11 dicembre 2016. V domenica di Avvento

Posted on Dicembre 12, 2016

11 dicembre 2016. V domenica di Avvento

Oggi, leggendo il brano del profeta Malachia, mi sono, in un primo momento, fermato sulle parole: ”Ecco, entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate”. Mi sono detto che avvento è un tempo in cui cercare il Signore. Ma come? Non l’hai ancora trovato? O facciamo finta, in avvento, di cercarlo, convinti di possederlo? Dopo anni e anni e anni è ancora da cercare?
Penso che non sia una menzogna né un modo di dire, confessare di non averlo ancora trovato. Ma come? Non è forse nella religione che tu professi, nei riti che tu frequenti? Non l’ho ancora trovato!
Ebbene, continuando nella lettura, mi sono sorpreso all’immagine del fuoco del fonditore e della lisciva dei lavandai. C’è dunque un bisogno di purificazione. Non so se lo sentite anche voi. Penso proprio di sì. Dunque immagini per il nostro tempo: fuoco e lisciva. Ma, continuando nella lettura, sono andato di sorpresa in sorpresa perchè alla mia domanda: “Ma che cosa c’è urgenza di purificare?”, rispondevano parole non equivocabili del profeta. Da purificare con fuoco e lisciva è il tempio: “Entrerà nel suo tempio”, è scritto. E i primi da purificare sono i figli di Levi, i leviti, cioè quelli della casta sacerdotale. Oggi diremmo noi preti. Perché? Perché le loro offerte a Dio, i loro sacrifici, non erano accompagnati dalla giustizia: “Li affinerà come oro e argento perché possano offrire al Signore un’offerta secondo giustizia”.
C’è da riflettere, fa pensare questo invito a purificare la religione. E faccio riferimento alla lettera ai Galati: se per esempio noi siamo rimasti a una religione confinata nell’osservanza di precetti, pratiche, prescrizioni, una religione confinata nella Legge, siamo come chi rimane sotto il dominio di un pedagogo. Rimane fermo al pedagogo e non arriva a Gesù. Rimane – potremmo dire – al Battista. mentre il Battista è semplicemente un pedagogo, un testimone, che indica, introduce a Gesù.
Se la nostra fede non è un rapporto vivo con Gesù non è una fede cristiana. La nostra ricerca di Dio o, se volete, la nostra spiritualità, ha un approdo, sospirato e liberante, in Gesù di Nazaret.
Penso che nessuno di noi oggi, ascoltando il brano di Giovanni, non sia rimasto colpito, luminosamente colpito, affascinato da un versetto che sembra dire il cuore della nostra fede. Sta scritto: “Dio nessuno l’ha mai visto, ma il Figlio unigenito … ce l’ha rivelato”. “Ce lo ha raccontato. Il verbo greco – “exeghésato” – tra i tanti suoi significati, ha anche quello di “fare l’esegesi”, di “raccontare”. Dio il suo Figlio unigenito ce lo ha raccontato..
Indugio brevemente sulla prima parte dell’affermazione: “Dio nessuno mai l’ha visto…”. “Nessuno”, pensate. Nessuno che possa dire: “Io ho visto Dio”. Nessuno – e voi mi capite – che possa parlare con supponenza di Dio, come se lui Dio l’avesse visto. Finché siamo quaggiù, Dio non lo vediamo “faccia a faccia”. Ma solo “come in uno specchio”, dirà Paolo. Qualcuno di noi forse ricorda che a Mosè, che gli chiedeva di vedere la sua gloria, Dio rispose che gli avrebbe fatto passare davanti tutta la sua bontà, ma soggiunse: “Tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo”. Aggiunse il Signore: “Ecco un luogo vicino a me. Tu starai sopra la rupe: quando passerà la mia gloria, io ti porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mano, finché non sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non si può vedere” (Es 33, 20-23).
“Dio nessuno l’ha mai visto”, lo vediamo solo di spalle! Dobbiamo ricordarlo! “Ma – aggiunge Giovanni – “il Figlio unigenito ce lo ha raccontato”.
E qui sta la sorpresa, la bellezza, lo specifico – perdonate se lo chiamo così – della fede cristiana.
Dove e come Gesù ci ha raccontato Dio? Ce lo ha raccontato nella sua umanità. Badate bene, non andiamo subito a pensare ai miracoli, o ai fatti straordinari della sua vita, come se Gesù avesse fatto finta di essere uomo e non fosse quello il luogo del racconto. No, Gesù, Dio ce lo ha raccontato con la sua vita concreta di uomo, un uomo vero, uomo con una vita fragile come la nostra, con una vita debole come la nostra, un uomo con un corpo come il nostro, con passioni come le nostre. Il racconto di Dio è in quelle mani che hanno sollevato, in quegli occhi che hanno accarezzato, in quei piedi che hanno camminato sino a provare stanchezza, in quel suo banchettare con pubblicani e peccatori che gli attirò l’odio degli ortodossi, in quella sua voce a difesa degli ultimi e dei poveri, in quel suo condividere con noi persino la paura e la tristezza di morire. Pensate, la vita umana di Gesù come una fessura per capire qualcosa di Dio, di un Dio lontanissimo dalle immagini che ci rimanda una religione persa nei codici e nelle astrazioni. L’umanità!
Voi mi avete capito, se cancelliamo l’umanità di Gesù, se passiamo oltre senza indugiarvi, impallidisce – ed è grave, gravissimo – il nostro racconto su Dio. Pena trasmettere una fede smunta o persino vuota, vuota di cristianesimo. Forse alcuni di voi ricordano l’inizio affascinante della prima lettera di Giovanni: “Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita – la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi –, quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia piena” (1Gv 1,1-4).
Nei suoi occhi, nelle sue mani, nei suoi sentimenti, nelle sue passioni, nei suoi orizzonti, quelli che lo hanno incontrato hanno intravvisto – non dico visto – , intravisto il volto di Dio.
Mi è rimasta una domanda: “… e nei miei occhi, nella mia voce, nelle mie mani, nei miei pensieri, nelle mie passioni, nel mio volto che cosa vedono le donne e gli uomini del mio tempo?”.

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