15 ottobre 2017. Dedicazione del Duomo di Milano

Posted on 15 Ottobre, 2017

15 ottobre 2017. Dedicazione del Duomo di Milano


La terza domenica di ottobre prevede l’antichissima tradizione della festa della cattedrale. Dobbiamo rifarci addirittura al quinto secolo quando il vescovo Eusebio riconsacrò la chiesa madre della città dopo la devastazione degli Unni. Di quella circostanza ci è pervenuta la bellissima omelia di San Massimo vescovo di Torino.
Dedicazione è una sorta di riconsegna della casa al suo proprietario, al Signore Dio. Il Vangelo di oggi mostra in modo assai efficace il processo di restituzione a Dio dello spazio sacro; Gesù, in Matteo, arriva al tempio per la sua ultima Pasqua (Giovanni invece racconta l’episodio nel contesto della prima Pasqua, subito dopo il segno posto alle nozze di Cana). Compie la purificazione del luogo; oggi diremmo, quasi una bonifica ambientale: il tempio è dissacrato dall’uso affaristico della religione. Il mite rabbi di Nazareth riesce ad essere misericordioso verso la fila di peccatori che incontra lungo le strade della Palestina: da Levi a Zaccheo, dall’adultera alla donna Samaritana, Gesù non ha difficoltà a riportare sulla giusta via un’umanità fragile e instabile ma, di fronte alla gestione ipocrita della religione e allo sfruttamento economico del tempio e dei suoi riti, si produce in un intervento deciso e quasi violento. Appare tanto più forte il gesto, proprio pensando che alla fine si viveva una sorta di assuefazione a quello stato di cose così da apparire la normalità. La purificazione del tempio è il fatto che dà un forte impulso all’iter che porterà alla condanna di Gesù. Si poteva anche tollerare qualche suo discorso un po’ critico e qualche sua invettiva contro il malcostume della casta, ma lo scardinamento del sistema no: lì si va a minare l’istituzione come tale.
Con dolore e fatica ci toccherebbe qui fare una attualizzazione del vangelo di oggi: domande brucianti sull’uso dei luoghi di culto, sulla presenza spesso esagerata dei commerci in luoghi del sacro come i santuari, sulle finanze vaticane, sull’erronea equivalenza di bellezza e ricchezza e sui rapporti fra comunità religiosa e politica. La bonifica del tempio esige un vero e coraggioso impegno che non si ponga il problema delle conseguenze e delle opportunità, proprio come ha agito il Signore. Si deve cominciare da noi stessi senza aspettarsi che dall’alto qualcosa succeda.
Ogni volta che passo accanto al nostro Duomo, a questa straordinaria opera che porta il cielo in terra e la terra in cielo, rifletto sul fatto che in qualche sua parte, l’edificio è sempre attorniato da impalcature per manutenzione, pulizia, rinforzo e interventi di ogni genere: è come se il tempio mi comunicasse il bisogno di essere sempre riconsegnato alla sua essenza ed integrità. Ma la cosa che più mi sollecita è il pensiero che quelle pietre, statue, vetrate e opere artistiche, sono il simbolo e la rappresentazione dell’edificio umano che va sotto il nome di comunità ecclesiale; il tempio siamo noi, come singoli e come gregge del Signore ed i lavori di manutenzione sono via obbligata e imprescindibile, pena il disconoscimento. Il Duomo nel giorno della sua consacrazione al ruolo di casa di Dio e dell’uomo, mi ricorda questo.
Mi ritorna alla mente una canzoncina tanto popolare e anche ben surreale di quando ero ragazzo; diceva il testo:” Han rubato stanotte alle tre il Duomo di Milano..”. Il difficile dopoguerra, una ricostruzione faticosa e aspra, il senso di espropriazione persistente davanti ad una sorta di colonizzazione dell’economia, suggerivano che perfino il duomo
poteva esserci portato via grazie all’invenzione di un marchingegno di brevetto americano; la voglia di rifarsi è espressa con un premio di cento milioni a chi riporterà a casa il maltolto! Sciocchezza, ovviamente! E tuttavia anche un qualcosa di vero: l’identità di un popolo si riconosce nel luogo della preghiera, della parola e della bellezza, luogo da non perdere mai.
Il capitolo del profeta Baruch che abbiamo ascoltato propone una visione grandiosa, di largo respiro: il tempio, la casa, la dimora di Dio si chiama universo e la strada che vi conduce è denominata “via della sapienza”. Il profeta spiega che l’opera dell’uomo, per quanto grandiosa possa essere, non sarà mai artefice del senso del cosmo; la Sapienza, cioè il pensiero vero e ultimo, quello che solo può riempire di gusto e sapore la realtà e la vita, è il culmine e la meta del cammino verso il cuore di Dio. L’accesso alla Sapienza non viene né dal potere politico, né dalla ricchezza, né da attività commerciali, né dal lavoro dell’artigiano, racconta Baruch; e aggiunge che il rischio di confondere il prodotto del nostro ingegno con la sconfinata grandezza della Sapienza celeste, ha suggerito al Signore di consegnarne la chiave ad un popolo. Da allora in poi la strada si percorre seguendo i segni tracciati, a partire da Abramo fino a Gesù, approdo conclusivo.
C’è una strada a Napoli, molto antica, detta “via della Sapienza”: niente a che vedere con il sapere terreno, quello magari degli studi universitari; la via sfocia su un incrocio ove sorge la chiesa di S. Maria della Sapienza. Bello pensare a questa donna che nel suo silenzio meditativo diventa la “sede della sapienza”! Modello di una chiesa che prende la giusta via. Nella cattedrale, nel nostro Duomo dedicato alla Madre del Signore, splende la grande statua sulla guglia più alta. Da Lei parte ogni bonifica. L’interprete della parola che di là discende e prende corpo è il vescovo che presiede in cattedrale; la circostanza di questa ricorrenza annuale, si arricchisce anche per la presenza proprio da poche settimane del nuovo arcivescovo, Mario; a lui la nostra preghiera e l’offerta delle nostre braccia in aiuto alla sua guida.
Un pensiero ancora in tema di purificazione del tempio: cacciati i mercanti, Gesù lascia lo spazio sacro, dice Matteo, a della gente fino a prima esclusa: “Gli si avvicinarono ciechi e storpi nel tempio ed egli li guarì”. Gesù vuole che gli ospiti della casa del Padre siano in primo luogo quelli che la vita ha segnato col marchio del dolore e delle differenti povertà. Mi ricordo che lo scorso anno, il 20 agosto nell’ambito del giubileo della misericordia, l’arcivescovo di Santiago del Cile aprì le porte della cattedrale per il pranzo di 250 poveri da lui invitati; qualcuno come i farisei dell’epoca di Gesù, si scandalizzò, ma intanto il card. Ezzati aveva bonificato il tempio. Nel 2011 E. Olmi fece un film che dovremmo rivedere ogni tanto; “il villaggio di cartone” parlava di un tempio che diventava rifugio per gente rimasta senza nulla.


Immagine: rielaborazione di fotogrammi tratti dal film “Fratello Sole, Sorella Luna” di F. Zeffirelli, 1972

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