11 giugno 2017. Santissima Trinità

Posted on Giugno 11, 2017

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11 giugno 2017. Santissima Trinità


Il segno della Croce mi interroga ad ogni passo. È quello che traccio su di me per iniziare una preghiera, o sull’assemblea per invocare la divina benedizione. È quello che incontro continuamente nelle chiese e nelle parole giuste o storpiate di tanti discorsi. È il richiamo ad un credo trinitario, tutto riassunto nella rivelazione di un dono che investe l’umanità e che si manifesta appunto sul Calvario, il luogo presso il quale si annuncia il “tutto è compiuto”. Mi piace ricordare il legame che in passato fu creato fra il nostro territorio di Porta Orientale ed il Calvario. Alcuni reduci delle crociate eressero una cappella intitolata Mons Calvarius divenuta poi S. Maria Nascente in Calvairate per volere di San Carlo. Il luogo divenne in seguito un vero comune detto dei Corpi Santi che riuniva alcune vecchie cascine della zona. Il riferimento al Calvario e alla croce segnano fortemente di senso cristiano l’antica Porta Orientale (non dimentichiamoci la tradizione secondo la quale la croce fu piantata da San Barnaba là dove sorgerà san Dionigi e la basilica dei Profeti). Ricordiamo inoltre che alla fine di Corso Monforte, a ridosso delle mura spagnole, sorgeva una chiesa dei Trinitari Scalzi, costruita nel XVII sec. in seguito ad una grazia ricevuta dall’effige della Madonna di Caravaggio, affresco del XV sec. ora custodito qui, in Santa Maria della Passione. Perdonate questo far memoria di cose andate; credo sia necessario non perdere di vista il passato se si vuol capire il presente.  Il simbolo dei Trinitari era una croce blu e rossa, ed è proprio la croce, come ho già sottolineato,  anche il segno a noi più vicino e vissuto.
La Trinità a cui ci affidiamo cominciando ogni preghiera. La croce è dunque manifestazione di Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo. Il dogma trinitario, secondo l’illustre filosofo Rémi Brague, non è altro che «lo sforzo ostinato di andare sino in fondo all’affermazione giovannea per cui “Dio è amore” (1 Gv 4,8). Questo è il contenuto della Rivelazione: Dio è conosciuto in quanto si è manifestato. Quando Mosè chiedeva il nome di chi gli parlava, si sentì rispondere: Jahvè; molto si discute sulla traduzione del tetragramma. “Io sono colui che è”, anche “colui che sarà”; secondo il biblista Borgonovo, arciprete del nostro Duomo: “Il Presente che c’è”. Solo con questo “segnalarsi” di Dio, possiamo balbettare qualcosa di lui. Infatti troviamo nella Bibbia espressioni come: ” Tu non potrai vedere il mio volto ” Es 33,20; oppure in Gv 1,18: ” Dio nessuno l’ha mai visto “. E Paolo in 1 Tm 6,l6 dice:” Il solo che possiede l’immortalità, che abita una luce inaccessibile; che nessuno fra gli uomini ha mai visto ne può vedere, a Lui onore e potenza per sempre “.
Questi ed altri passi dell’Antico e del Nuovo Testamento sembrano suggerire che all’uomo terreno è preclusa la possibilità di una conoscenza diretta di Dio.
All’uomo è dato di incontrarsi con Dio solo attraverso le Sue manifestazioni e rivelazioni, che, secondo il Cristianesimo, raggiungono il loro apice e il loro compimento in Gesù Cristo. Nell’esperienza religiosa dell’uomo non può quindi non porsi una distinzione tra “Dio ” e le Sue modalità di manifestazione/rivelazione; il che, nella psicologia analitica di Jung, significa distinzione tra ” Dio ” e ” Immagine di Dio “. Questo pensiero ci suggerisce una grande prudenza nell’affrontare il discorso su Dio e sulla Trinità: voler definire, descrivere, rappresentare l’identità divina fa correre il rischio di costruirci noi il volto di Dio e su di esso procedere poi a strutturare una religione. La prudenza di cui parlo potrebbe essere alla base della cosiddetta teologia apofatica, quella che parte dall’idea dell’indicibilità di Dio.
Una cosa possiamo ritenere: la lettura del testo biblico ci parla di Dio in termini trinitari e cioè :
– come il Padre che ha misericordia di fronte a tutti gli schiavi del mondo;
– come presenza liberante di Gesù, fratello di tutti, che vuole ricordare nel nostro mondo la dignità di ogni uomo e donna come figli di Dio;
– come Spirito, fermento nella storia per maturare il nostro cammino di speranza.
Se pensiamo che è di questo Dio Trinità che noi portiamo la somiglianza e l’immagine,
allora la bella parabola della Genesi ci ricorda come Dio si sia guardato allo specchio, sorridendo, per progettare l’uomo. Ma se questo è vero le conseguenze sono enormi.
La solitudine ci è insopportabile perché inconcepibile in una logica di comunione. Se giochiamo la nostra vita da solitari non riusciremo mai a trovare la luce interiore perché ci allontaniamo dal progetto. Quando nelle nostre chiese sentiamo parlare di comunità e di comunione, quando nei documenti del magistero del papa o dei vescovi ricorre oggi frequentemente l’idea di “sinodalità” (camminare insieme!), cerchiamo in realtà di tradurre in prassi l’immagine divina che ci costituisce.
Siamo spettatori e attori di tante divisioni e discordie. Dovremmo allora ricondurci alla Trinità che propone la via della convivialità e della riconciliazione, cominciando dalle nostre singole case fino alla casa comune intesa come società e mondo.

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