11 giugno 2017. Santissima Trinità

Posted on Giugno 11, 2017

11 giugno 2017. Santissima Trinità


Celebriamo oggi la solennità della santissima Trinità. Vorrei dire, celebriamo la comunione dei volti: Il Padre, il Figlio, lo Spirito santo. Volti che, per spiragli, ancora una volta abbiamo sorpreso e contemplato lungo le domeniche dall’anno liturgico, pagine e pagine che ci hanno raccontato il mistero di Dio e il mistero dell’uomo.
Oggi a introdurci al mistero una pagina, ricca di suggestioni e di fascino, tratta dal libro dell’Esodo: Mosè e il roveto che arde e non si consuma. Avvicinamenti e indugi e parole. Parole che si scambiano Dio e l’ uomo, presso il roveto ardente.
Leggevo il racconto e mi dicevo: anche tu dovresti avvicinarti così al mistero di Dio, come Mosè. E una prima riflessione mi nasceva in cuore proprio pensando a Mosè, che – confessiamolo – non veniva, in quei giorni, da chissà quali esperienze mistiche: erano stati, i suoi, anni di esilio nel deserto, fuggito perché ricercato, uno che pascolava greggi, con addosso l’odore delle pecore. Uno che ovviamente poteva essere tutto assorbito da ben altri pensieri per la situazione difficile che stava vivendo. E invece no: non è un uomo dimezzato, è un uomo attento ai segni, curioso, si chiede il perché di quel roveto che arde all’orizzonte. Lui, uomo che conduce il bestiame, è preso da un desiderio. Grande cosa – mi dicevo – essere percorsi ancora da desideri. Non uccidete i desideri. Anche nei confronti di Dio e del suo mistero. E in Mosè il desiderio non rimane – come spesso succede a noi – un puro desiderio, si muove. Mosè pensò: “Voglio avvicinarmi a osservare questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?”. Mosè uomo dei perché, ma dei perché che ti fanno camminare. Devo fare un passo. Vedete, a volte le nostre rimangono discussioni teoriche, filosofemi. Avvicinati! Metti in gioco te stesso. Come Mosè anche tu rispondi “eccomi”. Ti esponi, così come sei: “Eccomi”.
Ma come avvicinarsi al roveto ardente? Viene suggerito, nel racconto, un atteggiamento: avvicinati con cuore umile. Via da te ogni spavalderia della fede, ogni supponenza presuntuosa, ogni invasione del territorio quasi ti sentissi padrone. Ti sentirai sempre a distanza. Anche quando dici “Trinità”, soprattutto quando dici “Trinità”. E’ scritto: “Non avvicinarti oltre. Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è luogo santo”. Quanti sandali – ho pensato – dovremmo toglierci, affacciandoci al mistero di Dio, O, almeno, quanti ne dovrei togliere ancora io!
Come si presenta Dio? Leggiamo il racconto e sorprendiamo – è, sì, una sorpresa! – che Dio non si presenta con una serie di speculazioni filosofiche Vorrei dirvi che si presenta con nomi e con verbi. E la cosa stupefacente è che all’inizio per dire di sé non evoca tanto il suo nome, ma nomi di uomini, storie, storie di uomini: “Io sono il Dio di tuo padre” dice a Mosè “il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe”. Scrive Paolo De Benedetti: “Dio si manifesta esclusivamente come Dio di qualcuno. Non è Dio del cielo, non è Dio del paese, non è Dio dell’istituzione regale, bensì Dio di un arameo errante: cioè di un uomo che non ha patria e ovunque è straniero. Quest’uomo è così caro a Dio che Dio in un certo senso prende il suo nome; infatti che cosa significa Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe (gli aramei erranti) se non che Dio ha un nome soltanto in riferimento a coloro che egli ama?”. Mi sembra – perdonate – bellissimo. Quasi Dio dicesse: “Vuoi sapere qualcosa di me? Interroga la tua storia, le storie. Sono stato, e sono, a tal punto dentro storie di donne e di uomini, che mi puoi evocare con i loro nomi. Abramo, Isacco, Giacobbe: sono impigliato
alle storie. Mi azzardo a dire: che potresti aggiungere il tuo nome: sono il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe… E ora aggiungi il tuo nome, la tua storia.
Potremmo continuare con i verbi che parlano in modo eloquente di questa – perdonate la parola – commistione di Dio. Solo li accenno, dovrebbero essere esplorati ad uno ad uno: “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido…conosco le sue sofferenze, sono sceso per liberarlo”: ho osservato… ho udito… conosco… sono sceso… E non potremmo – mi chiedo – riprendere i verbi per dire la Trinità, senza ridurla a parole? Padre, Figlio, Spirito Santo, nomi che raccontano la storia di un Dio non estraneo, gelido, lontano, un Dio che partecipa, scende, libera, rimane con il suo Spirito in noi.
Forse qualcuno potrebbe far notare che a questa riflessione su un “Dio nei volti” sembra opporsi il nome che successivamente Dio rivela, nel racconto, a Mosè: “Io sono colui che sono”. Ma l’espressione è stata a lungo fraintesa, perché il verbo “essere” ebraico – dice ancora Paolo De Benedetti – “non è il verbo “essere” delle lingue indoeuropee. Il verbo “essere” ebraico si dovrebbe piuttosto tradurre con “esserci”. Si dovrebbe tradurre: “Io sarò con te”, piuttosto che “io sono”. “Con te”! “Io ero, sono e sarò con te”, “con voi”. Il verbo “esserci” come verbo che dice il vero nome di Dio. Di conseguenza dovrebbe essere anche il verbo legato al nostro nome: tu sei uno che, quando si tratta di un uomo o di una donna, di un vivente, c’è. Non sei assente: osservi, odi, scendi a liberare.
E ora un ultimo accenno che lascio solo alla vostra intuizione: la fessura che i tre nomi aprono su Dio è, se pur piccola, tale da evocare – come il vangelo oggi suggeriva – una comunione tra Padre, Figlio e Spirito santo. Non vorrei dire di più. E’ il racconto di una relazione, di un legame. E non di una solitudine, non di una estraneità, non di una indifferenza. Noi in Dio celebriamo e raccontiamo lo splendore della relazione, del legame, della comunione. E, proprio perché fatti ad immagine e somiglianza di Dio, noi, nel mondo, dovremmo brillare come coloro che sono lontani, anni luce, dalla indifferenza, dalla estraneità, dal menefreghismo, come coloro che si segnalano per l’”esserci”, per la cura dei legami, delle relazioni, del “volto a volto”.
Ora ci tocca pregare, per questo.