19 Novembre 2017. Seconda domenica di Avvento

Posted on Novembre 19, 2017

19 Novembre 2017. Seconda domenica di Avvento


Attendere. Attendere dove? Attendere come?.
E la liturgia ci porta nel deserto, anche noi questa mattina ci spostiamo. Andiamo da Giovanni nel deserto. Anche noi, nascosti tra quelli che, “da Gerusalemme, da tutta la Giudea, da tutta la zona lungo il Giordano, accorrevano a lui”.
Ci spostiamo: vi dicevo. Spostarsi, significa venir fuori da un posto. Ed è forse la prima cosa che colpisce nel brano. Una sorta di dislocazione. Una dislocazione da un lato sconcertante e dall’altro intrigante. Dal tempio ci si sposta nel deserto.              


Fugacemente mi è passata nella mente un domanda e un po’ – lo confesso – mi inquieta. Noi siamo qui in una chiesa. Non sarà che siamo chiamati a spostarci, a cambiare posto e a prepararci alla venuta altrove? E perché Giovanni non dà l’annuncio nella città, perché non lo dà nel tempio, perché non là dove era tradizione consolidata battezzare? Perché non attraverso il filtro di coloro che sanno di religione? E non sarà – me lo chiedo – che anche oggi siamo chiamati a uscire dagli apparati che sono per definizione sacri, ma sacri lo sono ben poco per luminosità di vita? Non ci è chiesto anche oggi di spostarci, una dislocazione. E andare là dove a parlare è il silenzio, là dove le parole sono vere, e non una cantilena senz’anima, là dove le parole le senti abitate dal cuore, dalla passione del cuore, da Dio? Mi direte che anche il tempio può essere un deserto per l’attesa. Ed è vero. Però il fatto che Giovanni non l’abbia scelto mi fa pensare, mi fa molto pensare. Il tempio, la sua frequentazione, infatti, non risparmia da un pericolo che sta in agguato: quello di ridurre tutto a rito e a ipocrisia, un rito che non mette in moto una vita, un cambiamento di vita. Mi hanno fatto molto pensare le parole ruvide del Battista, ruvide come la sua pelle, resa di fuoco dal deserto. Chiama “razza di vipere” farisei e sadducei che avevano fama di persone per bene, i primi ossequienti a tradizioni religiose interpretate rigorosamente; gli altri di casa con i quartieri alti della società. “Vipere”! E Giovanni le conosceva le vipere del deserto! E sapeva anche come bisognasse difendersene. Vipere! E rimprovera farisei e sadducei di essere venuti al suo battesimo. Quasi dicesse: “Siete venuti ad aggiungete un rito ai vostri riti, alla vostre tradizioni per sentirvi in pace, e tutto finisce lì!”. Una pezza di stoffa nuova su un vestito vecchio. 
Molti di voi ricordano come Gesù un giorno mise in guardia da una simile operazione. Quel giorno davanti agli occhi aveva i discepoli di Giovanni, anche loro osservanti rigorosi delle prescrizioni della Legge. Quel giorno disse loro: “Nessuno mette un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio, perché il rattoppo porta via qualcosa dal vestito e lo strappo diventa peggiore. Né si versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si spaccano gli otri e il vino si spande e gli otri vanno perduti. Ma si versa vino nuovo in otri nuovi, e così l’uno e gli altri si conservano” (Mt 9, 16-17).
 Non si tratta dunque di andare al Giordano per aggiungere un rito ad altri riti, ma per cambiare la stoffa, la stoffa della vita, l’orientamento della vita. Si va al Giordano, si scende nell’acqua per cambiare. “Per fare un frutto degno di conversione” dice Giovanni ai farisei e ai sadducei. Il monito che rivolge loro è a non nascondersi dietro le loro ripetute declamazioni di essere figli di Abramo. Bisogna fare “un frutto di conversione”. Come dicesse: “qualcosa che faccia vedere che si è cambiata la direzione della vita, che è in atto un cambiamento, un rinascimento dall’acqua. Altrimenti è come se non vi foste dislocati, come se foste rimasti nella vostra vecchia religione”.
 Anzi il Battista aggiunge: ”Colui che viene dopo di me… vi battezzerà in Spirito santo e fuoco! E a me questo sembra – posso sbagliarmi – un ulteriore invito a camminare in novità di vita. Quasi dicesse non basta l’acqua, non basta un battesimo di purificazione – ci si lava e basta –. Quello del Messia sarà un battesimo che, immergendo nello Spirito santo, nel soffio di Dio, nel crepitio del vangelo, comunicherà a coloro che vi si immergeranno un fuoco, una passione, che non lascia immobili, ma sospinge, fa ardere la vita. La vita che corre sempre il pericolo di inaridirsi, di ingrigirsi, di affievolirsi, di raffreddarsi.
Mi chiedo quanto sia rimasto in me, vecchio prete, dello Spirito santo che è fuoco, fuoco e passione? Quanto è rimasto quando inizio una nova giornata, quando mi trovo tra le mani un compito da svolgere, quando la vita mi dà la bellezza degli incontri? Quanto mi è rimasto dello Spirito santo e del fuoco? Ho bisogno di avvento.
Ma ho bisogno anche di altro. Me lo ricordava il brano di Matteo che mi parlava, ci parla, del Battesimo sottolineando la coralità. Certo è un evento personale – se non ci metto cuore e anima, è rito pallido e vuoto –; ma è anche un evento corale. Colpiva nel racconto la coralità, “tutti”: “Gerusalemme, tutta la Giudea, e tutta la zona lungo il Giordano”. Mi sembra di vederli nel tragitto verso il Giordano e nel ritorno, non ognuno per suo conto, gli uni e gli altri insieme. Voglio dirvi che è commovente questo essere tutti insieme, anche noi, a fare Avvento. Ci si sostiene gli uni gli altri. Voi mi sostenete, io ho bisogno di voi. Ricordo che un giorno rivolgendosi ai vescovi papa Francesco disse: “Ai vescovi chiedo di essere pastori. Non di più, pastori! Sia questa la vostra gioia: sono pastore. Sarà la gente, il vostro gregge, a sostenervi. Di recente ho letto su un giornale di un vescovo che raccontava che era in metrò all’ora di punta e c’era talmente tanta gente che non sapeva più dove mettere la mano per reggersi. Spinto a destra e a sinistra, si appoggiava alle persone per non cadere. E così ha pensato che, oltre la preghiera, quello che fa stare in piedi un vescovo, è la sua gente”.
La coralità – vi dicevo – anche dell’avvento. Quello che fa stare in piedi, oltre la preghiera, quello che fa stare in piedi me è la mia gente, siete voi. E qualche volta è bello anche dirlo. Oggi mi è sembrata un’occasione buona per dirvelo. Per ringraziarvi.