17.11.2019. Prima Domenica di Avvento

Posted on Novembre 18, 2019

Exemple

17.11.2019. Prima Domenica di Avvento


“Alzate al cielo i vostri occhi e poi guardate la terra di sotto”. C’è in questa frase del profeta un invito al pensare ampio, un’ampiezza di trecentosessanta gradi, proprio come si dice oggi a proposito di inchieste di vario genere. Proviamo a fare quel che dice il profeta. Ed ecco che i nostri sguardi restano un po’ sconcertati: guardiamo un cielo che sembra non più essere l’immagine di una luce forte e benevola al tempo stesso, ma quella delle tinte forti e minacciose; poi guardiamo la terra e spesso sembra diventata un grande albergo denominato “Ipocrisia e menzogna”. Eppure il cielo l’abbiamo pensato secondo l’insegnamento dei nostri vecchi come il porto sicuro, e la terra come giardino verso il quale riversare gioiosamente le nostre attenzioni fatte anche di faticosa cura. Se tuttavia anche il nostro alzare ed abbassare gli sguardi ci restituisce esiti preoccupanti, non possiamo fare a meno di interrogare insieme terra e cielo, umano e divino; sono inscindibili nella visione cristiana, entrambi casa di Dio e dell’uomo. Forse per questo il rito ambrosiano che oggi inaugura il tempo di Avvento ha scelto di vestirci con un colore strano che chiama “morello”: metti l’azzurro cielo con il bruno della terra e il rosso della forza dell’amore, e nasce il mix che vediamo.
Quando nel vangelo Matteo fa sedere Gesù coi suoi fra gli ulivi del monte prospiciente la città di Davide e il meraviglioso tempio, (e se il panorama fosse invece quello della Siria distrutta o di Venezia sommersa?) affronta proprio il tema del cielo e della terra, e anche del loro presente e del loro futuro. Ma i discorsi che ne escono ondeggiano fra le catastrofi (naturali e non) e l’attesa del ritorno definitivo alle braccia del Signore. I discepoli, ma anche noi, sono alquanto allarmati e subito pongono la domanda: quando? come? dove? Forse, come tanti oggi, rimuoviamo il problema. Finirà tutto, prima o poi, ci sorprendiamo a pensare; ma cosa ci possiamo fare? Meglio non pensarci e correre dietro al giorno chiedendogli un po’ di benessere e ben-stare. Ma quando le situazioni ci riportano brutalmente alla questione del finire, ecco che una qualche risposta la dobbiamo cercare. Siamo ricollocati lì sul monte a rimuginare su quelle parole di Gesù: “Non sarà lasciata pietra su pietra; … vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi del cielo con grande potenza e gloria”. Ci crediamo davvero a queste parole? Oppure pensiamo che Gesù le abbia dette per infondere un po’ di fiducia in chi avvertiva tutta l’incertezza del momento?
Molto vicina alla nostra domanda interiore di senso e di valore, è questa angoscia e preoccupazione dei discepoli. Loro e noi ci sentiamo come gli attori di un dramma che sappiamo avere una conclusione ma non ne conosciamo bene gli sviluppi. Questo film come finisce? i protagonisti e le comparse se la caveranno? Dobbiamo ritenere che il ritorno del Signore non sia realmente pensabile? Eppure nel credo affermiamo che verrà di nuovo. Che sia meglio aggrapparsi al presente, e magari anche rivolgersi a spacciatori di ricette illusionistiche. Attendere sperando o abbassare l’asticella su traguardi più immediati? Il nostro vescovo Mario nella lettera dell’avvento che ci scrive, distingue molto bene fra aspettare e sperare. Aspettare è limitarsi a circoscritti e programmati orizzonti; sperare è risposta ad una promessa, quella spiegata nella Parola che viene da Dio e chiama ad una vita ridisegnata ed eterna.
Saggio è allora questo impianto educativo dell’anno liturgico: è bene ricominciare mettendo in revisione i nostri modi e le nostre scelte; controlliamo tutto quanto si muove dentro di noi. Stiamo attenti però che questo non vuol dire ripiegamento su di sé, quasi un selfie da postare in qualche social; già troppo ai nostri giorni il “sé” è privilegiato di attenzioni. Significa altro: attraverso ascolto, lettura e preghiera, ci poniamo a servizio di quella benedetta istanza “Venga il tuo Regno”.
Risollevarsi dal rischio dell’inerzia, ecco la richiesta dell’Avvento. Di fronte all’incrudelirsi attuale dei rapporti umani, ai preoccupanti eventi atmosferici e sovvertimenti climatici, alle terribili testimonianze dei campi di guerra, abbiamo forse pensato “siamo al capolinea”? Allora, rileggendo il messaggio di Gesù, mi viene da dire: la fine del mondo incomincia quando lasciamo il campo, non ci interessano più impegno al cambiamento e ricerca del nuovo, quando i fratelli si trasformano in fardelli, quando non abbiamo più il coraggio di alzare il capo. Al lavoro, amici. Buon Avvento.