18 giugno 2017. Seconda domenica dopo Pentecoste

Posted on 18 Giugno, 2017

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18 giugno 2017. Seconda domenica dopo Pentecoste


Forse dovremmo chiederci in sincerità se queste parole di Gesù che abbiamo ascoltato oggi – per esempio “amate i vostri nemici” – non siano parole tanto per dire, parole da ripetere monotonamente nelle chiese, salvo poi disattenderle inesorabilmente, come improponibili, nella vita. Siamo sinceri!
Personalmente penso che parole come queste di Gesù sottendano una visione della vita, di Dio, dell’uomo. E che cosa è la vita? E che cosa è Dio? E cosa è l’uomo? E alla mente subito mi si affaccia un versetto del salmo 8, è l’interrogativo stupito del salmista rivolto a Dio: “Che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi?” (5).
Potremmo forse dire: “E che cosa è mai l’uomo per te, o Dio, se fai sorgere il tuo sole sui cattivi e sui buoni e fai piovere sui giusti e sugli ingiusti?”.
Per questo vorrei riprendere con voi alcuni passaggi dal brano del Siracide. L’autore, Gesù ben Sira, è un grande saggio, vissuto a cavallo tra il terzo e il secondo secolo avanti Cristo e ci ha lasciato ritagli e ritagli di saggezza nel suo libro. Oggi, ascoltando questa pagina, mi veniva spontaneo darle quasi un titolo: “fragilità e nobiltà dell’uomo”.
L’autore da un lato ne racconta la fragilità. Scrive: “Il Signore creò l’uomo dalla terra, e ad essa di nuovo lo fece tornare”: siamo fatti di terra, ritorniamo alla terra. A volte, anzi spesso, lo dimentichiamo: siamo impastati di terra. Il nome “adamo” significa: “ uno fatto di terra”. Sta scritto che il Signore, nell’atto di creare l’uomo, “prese polvere dal suolo”. Io personalmente penso che mi farebbe bene ricordarlo. Spesso pensiamo, parliamo, ci atteggiamo come fossimo chissà chi e chissà che cosa. Ci servirebbe una dose anche minima di ironia. Ma io, alla fin fine, chi sono? A volte lo spettacolo è avvilente: li senti parlare – meglio “sproloquiare” – come fossero il pensiero infallibile, la soluzione di tutto, non li sfiora il pensiero della” incompletezza”, la coscienza della nostra “Incompletezza”: ne parlò papa Francesco ai giornalisti della “Civiltà cattolica”, lo scorso febbraio: raccomandò loro di non lasciarsi guidare, soprattutto oggi, in un mondo così complesso, da un spirito chiuso, rigido, tracotante, spavaldo. Come se tutto ciò che non rientra nei nostri schemi fosse spazzatura da buttare.
Ebbene quando per avventura, per disgrazia, ci prende questo delirio, diventiamo mortiferi, siamo la rovina e la morte della terra. Avete presente i cingolati? Un cingolato che passa incurante sui terreni, sui terreni seminati da Dio.
Al contrario la coscienza della nostra “terrestrità” è l’humus per la terra, per le crescite. E’ una connessione, questa, che penso di avervi ricordato mesi fa. Mi sembra illuminante e la vorrei riprendere. Pierre Rabhi, nato in una oasi del deserto algerino, ma poi vissuto in Francia, era solito dire che quattro sono le parole fondamentali della vita e sono connesse tra loro hanno una radice comune: humus, umanità, umiltà, umidità. Come a dire che essere umili, essere umani è il segreto per una terra umida e non scorza dura; per una terra che custodisce humus, custodisce fermenti vitali.
Humus e fermento. Un’altra connessione, che il Siracide con cura e luminosità mette in luce nella sua pagina. Non dice “terrestre” per squalificare. Parlando di noi uomini, impastati di terra, soggiunge: “Li rivestì di una forza pari alla sua e a sua immagine li formò”. E, ancora: “Discernimento, lingua, occhi, orecchi e cuore diede loro per pensare:
Li riempì di scienza e intelligenza e mostrò loro sia il bene che il male”. Fragilità sì, dunque, ma anche nobiltà.
Quante cose – mi dicevo – ci ha dato Dio “per pensare”: discernimento, lingua, occhi, orecchi e cuore. Non sarà che proprio per questo i nostri pensieri sono tutt’altro che sapienti, tutt’altro che illuminati, tutt’altro che umani? Proprio perchè non abbiamo esercitato discernimento, ci siamo lasciati contagiare dalle urla; proprio perchè non abbiamo dialogato, ci siamo chiusi nei nostri pensieri; proprio perché non abbiamo osservato con attenzione, ma siamo stati superficiali; soprattutto perché – come dice il saggio Siracide – abbiamo chiuso il cuore. Per pensare – ricordiamolo – Dio ci ha dato un cuore.
Perdonate se vengo solo ora al vangelo con una breve riflessione. Penso che al di fuori di questa visione della vita sia improponibile l’invito di Gesù ad amare i nemici, ad amare gratuitamente. Non per nulla Gesù ci invita ad alzare lo sguardo al Padre che “fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti”. Ci invita ad amare i nemici. Che non vuol dire certo arrenderci all’ingiustizia. Ma significa non togliere il rispetto per quel soffio di Dio che, al di là di tutto, abita l’altro. Il soffio della vita.
Amare i nemici. Mi verrebbe da dire – visto l’odio montante ai nostri giorni – che forse ci basterebbe non odiare. Ci sono tanti modi di uccidere l’altro: lo si può uccidere anche con i nostri pensieri, con le nostre parole, con le nostre esclusioni.
Una parola, che non è più di moda, ma che dovremmo – a mio avviso – riprendere a onorare, è la parola “rispetto”, parola che nasce dall’indugio sul soffio che abita l’altro. Cominciare dal rispetto. Ho letto in questi giorni queste parole bellissime di Maurice Bellet, con cui vorrei chiudere: “Perché voi comincerete dal rispetto. Voi non direte affatto: la vecchia che accende un cero e che biascica una preghiera è superstiziosa. Oppure: questo uomo bramoso di un bimbo non è che un pederasta. Oppure: quel rivoluzionario inasprito è un inasprito. Oppure: questa donna bisbetica che soffoca i suoi figli è una malata. Voi non direte niente di tutto ciò. Voi non metterete per nulla il vostro fratello ed il vostro prossimo in una prigione. Tu non ucciderai”.
Abbi rispetto del soffio. Come lo ha Dio.

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