12 Novembre 2017. Prima domenica di Avvento

Posted on Novembre 12, 2017

12 Novembre 2017. Prima domenica di Avvento


Prima domenica di avvento. E si va da un anno all’altro. Chiudiamo il libro, lo riapriamo. Perdonatemi una suggestione: i rabbini, parlando del libro del Deuteronomio – la grande- omelia di Mosè nel deserto – dicono che, giunti all’ultima pagina, tu ritorni alla prima e finché ci sarà uno che ritorna a riaprire il libro, sarà il segno che Mosè non è morto, parla ancora. Mi dicevo, che bello se lo pensassimo anche noi: la scorsa domenica, ultima pagina del libro, l’abbiamo chiuso. Ma voi oggi siete ritornati qui e riapriamo il libro. Finché lo faremo, sarà segno che Gesù per noi non è morto, chiuso in una tomba, ma è il Vivente. Oggi parla ancora alla nostra vita. Oggi viene, oggi qui ha parlato. Oggi riapriamo il libro. Oggi lo riapriamo con un discorso di Gesù che può apparire inquietante. Con accenti diremmo insoliti nel vangelo di Marco, dove i discorsi di Gesù hanno il dono della brevità e della immediatezza. Qui, nel racconto, i tempi della storia si sovrappongono e la comprensione non è immediata. Potremmo forse pensarlo come un discorso di addio di Gesù. Ed è come se Gesù, leggendo il futuro dei giorni, volesse da un lato proteggere i suoi discepoli da smarrimenti e dall’altro – perdonate il brutto verbo – equipaggiarli per il futuro. Un discorso, questo di Gesù – lo avete notato – a più strati: fatti già avvenuti quando Marco scriveva, fatti in corso, e poi il ritorno di Gesù alla fine dei tempi. Il tutto nella foresta delle immagini.
L’occasione – lo abbiamo sentito – nasce da un sussulto di ammirazione di un discepolo che, estasiato, invita Gesù a guardare la bellezza delle pietre e delle costruzioni del tempio. E Gesù, un po’ crudamente, gli risponde che non resterà pietra su pietra che non venga distrutta. Certo possiamo pensare le parole di Gesù come una prefigurazione dell’evento della distruzione del tempio che sarebbe avvenuta di lì a poco per mano dei Romani. Ma forse le parole di Gesù custodivano anche un significato simbolico: andavano oltre. Era appena uscito dalle mura del tempio, dove aveva purtroppo visto una religione fatta di personaggi che indossano vesti lunghe, ambiscono a posti di prestigio, pregano per esibizione e poi se ne approfittano per divorare le case delle vedove. Forse Gesù, rispondendo duramente al discepolo, voleva anche dire che di una religione, ridotta a teatro, senz’anima, non sarebbe rimasto proprio nulla, che una religione siffatta non ha futuro. Che sarebbe rimasta solo la fede di quella vedova povera che aveva messo nel tesoro del tempio due monetine, tutto quello che aveva per vivere. Come a dire che una religione sposata a denaro, a potere, a esibizione non ha futuro. Ha futuro una fede che ti porta a confidare e a donare.
Il discorso che poi Gesù fa sulla storia può anche lasciarci un senso di trepidazione e di confusione, ma, al di là delle immagini che appartengono a un genere letterario, non è forse vero che anche noi, non molto diversamente da quei discepoli, fatichiamo a interpretare i segni dei tempi, del nostro tempo? Questa difficoltà a interpretare appartiene alla storia.
Ci sono verbi nel racconto, imperativi martellanti, che sembrano suggerire come stare in tempi difficili. Vorrei sfiorare questa mattina un solo verbo, un verbo che “chiede attenzione”: è come se Gesù ci invitasse a tenere gli occhi aperti, da un lato su ciò che sta accadendo e dall’altro su ciò che accadrà alla fine dei tempi.
Per quanto riguarda ciò che sta accadendo, il primo imperativo è a guardarci dalla menzogna, la grande menzogna: “Badate che nessuno vi inganni”. Fa pensare il fatto che il nostro brano apra e chiuda con un monito a guardarci dall’inganno di coloro che useranno nomi e parole religiose, ma per imporre se stessi, con l’assurda pretesa di essere loro i salvatori, quando il vero salvatore è un altro: “Verranno nel mio nome…. “Diranno: “Sono io”…”Se qualcuno vi dirà: ‘Ecco il Cristo è qui, ecco, è là, non credeteci”. E questo, dello smascheramento, appare – lasciatemelo dire – un compito immane, ancora più arduo oggi, dove l’inganno può essere abilmente orchestrato dai grandi mezzi della comunicazione sociale. Ed è come se Gesù ci si riproponesse un invito che abbiamo già ritrovato nel vangelo, l’invito a giudicare da noi stessi ciò che è giusto, onorando la nostra intelligenza, invocando la luce dello Spirito nella preghiera e chiedendo luce a coloro che stanno camminando con noi, compagne e compagni di viaggio, del viaggio della vita. L’attenzione a ciò che è giusto! Al cuore mi vengono le parole di Martin Luther King:
“La vigliaccheria chiede: è sicuro?
L’interesse chiede: è conveniente?
La vanagloria chiede: è popolare?
Ma la coscienza chiede: è giusto?
Arriva il momento in cui si deve prendere una posizione che non è né sicura, né conveniente, né popolare, ma la si deve prendere perché la propria coscienza ci dice che è giusta”.
E ora sfioro, solo sfioro, l’invito del vangelo all’attenzione al futuro. Sì, mentre a turbarci sono le contraddizioni, gli sconvolgimenti della storia, la voce limpida di Gesù ci invita ad alzare la testa, ad aprire gli occhi: contraddizioni e sconvolgimenti non sono l’ultima parola. Dice. “Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo”.
E’ come se Gesù ci invitasse a tenere negli occhi il futuro. Come se dicesse: “Tenetela negli occhi la visione: “Verrà il Figlio dell’uomo, vi radunerà!”. Ci brilli negli occhi questa visione. Anche quando siamo dispersi, anche quando l’onestà, la giustizia, la verità sembrano perdenti, quando seguire ciò che la coscienza e il vangelo dicono “giusto” sembra una follia. Una voce nel cuore ci mormori a non finire: “Verrà! Radunerà”. E sulle labbra ci ritorni l’invocazione dei primi cristiani: “Il Signore viene! Vieni, Signore Gesù!”