17 settembre 2017. Terza domenica dopo il Martirio di San Giovanni

Posted on 17 Settembre, 2017

17 settembre 2017. Terza domenica dopo il Martirio di San Giovanni


Il profeta di Nazaret, non poteva passare inosservato. Con i suo gesti e le sue parole apriva interrogativi. A non finire. Il vangelo di Luca già ci ha ricordato che voci sul suo conto erano giunte anche ad Erode. E lui a chiedersi chi fosse..
Ed ecco che ora è Gesù stesso a interrogare i discepoli sulla sua identità. Che Gesù faccia un’indagine su che cosa pensi la gente di lui, può sembrare plausibile. Ma forse potrebbe a qualcuno di noi sembrare in qualche misura sorprendente che faccia l’indagine su che cosa di lui pensino gli apostoli. Ma come? Luca ha appena ricordato che li ha mandati in missione. Ma come? Li hai mandati in missione e prima non ti sei interrogato su che cosa pensassero di te? Anzi, ora ti accorgi che le idee, che hanno, di te e del regno di Dio, non sono poi forse così chiare?
Ma non sarà – me lo chiedo – che Gesù a differenza di noi, ha molta più fiducia nelle cose che crescono, nei semi che crescono – crescono lentamente –. Nutre fiducia in questo inoltrarsi a poco a poco nella verità, così diverso dalle nostre assolutezze anche religiose: o tutto o niente? E non sarà – me lo chiedo – che Gesù voglia farci intendere che il suo mistero non l’avremo mai esplorato fino in fondo e ci saranno ancora terre sconosciute da percorrere e visitare?
E poi mi chiedo che cosa è mai questa severità di Gesù. “Li ammonì severamente di non riferirlo ad alcuno”. E questo, dopo una risposta ineccepibile, teologicamente perfetta, secondo i sacri canoni: “Tu sei il Cristo di Dio”. Non lo diciamo anche noi?
Ma, vedete, forse Pietro, messo in questione, si era salvato con una parola tradizionale, un titolo molto usato, ricorrente nel linguaggio comune: il Cristo di Dio, l’unto di Dio, il Messia. Ma che cosa stava dietro quella parola?
Anche noi usiamo frequentemente delle parole consacrate dalla tradizione. Forse Gesù spingeva e spinge anche noi oggi a uscire dalle parole usate, qualche volta consumate dall’abitudine, e a dire, con parole nostre, chi è lui per noi: “Voi chi dite che io sia?”. Dillo tu, dillo con le tue parole.
E mi viene al cuore ciò che diceva di Gesù, in un suo credo, un vecchio prete di montagna, don Michele Do, un prete dagli occhi chiari, chiari come le sue montagne, anni prima di salire la più luminosa delle montagne. Di Gesù diceva: “Gesù, Figlio di Dio e Figlio dell’uomo, tu immagine visibile e trasparente dell’invisibile volto di Dio, tu immagine alta e pura dell’uomo, così come l’ha sognato il cuore di Dio”. C’è un salto di emozione!
Mi vengono al cuore, ancora, le semplici parole di uno scrittore francese, parole semplici, quasi a dimostrare che per dire chi è Gesù potremmo usare immagini che sono di tutti. Christian Bobin, tra l’altro, in un suo piccolo libro scrive: “ Proviene da una famiglia in cui si lavora il legno. Lui lavora i cuori, diversi e più duri del legno. Alcuni si associano al suo lavoro. Con fatica li forma ai principi di una nuova economia: non si fa nulla in serie, si va dall’unico all’unico. Non si vende, si regala”. C’è un salto di emozione!
Ma dietro la severità di Cristo che ordina di tacere – e non è detto che non lo dica anche a noi oggi – c’è soprattutto una “messa in guardia”, a non equivocare su quella parola “Cristo”. Che l’immagine sia giusta: “il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere riprovato da quelli che contano, essere messo a morte, risorgere il terzo giorno”.
Come se Gesù dicesse: “Non usate in modo asettico le parole, anche la parola “Cristo”. Lasciatele tutta la sua carica di passione per l’uomo di cui io l’ho rivestita, La passione per l’uomo, per ogni donna e ogni uomo, che la innerva. Salvaguardate il progetto che sta dietro le parole, il progetto di uno che si spende, fino a dare la vita, per gli altri. E fate altrettanto. Allora e solo allora, potrete dire “Cristo”. Ma se uno è consumato dal delirio del proprio io, se uno pensa a salvare solo se stesso o il suo tornaconto, non dica “Cristo”: sarebbe sacrilego dirlo.
Qualcuno è arrivato a dire che forse dovremmo parlare meno di amore a Gesù e più di amore al suo progetto. Dovremmo prenderci cura e portare avanti il suo progetto e cioè la sua passione per questa umanità.
La passione per gli altri nella vita di Gesù – ma spesso anche nella nostra vita – può avere come contraccolpo il rifiuto da parte dei potentati, contraccolpo la croce: ”Il Figlio dell’uomo” disse “deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno”.
Allora possiamo dire “Cristo”? Sì, se diciamo: Cristo, ovvero la passione per l’umanità, sino al rischio della passione di croce.
Nella lettura del profeta oggi abbiamo trovato una immagine, quella del vessillo. Ma vedete il vessillo, la bandiera, può essere usata in diversi modi: o per radunare tutti o per discriminare tra gli uni e gli altri. Quando il profeta scriveva, non era ancora tutto chiaro: vessillo per radunare o anche per discriminare?
Leggendo il brano mi è d’improvviso ritornata alla mente la strofa di un inno antico, che cantava sì ai vessilli, ma il vessillo era la Croce. Questo l’inizio dell’inno: “Vexilla regis prodeunt, fulget crucis misterium”. Avanzano i vessilli del re, risplende il mistero della croce. Il vessillo delle Croce è per radunare, guai a usarlo per discriminare. Forse qualcuno di noi ricorda che Gesù un giorno disse. “Quando sarò elevato da terra attirerò tutti a me” (Gv 12,32).
Ecco che cosa diciamo, quando diciamo “Cristo”, quando diciamo il vessillo della croce, Diciamo un mistero, un vessillo, una bandiera che raduna. Tutti raduna.
Mi rimane la domanda: “E noi perche cosa agitiamo la bandiera, le nostre bandiere?”.

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