16 luglio 2017. Sesta domenica dopo Pentecoste

Posted on 16 Luglio, 2017

16 luglio 2017. Sesta domenica dopo Pentecoste


E’ intrigante l’accostamento che oggi opera la liturgia: la legge data a Mosè sul monte e le parole affidate ai discepoli da Gesù nella pianura.
Basterebbe uno degli episodi a sollecitare la nostra riflessione. Non possiamo raccogliere se non frammenti.
Di Mosè ci è stato raccontato che sale una seconda volta sul monte, le tavole che Dio inciderà sul monte, tavole per un’alleanza, sono nuove, le prime sono state fatte a pezzi a causa dell’idolatria del popolo. Con che cuore Mosè sale il monte? Nel dialogo tra lui e Dio ci sono passaggi emozionanti.
Vi dirò che innanzitutto mi colpisce – in un uomo come Mosè, uomo di carovane, traghettatore di deserti, fibra rocciosa – quel suo desiderio svelato di vedere la gloria di Dio, una manifestazione del divino. E Dio farà sì passare la sua gloria, avvertirà il passaggio, la presenza, ma non vedrà il suo volto. Troppo abbagliante per i suoi occhi, per i nostri occhi, per gli occhi umani: fa tenerezza Dio che lo invita a stare nella cavità della rupe, gli coprirà gli occhi con le mani. Lo vedrà ma solo di spalle: “Nessun uomo può vedermi e restare vivo”. Tra parentesi, vorrei dirvi che non so se a noi, quando parliamo di Dio, ci rimane questa consapevolezza che lo vediamo di spalle, solo di spalle: solo qualcosa traluce dalla benda che ci protegge gli occhi.
Un’altra cosa colpisce nel racconto: che sul monte Mosè è solo, il popolo è alle pendici, lui sale e poi scende. E’ sottolineata una distanza: “Nessuno salga con te e nessuno si veda sul tutto il monte”. Nelle vicinanze neppure gli armenti, divieto di accesso. La distanza. Eppure nel dialogo tra Mosè e Dio, che a volte sembra segnare la distanza e quasi un risentimento, l’immagine di Dio va come stemperandosi dalla durezza e alla fin fine a prevalere nel dialogo è il cuore, affiora a più riprese l’amore per il suo popolo, prevale la misericordia. Dio sa che anche quelle tavole, le seconde, non rimarranno inviolate. Per nessuno di noi.
E ora il racconto delle beatitudini nel vangelo di Luca. Immagino che abbiate colto la differenza tra questo racconto e quello delle beatitudini del monte in Matteo.
Il taglio operato dalla liturgia cancella il contesto. Gesù è stato sul monte a pregare e sul monte ha scelto i dodici. Ma ora scende. “Disceso con loro si fermò in un luogo pianeggiante”. Mentre nel racconto della Genesi veniva in qualche modo sottolineata l’ascesa al monte, una certa inaccessibilità e distanza, qui trovi la discesa. Ciò che era inaccessibile, qui si fa accessibile. Là uno solo saliva ad ascoltare. Qui l’accessibilità è totale. Anzi l’accoglienza è totale. Anche per questo è un peccato che il brano delle beatitudini del vangelo di Luca sia stato privato del suo contesto: perché, quando leggiamo che Gesù diceva “Beati voi”, ci chiediamo: “Voi chi? Chi aveva davanti agli occhi e a chi legava le sue beatitudini? Certo i discepoli, ma il racconto parla di “gran folla di discepoli”. E, insieme a loro – ecco la citazione – “gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone, che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti impuri venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti”.
Pensate, quelle parole sono per tutti, per la felicità di tutti: ad ascoltarlo non ci sono solo ebrei, ma gente venuta da ogni dove, anche dal litorale di Tiro e di Sidone, da territori che noi diremmo pagani. Sono parole senza steccati, approdano al cuore di tutti.
E immaginate l’emozione al sentirle: ”Beati voi..”. In cuor loro doveva passare un fremito che andava alle ossa. Quasi dicessero a se stessi: ”Ecco uno che ci guarda, dentro un mondo che non ci guarda! Uno che ci vuole visibili, dentro un mondo che ci vuole invisibili. Uno che capovolge la visione dominante. Perché tutti dicono beati gli altri: quelli che stanno bene e hanno soldi e fanno carriera. E noi siamo gli scarti dell’umanità. Alcuni addirittura ci guardano come dei maledetti da Dio”. Ebbene il rabbi, che ha pregato sul monte, rovescia l’orizzonte, rivoluziona i criteri: per lui contano quelli che non contano.
E mette in guardia gli altri. “Guai a voi ricchi”. “Guai, guai, guai”: ripeteva. Ci sembra quasi di udire la voce rovente del Battista! Quasi li andasse a frugare tra la folla i ricchi, i sazi, i gaudenti, gli osannati.
Non so se ci pensate, ma le beatitudini non suonano come una voce di compassione per quella che viene considerata gente di scarto. “E che cosa fai con i poveri, con quelli che hanno fame, con quelli che sono messi al bando? Gente al massimo da compatire”: direbbe qualcuno.
Ebbene le beatitudini non sono uno sguardo di generica compassione, ma uno sguardo che va a rivendicare una dignità. Che hanno loro, proprio loro, i dimenticati.
Papa Francesco ha voluto come frutto dell’anno del giubileo della misericordia una “giornata mondiale dei poveri” che celebreremo il 19 novembre. Un problema quello della povertà! Se siamo onesti, non possiamo nascondercelo. Proprio in questi giorni un’indagine dava numeri impressionanti: la povertà assoluta in Italia si assesta su una cifra da brivido: quasi cinque milioni. Ma da brivido sono anche le affermazioni di coloro che ancora osano dire che questo è un fatto fisiologico alle società del benessere. Ci chiediamo allora, e non solo da cristiani, ma anche da umani, che cosa sia mai “benessere”?
Nel suo messaggio il papa mette in guardia dalle vuote parole: dire “i poveri” e non cambiare la vita. Scrive: “Non pensiamo ai poveri solo come destinatari di una buona pratica di volontariato, da fare una volta alla settimana, o tanto meno di gesti estemporanei di buona volontà, per mettere in pace la coscienza. Queste esperienze, pur valide e utili a sensibilizzare alle necessità di tanti fratelli e alle ingiustizie che spesso ne sono causa, dovrebbero introdurre ad un vero incontro con i poveri e dare luogo ad una condivisione che diventi stile di vita”.
Incontro, cioè toccare. E stile di vita.

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