18 giugno 2017. Seconda domenica dopo Pentecoste

Posted on 18 Giugno, 2017

18 giugno 2017. Seconda domenica dopo Pentecoste


Famosa la poesia di Baudelaire, Il Nemico; parla di ciò che ha guastato la sua vita. E non è una persona ma una dimensione della vita: il tempo. Una guerra inutile e dannosa: il vero nemico è un fratello che disconosce la fraternità. Amico /nemico. Sembra un discorso trito e banale. Come mai il più paradossale e disatteso insegnamento di Gesù continua ad essere riproposto? Ripetuto dalla liturgia e quindi ritenuto indispensabilmente necessario se si vuole essere discepoli di Cristo Gesù.
Sento persone che parlando riferiscono spesso di relazioni d’amicizia: ho un sacco di amici, mi sono visto con amici, ho parlato con amici, sto con gli amici e avanti così; quello che esula dal rapporto di “amico” cade nel non citato, indifferente o potenzialmente avverso. In questi casi l’amore si realizza fra amici cioè sulla base di una scelta opportunista: amo chi mi fa sentir bene. Al punto che si privilegia il rapporto virtuale che esclude il contatto diretto e fisico che spesso può produrre riscontri imbarazzanti. Addirittura ho letto, scherzo sintomatico, di un tale che ha fatto una festa del proprio matrimonio con tanto di partecipazioni e tutto; ma il problema è che il coniuge è lui stesso: “mi sposo con me stesso perché nessun altro mi vuole bene come me”.
Nasce così la caricatura del vangelo: la relazione buona è identificata con quella che offre condivisione e reciprocità. E gli altri? No gli altri sono altri, non sono del mio giro. Conosciamo bene come anche la dinamica relazionale di certi gruppi che pur avendo un’ispirazione religiosa praticano l’amore solo al proprio interno. Gesù afferma che questo atteggiamento se lo possono permettere anche i pagani e non ha niente di speciale.
Ecco allora che il mondo fuori di te e della tua cerchia di relazioni privilegiate, diventa un probabile nemico; come è vero che da qui all’odio il passo è breve: odio il nemico perché mi impedisce di diventare quello che ho sognato, perché mi costringe a fare ciò che non vorrei, perché mi toglie spazio, perché sottrae energie e risorse, perché, perché non sono io. In punta di piedi avviciniamoci alle parole di Gesù. Sembrano dichiarare superata la legge antica, quella definita del taglione, in quanto prevedeva una vendetta. Anche se era un modo per evitare eccessi: la vendetta deve essere di pari segno dell’offesa; non come la storia ci riporta quando ad esempio, nella seconda guerra mondiale, la vendetta per un nazista ucciso era di dieci, venti e di più della parte avversaria. Il Discorso della Montagna si presenta come una inusitata riflessione sulla felicità, a partire dal Beati i poveri in poi. Segue una serie di sei approfondimenti della legge antica; sono sei che è la cifra del non concluso e che rimanda a i discepoli il completamento attraverso l’azione coerente. “Avete inteso..” è l’inizio di ogni raffronto; non si tratta di annullare la legge mosaica: una nuova interpretazione, questo è lo scopo di Gesù. La questione dei nemici è l’ultima e più difficile fra le sei affrontate. Veramente si tratta anche di un superamento assoluto di certe linee del passato e non soltanto di reinterpretazione. Pensiamo allo sterminio ordinato nelle guerre di conquista; pensiamo al disprezzo e all’odio per chi e ciò che non appartiene alla tua tradizione, ordine giustificato dal non compromettere la propria purezza!
Non mancano peraltro inviti di segno opposto: alcuni testi incoraggiano a non ricambiare il male: “Non dire: «Come ha fatto a me così io farò a lui, renderò a ciascuno come si

merita». (Prov 24,29), oppure “Quando vedrai l’asino del tuo nemico accasciarsi sotto il carico, non abbandonarlo a se stesso: mettiti con lui a scioglierlo dal carico” (Es23,5). Tuttavia il cerchio lo si restringeva ai connazionali, rifiutando con forza gli altri: i pagani, per esempio.
L’insistenza di Gesù è sconcertante poiché l’esempio che porta è di estrema concretezza, quella propria del mondo rurale al quale il Signore si sta rivolgendo: “Scusatemi, sembra dire, ma Dio non fa forse il sorgere il sole su tutti, buoni e malvagi? Come pure la pioggia è data a tutti”. Se “Il siate perfetti come il Padre” può sembrare un pio suggerimento che resta nel vago, l’esempio del sole e della pioggia, i due beni, essenziali per la vita e per il lavoro, diventano, di colpo, un mostruoso paradosso.
Perfezione dunque! Conosciamo come la frase è riportata nel vangelo di Luca? “Siate misericordiosi come anche il Padre è misericordioso con tutti”. La perfezione si identifica con al misericordia. Per fortuna ciò che è richiesto dal vangelo prevede un cammino, un’opera di avvicinamento alla mèta; perfezione include l’idea del completare, quindi di dirigere l’azione e i comportamenti verso la piena conformità all’immagine impressa da Dio nello stampo di Adamo. La verità della perfezione, già lo affermava Empedocle, è l’imperfezione perché una cosa compiuta è statica e non progredisce, mentre l’andare verso un ulteriore livello è compiutezza. Se già nelle cose prodotte dall’uomo la perfezione è evolutiva, figuriamoci cosa può accadere nell’ambito morale dove la logica divina sembra costantemente non raggiungibile. E difatti, la predicazione di Gesù continua a muoversi negli esempi sconcertanti della vita normale: “Amare chi ti ama, salutare chi ti saluta?” E’ ovvio. Non ci può essere ricompensa, né ci sono gesti straordinari che sorprendano Dio. Dio lo trovi nel gratuito e smuovi lo splendore di Dio quando ti giochi con il gratuito. “Se ami il nemico e preghi per chi ti perseguita”, apri il cuore di Dio e lo commuovi.

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