10 settembre 2017. Seconda domenica dopo il Martirio di San Giovanni

Posted on Settembre 10, 2017

10 settembre 2017. Seconda domenica dopo il Martirio di San Giovanni


“Non si sentirà più parlare di prepotenza, di devastazione e di distruzione nei tuoi confini”.
Parole di speranza pronunciate dal profeta per confortare gli esiliati al ritorno nella loro terra; una speranza che il Dio d’Israele, l’alleato di sempre, promette di garantire. A meno che sia l’uomo ancora una volta ad allontanarsi dalle condizioni di quel patto sempre rinnovato e continuamente contraddetto.
Per questo, la speranza di quel popolo è una sorta di “disperata speranza”; cioè una possibilità sempre in bilico fra realtà e negazione. Lo stesso potremmo dire del tempo attuale, della nostra disperata speranza che vuol continuare a credere in un futuro luminoso di fronte a macerie fumanti. In Colombia nei giorni scorsi il Papa è tornato sul discorso della speranza pensando soprattutto alle giovani generazioni dell’America Latina; ha detto: “Uno dei vostri illustri letterati scrisse parlando di uno dei suoi mitici personaggi: ‘Non immaginavo che fosse più facile iniziare una guerra che concluderla’”. Così papa Francesco ha citato Gabriel García Márquez. Il concetto di “guerra giusta” presente in certe pagine della dottrina cattolica, deve essere superata, lo ha scritto il Papa in un libro intervista da poco uscito in Francia: unica cosa giusta è la Pace! Proseguendo nel discorso dato ai vescovi, ha tenuto a sottolineare fortemente che solo una passione indomita e sempre rinvigorita per il Vangelo di Gesù può accompagnare il perseverare della speranza. Un discorso assai adatto anche per il nostro mondo europeo. Una certa sordità di esso al Vangelo, non sarà forse dovuta al cattivo esempio di una testimonianza moscia e ripetitiva; magari la passione è presente ma spesso rinchiusa in gruppi ristretti e autoreferenziali. Credo che abbiamo necessità di buon esempio proprio nella concretezza del quotidiano, nel ritmo delle piccole cose, perché i grandi eventi tanto cari alla diffusione mediatica, non lasciano che deboli tracce. Certo: annunciare oggi il Signore Risorto, come ha esortato san Paolo, significa scontrarsi con una certa sordità, frutto di pregiudizio e di mentalità chiusa al trascendente. Questo lo sappiamo e lo sperimentiamo. Stesso problema di quanto raccontato nel brano che abbiamo appena letto. L’antefatto di questo discorso è la guarigione del paralitico. Gesù è giunto a Gerusalemme; la meta non è il tempio ma la piscina di Betesda . Luogo di diseredati e malconci (tre categorie: ciechi storpi e paralitici) Essi erano in attesa di un angelo che muovesse le acque della piscina, per liberare in esse la forza risanante. Chi vorrà trovare Gesù, dovrà recarsi là dove giace l’umanità sofferente. Per questo, mentre nella sua prima visita a Gerusalemme, Egli era andato al Tempio dove aveva aspramente criticato una gestione parassita della fede, nella sua seconda visita si reca da coloro che sono tenuti fuori dalla gioia di lodare Dio. Qui Gesù compie di sabato il miracolo di guarigione. Si scatena la contestazione dei farisei; Gesù però non fa sconti neanche all’invalido: prendi sulle spalle la tua barella. Niente è senza seguito: ora devi darti da fare. Il contenuto del discorso che Gesù fa ai difensori della religione farisaica riguarda la propria identità e collocazione rispetto a Dio e in tal modo incrementa l’ostilità e il rifiuto. Gesù si dichiara come Dio. Egli afferma che la sua attività è la stessa attività di Dio, ne incarna il disegno e il progetto originari.
Gesù utilizza una metafora molto familiare. Un padre insegna al figlio il suo mestiere: è un segno di affetto, ma è anche la grande scuola della vita. L’espressione di Gesù riportata qui è in netto contrasto con la convinzione rabbinica, secondo cui Dio aveva completato il suo lavoro nel sesto giorno della creazione. Il Padre invece opera sempre, e dunque anche il Figlio opera. L’opera di Dio è quella di comunicare la vita all’uomo, e non c’è legge che la possa limitare. Analogamente anche Cristo non riconosce sopra di Sé alcuna legge che possa porre ostacolo alla sua attività in favore dell’uomo. Non è il sabato che ferma la sua sollecitudine verso di noi. A chi ascolta è chiesto di credere a ciò, altrimenti si taglia fuori dal cammino si salvezza. Infatti cosa voleva dire Gesù con le parole “Il Padre non giudica nessuno, ma ha dato ogni giudizio al Figlio”? Semplicemente che tutto dipende da come ciascuno si pone di fronte alla proposta di seguirlo, e non da una sentenza in aula di tribunale. Cito il biblista Enzo Cuffaro: “ Da questo si comprende come non vi sia alcuna differenza tra Dio e Gesù. La posizione presa davanti a Cristo, qualifica la persona anche davanti a Dio. L’accoglienza piena di Cristo equivale ad accettare in sé la vita definitiva. In termini più precisamente giovannei si potrebbe dire che un uomo che ha accettato interamente Cristo come Figlio di Dio è propriamente un uomo appartenente alla nuova creazione. Per chi ha superato lo stadio della creazione vecchia il giudizio è superfluo: egli è già passato dalla morte alla vita”.
Gesù Risorto è fondamento della fede, ci ha detto Paolo; quella speranza disperata di cui abbiamo parlato è la coscienza del male che ci abita e nello stesso tempo è la certezza che “Poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo avere ridotto al nulla ogni Principato e ogni Potenza e Forza”. Allora vuol dire che “I nemici di cui viene annunciato l’annientamento – commenta il compianto amico don Raffaello – non sono le persone ma i mali che impediscono all’uomo di vivere in pienezza la propria esistenza. Questi mali sono la fame, la nudità, la malattia, l’ignoranza, la schiavitù, la paura, l’odio, l’egoismo, il peccato, la prepotenza e la sopraffazione”.
Quando queste realtà negative saranno scomparse, allora il regno di Cristo sarà compiuto.
Chiunque s’impegna contro questi mali, anche se non cristiano o non credente, collabora con Gesù alla realizzazione del progetto del Messia”. Purtroppo un grande errore attuale è che di non combattere abbastanza i mali mentre stoltamente si fa guerra a coloro che la pensano diversamente o che vivono altre fedi o tradizioni culturali, facendo finta di non sapere che tutti siamo sulla stessa barca e dobbiamo affrontare il mare in burrasca.

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