17 settembre 2017. Terza domenica dopo il Martirio di San Giovanni

Posted on 17 Settembre, 2017

17 settembre 2017. Terza domenica dopo il Martirio di San Giovanni


Si apre con il brano evangelico odierno, il secondo tempo del cammino di Gesù verso il compimento della sua missione. Anzi potremmo dire che la professione di fede di Pietro che definisce Gesù come il Messia, sia una sorta di cerniera che unisce da una parte il tempo dell’ascolto del messaggio e dall’altra il tempo della visione del Pasqua del Signore cioè della sua morte e risurrezione.
La scena si svolge secondo Matteo in una località precisa: Cesarea, città ai piedi del monte Hermon presso le sorgenti del Giordano. In quella stessa città avverrà, sempre secondo Matteo, anche il conferimento del primato a Pietro. Invece nel nostro testo odierno, Luca non è interessato alla geografia; preferisce delineare il momento esistenziale: Gesù si era ritirato con i suoi in un punto appartato. Vuole pregare e i discepoli, a loro modo, lo imitano. Tante altre volte il vangelo ricorda il pregare di Gesù e sono i passaggi decisivi della sua vita e delle sue scelte: al battesimo, prima di chiamare i 12 apostoli , nella Trasfigurazione, prima di insegnare a pregare, nell’orto degli ulivi, dall’alto della croce.
È questo certamente un insegnamento per i discepoli, e per noi di conseguenza, di come l’esigenza della comunione con Dio sia imprescindibile e rappresenti il più alto livello di espressione della nostra umanità. Dopo la preghiera, Gesù decide di accompagnarci alla scoperta e riconoscimento della sua persona. Il metodo dialogico che Lui usa, è quello spesso usato sia nella tradizione biblica come anche dagli antichi filosofi: si parte da una domanda. Gesù conduce i discepoli a riflettere e a prendere coscienza, a fare sintesi dentro di loro di quanto hanno vissuto con Lui fino a quel momento. “Che dice la gente di me?” Strano! Lui non ha mai avuto in precedenza la preoccupazione del consenso o la curiosità sull’opinione degli altri. Le risposte dei discepoli mostrano che l’idea corrente è che Gesù sia un preparatore della definitiva stagione e non il protagonista. Il messia secondo loro dovrebbe avere ben altri connotati. Pietro interrompe questa visione riduttiva della persona del rabbi di Nazareth: è lui il vero messia. Malgrado ciò, Pietro continua a nutrire un’attesa di potenti manifestazioni messianiche e rimuove l’ultima frase di Gesù: Egli dice che nessuno lo accetterà; non la politica (gli anziani del popolo), non la religione (il sacerdozio), non la cultura (gli scribi). Anche nella lettera di Paolo che abbiamo ascoltato viene fuori attraverso il racconto autobiografico, la chiusura verso una figura non nazionalistica del messia. Comunque per i discepoli di allora e di oggi è difficile credere a uno così; quante volte mi sento dire da qualcuno “Beato te che hai la fede, io non ce l’ho!”. Ricordava p. Fausti: “No, non c’entra la fede per credere a Gesù o non credere; è lo stile di vita che ti porta a credere o a non credere. Se fai la vita di Erode non credi, se spezzi il pane ti si aprono gli occhi. Per noi, infatti, ciò che crediamo è la giustificazione teorica di ciò che viviamo: se vivi in un certo modo credi in un Cristo, se vivi in un altro modo credi in un altro Cristo”. E non è forse un po’ la condizione del popolo cristiano di oggi? Sembra voler pregare, sì: ma quasi sempre per chiedere cose e segni; sembra contento di portare il segno della croce, ma poi si ritira quando subentrano difficili incroci. Sembra non inseguire il contare nella società, ma poi cerca di occupare spazi e di dotarsi di grandi risorse; sembra aver capito che bisogna riporre la spada, poi troppe volte ferisce con
parola, silenzi, indifferenza. Guardate la prima lettura: i fedeli ebrei di ritorno dall’esilio è come se intravvedessero una meta appariscente e straordinaria; addirittura Gerusalemme diventerà un vessillo, una bandiera innalzata sul mondo. Il merito sarà del messia, che spunterà come un germoglio da un tronco inaridito. Su di lui Dio verserà il suo spirito con i doni, anche a noi noti: spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore. Vi viene in mente il giorno della Cresima ed il vescovo che vi chiede se avete memorizzato i sette doni (ai sei citati va aggiunta la “pietà”… intesa come umiltà che si fa preghiera)? Queste anche le prerogative dell’inviato, del Cristo di Dio. L’icona messianica non era indicata nel cavaliere vincitore con il vessillo regale! E allora torniamo al nostro credere: non potrà essere quello di una chiesa sbandierante e dalla divisa luccicante; non potrà essere una struttura sociale che attinge la propria grandezza al possesso. L’unità dei popoli scende dalla croce e non da altri tentativi; i grandi imperi civili o religiosi si avvalgono di forze estranee al vangelo. Nelle guerre che conosciamo gli eserciti si schierano e posizionano le loro divisioni: ecco la parola polivalente! Divisioni sono lo strumento ed il prodotto al tempo stesso. Gli sbandieratori sono agenti di divisione. Mi viene in mente che uno dei nomi del maligno è diavolo : colui che divide.
Proviamo a ritrovare nella preghiera raccolta e abbondante i doni dello spirito del messia e scopriremo che inesaurita fonte ci attende.

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