22 ottobre 2017. Prima domenica dopo la Dedicazione

Posted on Ottobre 22, 2017

22 ottobre 2017. Prima domenica dopo la Dedicazione


Immagine: Altare al Dio Ignoto, ancora in situ (poi trasferito all’Antiquarium Palatino), Roma, foto del 1865  – credits: https://www.romasparita.eu/foto-roma-sparita/64492/palatino-16


“E adesso tocca a voi!”: potevano essere queste, tranquillamente, le ultime parole del vangelo di Luca. L’incarico conferito ai discepoli è di testimoniare quanto il Signore ha espresso in parole e con le azioni. È ciò che oggi chiamiamo con il termine di missione. Val la pena però di analizzare più a fondo l’oggetto di questa missione onde evitare distorsioni e fraintendimenti. Il Vangelo dice che dovrebbero essere predicati a tutto il mondo, e a Gerusalemme in primis, nel nome di Gesù Cristo, il ravvedimento e il perdono. Infatti Colui che ha aperto le sue braccia, lasciandole inchiodare sul legno, e che ha rimosso la pietra tombale, mostrandosi vivo, fa in modo che non vi siano più impedimenti alla nostra comunione con Dio. Mi sembra molto importante ripartire da qui per comprendere la missione del cristiano, e la missionarietà della Chiesa. Con troppa disinvoltura si giunge talora a conclusioni affrettate; si dice che il missionario è colui che va in paesi lontani e sottosviluppati, si occupa di vestire, sfamare, istruire, curare e di tante altre cose attinenti alla promozione umana, col rischio poi di suggerire il modello consumista occidentale; così nella mentalità odierna la missione è soprattutto un migliorare la vita di persone disagiate. Molto bene tutto ciò, anzi è dovere da cui non ci si può dispensare, ma bisogna riuscire a comunicare che il bisogno più grande dell’uomo è accogliere il dono di Dio, cioè la piena comunione con Lui e fra noi. “Templi e chiese, pagode e moschee, in tutti i paesi e in tutte le epoche, sono una testimonianza, nel loro splendore e nella loro grandezza, del bisogno metafisico dell’uomo che, potente e indistruttibile, segue a ruota il bisogno fisico.” [A.Schopenhauer]
Ecco perché sarebbe riduttivo pensare la missione come il partire per terre povere o impoverite; missione è ovunque noi si vive, e tutti ne siamo partecipi in quanto siamo stati abilitati a ciò dallo Spirito ricevuto nel Battesimo.
Qui però nasce un grande problema: come mai se il seme è stato gettato nel mondo a piene mani e con il dono della vita da parte di Gesù, oggi assistiamo allo svuotamento di chiese, alla scarsa efficacia della missione, alla difficoltà estrema di predicare il vangelo là dove ciò che conta è la conquista economica del mondo? Sembra che la denuncia di Paolo nella lettera ai Corinti sia molto attuale: “La parola della croce infatti è stoltezza…. Mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani”. Al tempo di internet e della tecnologia esasperata sembra che le parole “sacrificio della Croce” o “Ecco l’Agnello di Dio”, suonino come estranee ai nostri intenti e comunque da relegarsi in ambiti di un passato non riproponibile. Quindi, la città del terzo millennio non è altro che una ripetizione della Corinto Paolina? Racconta il card. Ravasi: “Sul monte che domina l’attuale Corinto rimangono oggi solo tre possenti colonne doriche, unico resto del monumentale tempio di Afrodite, vero e proprio simbolo di una città allora splendida, dotata di due porti, con seicentomila abitanti. L’idolatria e la corruzione erano quasi l’emblema di Corinto al punto che “corintizzare” in greco era divenuto il verbo del vizio”.
Eppure bisogna dire che quelle parole, sacrificio e agnello, così ostiche alla nostra sensibilità, in pratica sotto altre forme ritornano continuamente nel nostro oggi come nell’allora di Paolo. Non è forse vero che facciamo di tutto, cioè immoliamo tempo ed energia, per scongiurare possibili mali, ad improbabili protettori della vita come spacciatori di ricette magiche e di teorie anestetizzanti, così come gli stessi razionalissimi greci di Corinto cercavano difesa offrendo omaggio ad Afrodite!
Diciamo allora: l’ansia umana che cerca conforto offrendo doni a potenze divine (sacrificio) è l’espressione di una non conclusa ricerca nella coscienza individuale e collettiva del senso ultimo dell’esistenza; il cristianesimo indicando il farsi prossimo di Dio all’uomo mediante Gesù Cristo, propone la via del dono e della mitezza povera come soluzione al dramma della nostra fuga verso il nulla e l’annientamento. Attenzione però ad estenuare il tema del dono della vita quasi che il Padre avesse necessità di un risarcimento e del pagamento di un prezzo per riaprirci le porte di un rinnovato Eden. La Croce è il segno della violenza cieca e della generosa e apparente impotenza del dono. Proprio nella comprensione difficile di ciò sta tutto il vangelo e la missione che ne consegue: Luca aveva finito di raccontare dei due di Emmaus dicendo che Gesù spiegava loro le Scritture che lo riguardavano, ma dice subito dopo, ai discepoli, che il Risorto “spalanca loro il cuore” a comprendere ciò che è stato scritto di Lui.
Spalancamento dei cuori, non semplice presentazione dottrinale, occorrerà! Mi piace chiudere con una preghiera scritta da Martini:
“O Gesù, Tu che sei risorto, dona a ciascuno di noi di comprendere che Tu sei l’oggetto ultimo, vero, dei nostri desideri e della nostra ricerca. Facci capire che cosa c’è al fondo dei nostri problemi, che cosa c’è dentro le realtà che ci danno sofferenza. Aiutaci a vedere che noi cerchiamo Te, pienezza della vita, cerchiamo Te, pace vera; cerchiamo una persona che sei Tu, Figlio del Padre, per essere noi stessi figli fiduciosi e sereni. Mostrati a noi anche oggi in questa Eucarestia, o Gesù Risorto, perché possiamo ascoltare la tua voce che ci chiama per nome, perché ci lasciamo attirare da Te, entrando così nella vita trinitaria dove Tu sei col Padre l’unico Figlio, nella pienezza dello Spirito”.

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