14.01.2018. Seconda domenica dopo l’Epifania

Posted on Gennaio 15, 2018

Exemple

14.01.2018. Seconda domenica dopo l’Epifania


Dopo i magi, dopo il battesimo alle acque del Giordano, ora l’epifania è a un banchetto di nozze, l’epifania di Dio e del suo messia è nel vino. E – lasciatemi dire – lo svelamento del Messia è senza clamori, senza tuoni e senza fanfare.- E già questa è una cosa che fa pensare, quasi un ossimoro – e dice tanto di Dio –: rivelarsi nascondendosi. Nascosto in una casa di Betlemme, nascosto nella fila dei peccatori nel Giordano, e oggi nascosto tra una folla – immagino rumorosa – di invitati a nozze. Questo stare in incognito – credetemi – mi impressiona. Alla fine del racconto Giovanni scrive che quel giorno Gesù “manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui”. E nessuno – pensate – nessuno nel racconto delle nozze di Cana a svelarlo, ad indicarlo. Era l’inizio dei segni: ad accorgersene la madre e un gruppetto di discepoli. Noi ci saremmo aspettati che a una cert’ora del banchetto qualcuno avesse chiesto silenzio, per dire che era avvenuto qualcosa di inimmaginabile. Tutto va nel segno dello scontato. Passa invece la voce, e fa clamore, che i due sposi hanno – meraviglia delle meraviglie – tenuto da parte il vino buono per la fine. E tutto finisce così, con il merito che va ad altri. L’epifania degli altri. Che non c’entrano per nulla.
Questo mi fa pensare a quanta segretezza abiti i doni di Dio. Non è una cosa da poco in una società dove non raramente ci si attribuisce, sbandierandoli, i meriti degli altri. E raramente si leggono in controluce i doni di Dio. Donare senza fanfare è lezione di Gesù, del suo vangelo. Doni nascosti, e chi li fa non esibisce. Ed è uno dei tratti d questo racconto.
Un altro tratto che sconcerta – e ce lo diciamo ogni volta – è che il primo dei segni di Gesù nel vangelo di Giovanni sia il vino. Gli uomini dello spirito hanno altre categorie: secondo loro bisogna distinguere nella vita tra ciò che è necessario e ciò che non è necessario, in questo sono austeri e rigorosi e pretendono che gli altri lo siano: necessario il pane, il vino no.
Di conseguenza diventa spontaneo chiederci perché la madre di Gesù se lo prenda tanto a cuore il fatto che a quel banchetto venga a mancare il vino e forzi un poco il Figlio, forzi il giorno della sua manifestazione, e, di conseguenza, il giorno delle scontro finale, il giorno della sua ora che odora di morte violenta.
Valeva la pena? Dopo tutto non era forse un dettaglio il vino? Ma le donne, forse più di altri, sono le creature del dettaglio, del dettaglio, che – perdonate se mi esprimo così – del dettaglio che non è dettaglio. Perché quello di Maria era un gesto di attenzione. Rimangono i suoi occhi, dentro una festa, forse anche un poco scomposta e fragorosa, dove ognuno, essendo semplicemente invitato, si lascia prendere da cibi, vino, canti e danze. Splendidi gli occhi di Maria che, là dove nessuno sembra preoccuparsi, legge un fatto, che di per sè potrebbe apparire irrilevante, ma che, secondo il suo modo di vedere, potrebbe incrinare l’atmosfera della festa: la mancanza di vino..
Dopo tutto non era forse vero che il destino di suo Figlio era legato al vino? E qualcuno non andava anche sussurrando di una propensione del suo Figlio per i banchetti? Una propensione non nascosta dai vangeli che ha fatto sì che qualcuno, un amico, Enzo Bianchi, abbia chiamato Gesù: “il rabbi che amava i banchetti”. E come avrebbe potuto rifiutare l’invito? O fare diversamente? Di Dio nelle scritture non stava forse scritto che avrebbepreparato “per tutti i popoli un banchetto di grasse vivande e di vini succulenti”? L’allegria, la festa sul monte!
Sarà tornata alla mente o no della madre – mi chiedo – la pagine del profeta Amos che prefigurava la venuta del Messia come il giorno del vino, del vino nuovo? Scrive il profeta: “Ecco, verranno giorni / – oracolo del Signore / in cui chi ara s’incontrerà con chi miete / e chi pigia l’uva con chi getta il seme; / i monti stilleranno il vino nuovo / e le colline si scioglieranno” (Am 9,13).
Il segno del vino dunque come evocazione del giorno del Messia. Ma anche segno dell’avvento di un Dio che onora, in un banchetto di nozze, l’amore di un uomo e di una donna. Filo rosso tra vino e amore.
A un matrimonio infatti si fa festa per l’amore con il vino, il vino dice ebbrezza. E la parola “ebbrezza”, “ebbro”, dice anche uno star fuori, un sussulto di follia. Un sussulto di follia che ti percorre le vene quando sei preso dall’amore, sangue nelle tue vene. Se non c’è un grumo di pazzia, di ebbrezza, tutto si fa gelo, magari un gelo sacro, ma gelo. Nell’amore come nella fede.
E il pensiero mi ritorna al racconto di Cana, al comando di Gesù di riempire di acqua le anfore, le grandi anfore poste nella casa, là in un angolo immobili, vuote. Chissà che si voglia sottolineare il pericolo sempre soggiacente di una ritualità vuota, vuota di ebbrezza. Quasi a dire che, quando manca nella religione l’ebbrezza dell’amore, ci si rifugia nelle purificazioni, legate alla legge. E succede il gelo delle anfore di pietra. Vuote. Non stava già scritto nel rotolo del profeta Ezechiele: “Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne”? (Ez 36,26).
Voi mi capite, non più una religione che non sa parlare altro che di precetti e di purificazioni, una religione scritta su tavole di pietra, mai più una religione che guarda con un residuo di sospetto, come qualcosa da purificare, l’amore umano, bensì la fede in un Dio che non contrae l’amore, lo dilata, non toglie passione, l’accende.
Se la vita non la investi di tanto in tanto con la follia della gratuità, dell’eccesso, tutto si corrompe, la vita si corrompe, l’amore si corrompe. Un amore troppo misurato muore. Ricordo che alcuni ragazzi anni fa scrissero su un loro invito di matrimonio una frase di Eduardo Galeano: “Beati gli ubriachi, perché vedranno Dio due volte”. La frase può sembrare all’apparenza dissacrante. Ma forse sta a dire che c’è un oltre da sognare. Invito ad andare oltre, oltre ciò che è dovuto, oltre ciò che è prescritto, oltre ciò che è programmato. E tutti noi a chiederci se nella nostra vita c’è ancora un margine di follia, di fantasia, di gratuità.