende i non rassegnati.

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