14 maggio 2017. Quinta domenica di Pasqua

Posted on 14 Maggio, 2017

14 maggio 2017. Quinta domenica di Pasqua


Perdonate, perdo la memoria. Non so se è la prima volta, o se una delle tante volte –, penso sia una delle tante – in cui, leggendo questo brano di vangelo, mi perdo, come abbagliato, dietro queste parole di Gesù. Che sono di una emozione unica. Le sento sulla pelle, la mia, la tua pelle. Sei tu in questione, sono io in questione: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. La possibilità – pensate – di essere per Dio una dimora, una casa. Sì, capite bene: una casa per Dio sei tu!
Dio dunque ha un sogno ed è “fare casa”: scrive Antonietta Potente. Come è bello pensare che anche Dio fa sogni. Come noi. E che un suo sogno sia fare casa. Quasi non gli bastasse – perdonate se mi esprimo così – quasi non gli bastasse essere Dio, e volesse uscire: “Verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. Io penso che questo sia un sogno di chi ama, di ogni vero amante, uscire da se stesso e prendere casa nell’altro, nell’altra, diventare uno di casa. Uno di casa – voi mi capite – nei pensieri, nel cuore, nel modo di sentire, nel condividere visioni di vita, nel progettare insieme un futuro: “tu sei di casa!”. Che è qualcosa di più che essere nelle mura di una casa. Perché puoi anche esserci e non sentirti di casa o non sentire gi altri di casa.
Dio ha questo sogno. Di raccontarsi con noi, dentro di noi E che ci si possa ascoltare. Vorrei dire che è anche un nostro bisogno, se abbiamo occhi per il nostro “spazio interiore”, perché noi andiamo – permettete che mi esprima così – da un “troppo pieno” a un “troppo vuoto”. Una vita, un’anima troppo piena: di corse, di affanni, di cose. Una corsa continua, una rincorsa. E poi la sensazione, la sera, di trovarci vuoti. E sarebbe già una grazia che ci accorgessimo del vuoto e del bisogno di fare spazio ad altro, alla nostra anima. E per qualche attimo sostassimo a pensare che no, non siamo vuoti. Dio fa casa dentro di te, dentro te ha la sua dimora.
Se lo ascolti ha parole che ti possono aiutare a vivere, a vivere il quotidiano riconoscendone il valore. E questo è l’altro paradosso: che più dai spazio a questo ascolto di te, della dimora che Dio ha preso in te, e più sei presente e sensibile e attento e appassionato per tutto ciò che vive fuori. Ci stai non da persona spenta, disillusa, indifferente. Ci stai, direi, con la passione di Dio, la passione di un Dio che esce e fa casa. Dio infatti dimora in te, ma non ti sequestra. E’ l’insegnamento della storia di Pietro che oggi ci è stata raccontata nel brano degli Atti degli apostoli. Dove Pietro è invitato a uscire di casa, dalla casa dei discepoli, e ad entrare nella casa di Cornelio, il centurione pagano. Entrando si accorge che “Dio non fa preferenza di persone”. Abita anche fuori: “Non fa preferenza di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia a qualunque nazione appartenga”. Pensate, sono passati più di duemila anni e siamo qui a ripeterci ancora questo, ancora non lo abbiamo capito. Messaggio per i nostri tempi: “Dio non fa preferenza di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia a qualunque nazione appartenga”. Capite? “A qualunque nazione appartenga. Lo Spirito Santo – dice il testo – è effuso anche sui pagani. Dobbiamo rendercene conto, come Pietro. La dimora di Dio in noi e le infinite altre dimore: ogni donna, ogni uomo, dimora di Dio; abitata, abitato dallo Spirito.
E’ una delle tante suggestioni della nostra fede: la congiunzione di ciò che apparentemente sembra incongiungibile: l’interiorità e il fuori.
Stare dentro la vita – voi mo capite – non è cedere alla superficialità. Si può stare nella vita, come ci suggerisce il vangelo, pensandola abitata, in ascolto di una voce che chiama, che suggerisce, che incoraggia.
Poco fa citavo Antonietta Potente, una religiosa, docente di teologia, che, da più di dieci anni, vive in Bolivia in una forma comunitaria particolare, abitando insieme a una famiglia di campesinos di etnia indigena. Starei per dire: quasi una testimonianza luminosa di come si possa sposare il dentro e il fuori, la dimora e le molte dimore. Vorrei finire con le sue parole. Scrive:
“Ritornare alla casa non significa che ciascuno cerca di salvarsi con la sua arca di Noè e gli altri muoiano pure nel diluvio: la casa è semplicemente il punto di inizio, la vita quotidiana è il punto di inizio. Si tratta di una mentalità aperta, perché tutto ciò che è quotidiano possa entrare nella sfera pubblica e tutto ciò che è pubblico diventi anche sacramento nelle nostre case, cioè qualcosa che ci suggerisce la presenza di Dio.
Credo che in questo momento storico non possiamo schifarci, come direbbe Caterina da Siena, della storia “com’è”, perché c’è tanto male, tanta violenza, perché le cose non vanno come le avevamo pensate. C’è solo da riconciliarci con questa storia, cioè da aiutarci ad amare, ad amare profondamente. E imparare a dire questa famosa litania del Cantico dei Cantici: “ Come sei bella, amica mia”, aiutarci a riconoscere che quest’umanità, a parte le sue ferite, è l’unica umanità di Dio. Questo Dio che amiamo, che professiamo, che celebriamo come profondamente presente nelle nostre storie, lo dobbiamo cercare lì. Non ci sono scappatoie: nella nostra vita, il punto di partenza è la quotidianità. Io vi invito a riconciliarvi profondamente con il quotidiano come qualcosa di realmente importante, come unico tempio dove Lui prende dimora, abita. Possiamo tornare a nascere di nuovo, come individui, donne e uomini e come istituzioni? Questa è la domanda di Nicodemo a Gesù. La risposta non c’è, Gesù dice solo che questo è possibile, perché il sogno di Dio, cioè lo Spirito, è molto più intenso di quello che pensiamo. A noi tocca mantener viva questa domanda” (La religiosità della vita. Una proposta alternativa per abitare la storia, ed. ICONE).
La dimora e le molte dimore! Dove Dio fa casa.

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